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Annales e annalisti: le origini della storiografia latina

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Le origini della storiografia latina sono da ricondurre innanzitutto all’opera del collegio sacerdotale dei pontefici. Sin dall’età regia, alla fine di ogni anno il pontefice massimo, capo di tale collegio, redigeva su una tavola lignea imbiancata (tabula dealbata) un breve testo in cui si erano elencati i nomi dei magistrati eletti o designati durante l’anno, i principali fatti politici, militari, astronomici e gli eventuali casi di carestia e i conseguenti rincari dei prezzi. Questi asciutte elencazioni, resoconti, detti Annales maximi, venivano esposti al pubblico nel Foro romano e via via sostituiti con quelli dell’anno in corso.

Gli Annales: il modello per la storiografia

Sempre i pontefici si occupavano di redigere dei brevi commentarii in cui le informazioni presenti sulle tabulae dealbatae venivano, invece, organizzate in modo più discorsivo. Si trattava di vere e proprie narrazioni con valutazione più o meno esplicita di fatti e persone.

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Annales maximi

Quando, dalla fine del III secolo a.C., i Romani si accingono alla scrittura di opere letterarie sulla storia della loro città, essi non poterono fare a meno di ispirarsi al modello degli Annales maximi raccontando con stile scarno e conciso gli eventi occorsi a Roma anno dopo anno.

Elogium e declamazione oratoria

Nello sviluppo della storiografia come genere letterario latino giocarono un ruolo decisivo anche due forme di comunicazione tradizionali tipicamente orali: l’elogium e la declamazione oratoria.

La prima consiste nella lode di un cittadino, solitamente di alto rango sociale, pronunciato in occasione dei suoi funerali; vi si elencano le virtù dell’individuo e della famiglia a cui appartiene, le magistrature e le altre cariche ricoperte, gli eventuali successi militari. La seconda coincide con le orazioni tenute da alcuni cittadini, solitamente in Senato, in momenti particolarmente importanti per la storia della città.

Gli archivi delle grandi famiglie

La memoria delle famiglie aristocratiche e la ripetizione, integrale o parziale, degli elogi funebri e delle orazioni relativi ai loro antenati in precise circostanze – come altri funerali, altre sedute del senato – fanno sì che queste testimonianze orali giungano fino alle generazioni degli storici latini, che le impiegano ampiamente per la stesura delle loro opere. A questo proposito va ricordato quanto materiale utile alla storiografia offrivano gli archivi delle grandi famiglie.

L’epos storico

La storiografia in prosa nacque probabilmente dopo l’epos storico: infatti, è probabile che Fabio Pittore – il primo notiziabile- scrivesse dopo il Bellum Poenicum di Nevio (anche se la questione è discussa).

Prima di Nevio, però, esistevano, come s’è già detto, i commentarii, le cronache più dettagliate, su cui si sarebbe fondata la compilazione degli Annales maximi dei pontefici.

Gli annalisti

La storiografia annalistica viene, dunque, creata e prediletta dai primi veri e propri storici romani, i cosiddetti annalisti: Quinto Fabio Pittore, Cincio Alimento, Gaio Acilio e Lucio Postumio Albino. Le loro opere sono giunte e noi in frammenti o per via indiretta attraverso riferimenti e aneddoti citati da altri autori latini nelle loro opere più tarde.

Quinto Fabio Pittore

Quinto Fabio Pittore (ca 260-ca 190 a.C.), appartenente alla gens Fabia, fu senatore romano e militante contro i Galli Insubri (225-222 a.C.) e contro Cartagine. Dopo la battaglia di Canne del 216 a.C. -che mise in ginocchio Roma e i suoi alleati- fu inviato a consultare l’oracolo di Delfi sulla sorte della città. I suoi Annales, dall’arrivo di Enea alla battaglia di Zama, godettero di buona fama e furono una fonte di notizie per gli storici successivi.

La scelta del greco

Fabio Pittore ereditò dalla cronaca pontificale l’impostazione annalistica e attinse ai documenti; ma decide di scrivere in greco. La sua opera fu, poi, tradotta da lui stesso, o non molto più tardi, in latino.

A spiegare la scelta di questa lingua può aver giocato la mancanza di una prosa letteraria latina di riferimento; oppure un non celato intento di propaganda romana, rivolgendosi -in polemica con storici greci favorevoli a Cartagine- anche a un pubblico non latino, che conosceva la lingua greca, per farsi portavoce della causa di Roma. Naturalmente si rivolgeva anche al pubblico colto romano (l’élite politica), poiché già nella seconda metà del III secolo a.C. il greco veniva studiato a Roma. Ma è una novità rilevante, quasi sorprendente, che uno scrittore latino si rivolga a un pubblico di ambito mediterraneo.

Mentre la poesia era un prodotto per liberti o clienti che provenivano da altri paesi, la storiografia è concepita da/per uomini della nobilitas: l’uomo politico si occupa di diritto, cerca di essere un buon oratore oltre che un buon capo militare, e da ora in poi non disprezza di scrivere storia. Nella storiografia l’ispirazione proveniente dall’impegno politico è più immediata e forte che in altri generi di letteratura.

Fabio si rifà alle origini di Roma, ma dedica una parte, forse rilevante, dell’opera alla seconda guerra punica, alla quale aveva partecipato lui stesso; probabilmente  introdusse nell’opera anche qualche elemento autobiografico: non senza ragione si ritiene che Livio (Ab Urbe condita, XXII 57,5; XXIII 11,1 sgg.) attinga da Fabio quando riferisce con dettagli la missione dello stesso Fabio presso l’oracolo di Delfi durante la seconda guerra punica. Una licenza poetica che era già nell’epos storico: per es., Nevio nel Bellum Poenicum aveva ricordato la sua partecipazione alla prima guerra punica; Ennio negli Annales menzionò il suo accesso alla cittadinanza romana.

Il mos maiorum

Qualunque fosse stato il motivo che spinse Fabio Pittore a scrivere in greco, egli aveva a cuore innanzi tutto i problemi interni dello Stato romano. Come generalmente tutta l’élite politica a lui contemporanea, egli riteneva che alla potenza di Roma verso i nemici esterni contribuisse in misura decisiva la conservazione scrupolosa del mos maiorum, l’antico patrimonio di culti religiosi, istituzioni politiche e giuridiche, costumi: Fabio ne ricercava le origini e talvolta li descriveva nel dettaglio. Senza escludere che la storiografia greca -nonostante le polemiche- stimolasse la sua curiosità, la spinta più importante era nel rispetto e nell’amore per il patrimonio religioso e morale della civitas. Egli pone l’inizio della degenerazione morale con l’incontro dei Romani coi Sanniti.

Quest’interesse di Fabio si ritroverà abbastanza vivo nella storiografia arcaica latina; il prestigio della res publica abbracciava una grande devozione per il mos maiorum e per il prestigio della gens o della familia: troviamo i primi spunti di una riflessione morale che si amplierà con Catone.

Lucio Cincio Alimento

Di Lucio Cincio Alimento si sa solo, proveniente da famiglia plebea, che fu pretore in Sicilia nel 210 a.C. e che fu fatto prigioniero durante seconda guerra punica: conobbe personalmente Annibale.

La storia trattata nei suoi Annales doveva avere un contenuto analogo a quella di Fabio Pittore, ma non ne ebbe ugual fama, anche se Polibio, più tardi, gli riconoscerà una certa obiettività.

Scrive in greco gli Annales, una storia di Roma dalle origini fino al periodo della seconda guerra punica. Ce ne rimangono pochi frammenti.

Cincio Alimento mostra grande interesse per riti e tradizioni religiose, ma nonostante la sua opera fosse ricca di contenuto, la sua fama viene oscurata dal contemporaneo Fabio Pittore.

A differenza di Pittore, Cincio Alimento, date le sue origini plebee, ha una minore tendenza nazionalista e individualista, meno vicina all’aristocrazia, anche se si pone comunque fini propagandistici.

Gaio Acilio

Gaio Acilio è il senatore che si fece interprete dei tre filosofi greci venuti in ambasceria nel 155 a.C, Carneade, Diogene e Critolao, grazie alla sua posizione politica e alla conoscenza della lingua greca.

Sull’esempio di Pittore, compone in greco una storiografia sulle origini di Roma. I suoi Annales furono tradotti in epoca più tarda da un certo Claudio, forse l’annalista Claudio Quadrigario. La trattazione è sintetica per l’età più antica e la prima guerra punica è più particolareggiata.

Lucio Postumio Albino

Lucio Postumio Albino, console romano nel 151 a.C., premetteva alla sua storia in greco una goffa apologia per la non piena padronanza linguistica, ripresa ironicamente da Catone.

Maria Francesca Cadeddu

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