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Humanitas in Cicerone: un concetto tra amore e dovere

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humanitas

Quale significato assume il concetto di humanitas in Cicerone? Ma cosa significa in latino humanitas? In questo articolo proveremo a spiegare cos’è l’humanitas e come viene inteso questo concetto da Cicerone.

Cos’è l’Humanitas?

Con humanitas, nella cultura greco-latina, si possono intendere due concetti diversi. Il primo è di origine esclusivamente greca e affonda le proprie radici nell’opera menandrea, secondo il motto “che bell’essere è l’uomo, quando fa l’uomo”.

Dopo Menandro, tale concezione di filantropia fu ereditata dal mondo latino, in particolar modo dalla società ellenizzante di II sec. a.C., che riconosceva i propri ideali nel programma del cosiddetto “circolo degli Scipioni”. Colui che maggiormente interpretò l’humanitas greca nella letteratura latina fu, come detto, Terenzio, il quale pose alla base del suo teatro il rispetto per l’umanità, secondo l’ideale “homo sum, humani nihil a me alienum puto” (= sono un uomo, e non reputo estraneo a me nulla che riguardi l’uomo).

C’è, tuttavia, una seconda interpretazione, solo latina, che si può attribuire al concetto di humanitas, e questa è frutto del genio eclettico che ha nome Cicerone.

L’humanitas in Cicerone: solo filosofia?

humanitasIl significato che la parola humanitas assume nella Roma del I sec. a.C. non poteva essere coniato altrove, per un motivo molto semplice: non si può parlare di amore per le arti liberali se non si è consapevoli di avere alle spalle una cultura da preservare, cioè quella greca.

Ed è proprio questo che, infatti, humanitas significa per Cicerone: amore per il sapere umanistico, più propriamente per il recte loqui, il parlar bene. Com’è risaputo e come lo stesso Cicerone ribadisce più volte nelle sue opere, l’arte oratoria non è frutto di una semplice conoscenza del “mestiere” e non deve basarsi solo sui sofismi e sulla capacità di articolare bene un discorso, ma deve avere alle spalle una profonda conoscenza della filosofia.

Con “filosofia”, chiaramente, Cicerone non intende solo il pensiero delle grandi scuole greche ma, in generale, quella che noi chiameremmo “cultura umanistica”. L’oratoria senza cultura è pericolosa, perché senza conoscenza (e senza coscienza) viene a mancare la morale: da qui, la parola è arma sfruttabile per qualsiasi scopo. Cicerone, dunque, consapevole del pericolo di un discorso impiegato senza consapevolezza, pone alla base della “formazione del retore” una profonda conoscenza della cultura e della filosofia: tale qualità è, appunto, l’humanitas.

Il De Officiis

Ma cos’è questa cultura, come si identifica questa filosofia? Ritorniamo a quanto detto all’inizio. Questa nuova interpretazione del concetto di humanitas non poteva non nascere a Roma perché per parlare di “studi umanistici”, alla moderna, bisogna avere una grande civiltà alle spalle: Cicerone prendeva in considerazione quella greca, noi, più semplicemente, quella greco-latina.

Cicerone espresse tali idee soprattutto nelle opere filosofiche, e in particolar modo nel De Officiis, scritto cardine e vero “manuale” per il vir bonus. L’humanitas, in tale opera, può essere identificata con una sorta di decorum e medietas: l’uomo dotato di humanitas, cioè, possiede un “equilibrio” in tutti gli aspetti della propria esistenza. Tale “equilibrio” comporta, chiaramente, la conoscenza della filosofia (in particolare stoica), il possesso di una forte morale, l’amore per le lettere e, anche, un certo rigore nell’aspetto fisico. L’homo, per Cicerone, è un uomo rispettoso del resto dell’umanità, acculturato e moderato.

Un intellettuale eclettico

È chiaro, dunque, che tale principio di vita, via per diventare un vir bonus, non poteva non essere espresso che da un intellettuale eclettico come Cicerone. Uomo propriamente romano e molto attaccato alle tradizioni, il console ebbe tuttavia il merito di aprirsi alla cultura greca, e di assorbirne in quella romana le linee guida (soprattutto filosofiche), senza troppi stravolgimenti.

Dopo le aspre critiche di Catone al programma degli Scipioni, nel I sec. a.C. ci si rese conto che l’ellenizzazione di Roma non poteva essere fermata, ma doveva essere “gestita”: ecco che un Cicerone non accoglie certo l’epicureismo, ma sa apprezzare e fare proprio lo stoicismo.

Humanitas: oltre che amore, un dovere

È questo l’ammonimento che noi tutti moderni dovremmo assorbire dall’opera di Cicerone: essere consapevoli di un’eredità, un’eredità culturale che ci forgia e costituisce la nostra matrice e il nostro passato. Cicerone sapeva che il mondo greco era un universo da salvare e, soprattutto, era la civiltà sulla quale si era formato il mondo romano: assorbirne la lezione non era solo utile, ma era anche un dovere.

Ecco perché, mai quanto oggi, il significato che Cicerone diede al termine humanitas ricorre come un obbligo a cui dobbiamo attenerci: riconoscere nel nostro passato una civiltà da salvare, ponendo alle basi della nostra società l’amore per la cultura e le humanae litterae.

Alessia Amante

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