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La metrica classica: storia e usi di alcuni metri greci e latini

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Cos’è la metrica classica?

La metrica classica è la disciplina che studia la misura dei versi antichi, ovvero la loro scansione in sillabe brevi e lunghe. Per questo motivo, la metrica classica non può prescindere dallo studio della prosodia, l’insieme di regole che distingue le sillabe in lunghe e brevi. Oggi lo studio della metrica classica restituisce solo un’idea artefatta del modo in cui la letteratura greca e latina erano praticate. Grazie ad alcune testimonianze, siamo tuttavia in grado di ricostruire almeno parzialmente l’uso reale che dei metri veniva fatto in Grecia e a Roma.

La metrica classica greca: l’esametro dattilico

Il metro più famoso e più usato in antico era certamente l’esametro. L’esametro è definito tecnicamente come esapodia (perché formato da sei piedi) dattilica (il piede è il dattilo, l’unione di una sillaba lunga e due brevi) catalettica (perché mancante dell’ultima sillaba). Ogni dattilo, solitamente tranne il quinto, può essere sostituito da uno spondeo, l’unione di due sillabe lunghe. Per questo motivo, l’esametro antico si differenzia totalmente dall’endecasillabo italiano, perché non è costituito sempre dallo stesso numero di sillabe: può variare da un minimo di dodici ad un massimo di diciassette.

L’esametro è il verso proprio dell’epica: era infatti chiamato heroon (verso eroico) già da Aristotele. Il filosofo nella Poetica scrive che:

“il verso eroico è il più grave e nobile tra i metri e perciò ammette in modo particolare parole rare e metafore, e anche la narrazione risulta più elevata che in altri metri”.

I testi epici composti in esametri erano quindi recitati, e non cantati.

L’origine dell’esametro

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Orfeo

Assai discussa in metrica classica è l’origine di questo verso. È certo che in età micenea esisteva una certa poesia epica, perché i nomi di molti eroi greci figurano già sulle tavolette in lineare B, ma non è detto che quella poesia fosse recitata in esametri. Secondo alcuni studiosi, l’esametro deriverebbe da metri originariamente cantati: la lirica, come genere poetico, sarebbe dunque cronologicamente precedente all’epica. Il mito greco infatti ricorda molto prima di Omero l’esistenza di cantori, come Orfeo, Museo, Lino, ma anche Demodoco, che eseguivano carmi con l’accompagnamento della cetra. Non è un caso che gli stessi antichi attribuissero l’invenzione dell’esametro proprio a uno di questi cantori.

Poiché l’epica figura tra i generi letterari più antichi della letteratura greca, l’esametro abbraccia di fatto tutta la storia della poesia greca, e si evolve insieme ad essa. L’esametro legato alla poesia orale – come quello di Omero o di Esiodo – è molto flessibile, formulare e si adatta all’atto della recitazione improvvisata; l’esametro scritto – quello di età ellenistica e tarda – è invece più rigido e non prevede eccezioni alle regole.

Gli altri usi dell’esametro

L’esametro non era impiegato solo nella poesia epica, ma anche negli inni e nella poesia didascalica. In Grecia esso era chiamato anche verso pizio, perché gli oracoli dati dalla Pizia a Delfi erano scanditi proprio in esametri.

La metrica classica lirica

Gli antichi distinguevano con una precisa terminologia gli epē, i poemi epici, dai melē, i testi lirici. Questi ultimi potevano essere intonati da un singolo cantore (monodia) o da un coro. I componimenti monodici potevano essere cantati con la lira, come a Lesbo, ma anche recitati e accompagnati dal suono del flauto, come avveniva per elegia e giambo. I cori lirici, invece, impiegavano versi realmente cantati e godevano sempre dell’accompagnamento musicale della lyra, la cetra.

Il giambo

Col termine “giambo” i Greci indicavano sia il piede metrico (costituito dall’unione di una sillaba breve e di una sillaba lunga) sia il componimento stesso. Anche l’origine del giambo si perde nell’oscurità. Già gli antichi tentarono di dare una risposta all’etimologia non greca del termine: c’è chi pensò al verbo iapto, “scagliare”, chi al mito di Iambe, ma l’unico collegamento evidente è col verbo iambizo, che significa “scagliare invettive”.

Il giambo infatti è un genere poetico caratterizzato da toni rabbiosi e aggressivi, ed era strettamente legato alla vita delle prime poleis: gli aristocratici arcaici diffamavano i propri nemici indirizzando contro di loro proprio componimenti giambici. Le composizioni in giambi, come si è detto, erano declamate e accompagnate dal suono dell’aulòs, il flauto.

Il coliambo o giambo scazonte

Al poeta arcaico Ipponatte gli antichi attribuivano l’invenzione di un nuovo metro, il coliambo, cioè il giambo zoppo. Rispetto al giambo regolare, il coliambo prevede la sostituzione della penultima sillaba breve con una sillaba lunga. In questo modo la recitazione subisce una variazione di ritmo, una sorta di rallentamento che richiama proprio l’idea di una zoppicatura.

L’elegia: origine e usi

L’elegia è un tipo di componimento lirico scandito per distici elegiaci, ricavati dall’unione di un esametro e un pentametro. Anche per questo metro le origini storiche e l’etimologia sono incerte. Si presume che il genere fosse collegato anticamente al canto funebre, perché in età classica il significato più diffuso della parola elegos è proprio “canto luttuoso”.

In effetti il distico elegiaco è presente nelle iscrizioni funerarie antiche; tuttavia nei primi poeti arcaici, come Archiloco e Tirteo, esso è impiegato per componimenti di esortazione, di natura simposiale o erotica. Anche l’elegia era canticchiata con la modulazione del flauto.

I metri lirici corali

I metri lirici realmente cantati erano, come si è detto, impiegati nella lirica corale, ad esempio quella di Pindaro. Sono metri assai complessi e diversi tra loro, ma sono sempre raggruppati in strofe. Le strofe antiche dovevano rispettare il principio della responsione: i versi delle diverse strofe dovevano avere le sillabe brevi e lunghe nelle stesse posizioni. Nei primi testi lirici, le strofe risultavano organizzate in modo molto elementare, ripetendosi l’una dopo l’altra senza variazioni. Soltanto con lo sviluppo della poesia lirica – da Stesicoro fino ai cori tragici – si impose il cosiddetto “sistema triadico”: i componimenti lirici iniziarono ad essere articolati in gruppi di tre strofe, di cui le prime due sono identiche tra loro e la terza ha una diversa struttura ritmica (schema AAB).

Il coro, oltre ad intonare il canto, vi doveva anche danzare seguendo le istruzioni del poeta. Quest’ultimo era quindi compositore, musicista e coreografo insieme.

Il trimetro giambico

Il piede giambico fu recuperato nella tragedia e nella commedia greche per i dialoghi recitati. Le sezioni dialogate della tragedia, infatti, sono scritte in trimetri giambici. Il trimetro giambico è un verso costituito – come dice il nome – da tre metri giambici; ogni metro giambico è costituito da due piedi giambici.

È lo stesso Aristotele ad informarci sui motivi di questa scelta da parte dei tragediografi:

“Con l’avvento del parlato, fu la natura stessa a trovare il metro che le è proprio, perché il giambo è un verso più discorsivo”.

Aristotele ci dice dunque che il giambo era il metro più vicino al tono della quotidiana conversazione, dunque era perfetto per discorsi o dialoghi. Le sezioni dei drammi in trimetri giambici erano quindi recitate, con un ritmo declamatorio.

Il tetrametro trocaico catalettico

Nelle ultime tragedie euripidee, tuttavia, un metro diverso inizia a comparire nei dialoghi dei personaggi: il tetrametro trocaico catalettico. Il tetrametro, caratterizzato da un ritmo opposto a quello del giambo perché discendente, era in realtà un metro ben più antico del trimetro giambico. Lo conferma infatti Aristotele nella sua Poetica:

“La tragedia, da brevi trame e da uno stile burlesco, perché derivava da un elemento satiresco, presto assunse un carattere serio, e il metro da tetrametro trocaico divenne giambo. In un primo tempo infatti si servivano del tetrametro perché quella poesia era di tipo satiresco e più collegata con la danza”.

L’operazione compiuta da Euripide, dunque, era arcaizzante, volta al recupero di un vecchio metro poi accantonato in tragedia. Euripide recuperò il tetrametro trocaico proprio per il suo tono “satiresco”: lo impiegò infatti per le scene più movimentate e vivaci delle sue ultime tragicommedie. Le scene eseguite in tetrametri trocaici assomigliavano quasi al mimo: erano quindi accompagnate anche da movimenti di danza e in particolare dalla musica. Il tetrametro trocaico, infatti, non era semplicemente recitato come il trimetro giambico, ma era canticchiato con un ritmo detto parakatalogē, molto simile al recitativo dell’opera moderna, ed era accompagnato dal sottofondo di un flauto.

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Vaso di Pronomos, con scena di dramma satiresco

Essendo un metro più “satiresco” rispetto al trimetro giambico, il tetrametro trocaico fu molto impiegato anche in commedia, ma pure per filastrocche e ninne-nanne.

La metrica classica a Roma

Tutti i principali metri greci furono ereditati dai Romani, presumibilmente a partire dall’età ellenistica. Il trimetro giambico si trasformò in senario giambico: anziché essere articolato in tre metri giambici, fu direttamente scandito in sei piedi giambici.

Orazio, invece, ebbe il merito di introdurre a Roma i metri più complessi, quelli lirici di Lesbo. Prima dell’età augustea – e il discorso vale anche per un dotto come Cicerone – nessun romano sapeva leggere davvero Alceo o Saffo. Sembra che Orazio fosse ben cosciente del suo vanto, se chiuse la prima “edizione” delle Odi con questi versi:

“Io, da povero fatto potente, fui il primo a portare negli italici versi il canto eolico”.

Chiaramente il poeta latino recuperò gli schemi metrici di quei versi, ma non certo la loro atmosfera. Le liriche di Alceo, Saffo e Pindaro erano infatti eseguite oralmente con l’accompagnamento della musica; Orazio, invece, compose odi destinate alla lettura solitaria o alla recitazione monodica.

Esametro e saturnio

Fu invece un altro poeta, ben più arcaico di Orazio, ad adottare a Roma l’esametro dattilico per la poesia epica. Ennio si conquistò il titolo di “padre della letteratura latina” proprio per aver scritto il primo poema epico in esametri, gli Annales. La scelta “grecizzante” di Ennio fu spiegata dallo stesso poeta nel proemio al settimo libro degli Annales:

“Altri trattarono il tema in versi che un tempo cantavano i Fauni e gli indovini”.

Leggendo queste parole, sembra proprio che Ennio volesse entrare in polemica con autori precedenti, che pure avevano trattato delle guerre puniche ma avevano impiegato un verso ritenuto antico e soprattutto locale, distante dall’“internazionalità” dell’esametro. Il riferimento personale è chiaramente a Nevio, ma qual è questo verso latino bistrattato e scartato da Ennio? I due autori latini più antichi, Livio Andronico e Gneo Nevio, avevano scritto rispettivamente l’Odusia e il Bellum Poenicum in un antico verso, il saturnio. In saturni erano composti anche gli arcaici carmina religiosi, come il Carmen Arvale, e gli elogi funebri, ad esempio per gli antichi appartenenti alla famiglia degli Scipioni.

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Elogio funebre di L. Cornelio Scipione, console nel 259 a.C.

L’origine del saturnio: una questione irrisolta

L’etimologia del termine “saturnio” rimanda chiaramente al dio locale Saturno, che secondo il mito aveva anche dimorato nel Lazio. Tuttavia le prime attestazioni di questo verso si iscrivono tutte in un’età già ellenistica (III sec. a.C.), quando i Romani erano già da tempo in contatto con le genti greche. Fu il grande filologo italiano Giorgio Pasquali ad elaborare l’idea secondo cui il saturnio, considerato indigeno persino da un dicti studiosus come Ennio, era in realtà di origine greca. I Romani importarono dai Greci alcuni cola, cioè membri metrici, e li rielaborarono in un verso nuovo, il saturnio. Per Pasquali, quindi, il saturnio è una “sintesi romana di elementi greci”. Questo verso, infatti, pur essendo di origine greca, si differenziava dagli altri metri greci perché non si basava sulla successione di sillabe lunghe e brevi, ma anche sul ritmo dato dagli accenti, come la metrica moderna.

La contraddizione è quindi ancora irrisolta: è improbabile che un magno-greco quale Livio Andronico non conoscesse l’esametro e sapesse usare solo il saturnio, come pure che impiegasse la metrica accentuativa per alcune opere e quella quantitativa per altre. La scelta del saturnio da parte di Livio Andronico e Nevio, quindi, può essere interpretata solo come un tentativo di romanizzazione dell’eredità metrica greca.

Alessia Amante

Bibliografia:

  • A. Carrano, Euterpe, Editrice Ferraro
  • M. Chiara Martinelli, Gli strumenti del poeta. Elementi di metrica greca, Cappelli Editore

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