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Etica Nicomachea: la riflessione di Aristotele sull’agire etico

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Etica Nicomachea
Le sette virtù dipinte da Giotto nella Cappella degli Scrovegni.

Nell’Etica Nicomachea, Aristotele porta a compimento un’articolata e complessa riflessione sull’etica tout court. In particolare, il filosofo greco si impegna nella descrizione dettagliata dell’oggetto proprio dell’azione morale, delle caratteristiche che contraddistinguono l’agire etico. Offrendo, al contempo, una chiara ed esaustiva definizione della virtù. Più in generale, potremmo affermare che l’Etica Nicomachea presenti un’ampia visione della natura umana e dei rapporti sociali che si istituiscono nello spazio della comunità politica.

Lo statuto del sapere morale

aristotele
Aristotele (384/303 a.C- 322 a.C)

Quando si affronta una discussione relativa a questioni di carattere morale, si tende ad avallare l’idea che l’etica sia- per sua stessa essenza quasi estremamente soggettiva e che la risoluzione di simili problematiche debba essere affidata ad una scelta personale. Aristotele, chiaramente, non manca di evidenziare la disposizione del soggetto a compiere azioni buone, ma sottolinea che l’etica è, a tutti gli effetti, una scienza e, nello specifico, una scienza pratica.

In quanto scienza, l’etica costituisce una forma di sapere relativo alla conoscenza della cause. In quanto pratica, è conoscenza di quelle cause che ineriscono l’azione morale. L’etica è, allora, scienza dell’agire che ha per oggetto le realtà contigenti. Si definiscono contingenti quelle realtà che possono essere diverse da come sono e, pertanto, risultano non necessarie.

Oggetto dell’azione

L’etica si occupa, dunque, di indicare quelle determinazioni che concorrono a determinare la bontà dell’azione. Tali determinazioni corrispondono, per Aristotele, a facoltà umane, dalla cui piena realizzazione deriva la moralità dell’atto. Il compito dell’etica è duplice: essa assolve sia ad una funzione descrittiva sia ad una funzione normativa. In particolare, la funzione normativa si esplica nell’indicazione che incentiva a perseguire il bene supremo. La morale, infatti, suggerisce all’individuo di ricercare quel bene che sia superiore ad ogni altro.

Dato che solo il sapere morale consente di fissare il fine ultimo, l’etica intreccia uno stretto rapporto con la politica pratica. Politica ed etica figurano come componenti singole della nomotetica, ovvero della scienza architettonica per eccellenza. Quest’ultima garantisce una corretta amministrazione dello Stato.

Tuttavia, affinché si riesca ad individuare il fine ultimo, occorre intraprendere, prosegue Aristotele, l’analisi a partire dagli éndoxa. Gli éndoxa rappresentano le opinioni più autorevoli in campo etico. Si tratta di conoscenze note per sé – potremmo dire una sorta di senso comune – che contengono delle verità importanti.

Qual è il fine ultimo della ricerca etica?

Etica NicomacheaÉndoxa forniscono, allora rilevanti indicazioni che orientano il soggetto nella ricerca del bene supremo. Aristotele prende in esame le posizioni platoniche e quelle pitagoriche, rigettando sia le une che le altre. Il motivo di questo rifiuto è significativo perché riflette un aspetto rilevante del programma presentato da Aristotele nell’Etica Nicomachea. Per il filosofo greco, l’etica non si esaurisce nella sola conoscenza del bene supremo, ma deve assicurare anche gli strumenti che ne permettano la realizzazione.

Al bene supremo, pertanto, vanno attribuite tre qualità imprescindibili. In primo luogo, esso deve qualificarsi come bene ultimo, ossia come un bene a cui si aspira per se stesso e non in vista di altro. Di conseguenza, esso si specifica anche come bene assoluto, rispetto al quale non vi è nulla di superiore. Infine, si dà come bene autosufficiente: colui che lo possiede non manca di nulla. Queste proprietà, continua Aristotele, vengono di norma riconosciute solo alla felicità. Saremo, quindi, tutti concordi ad identificare la felicità con il bene supremo accessibile all’uomo.

L’eudaimonia aristotelica

A questo punto, è necessario specificare meglio in cosa consista propriamente la felicità. A tal proposito, Aristotele propone la sua dottrina psicologica, distinguendo nell’anima due parti. Una prima parte che partecipa della regola, pur non possedendola. Tale è la parte desiderativa o appetitiva. La seconda è la parte che possiede la regola in senso pieno. Si tratta, chiaramente, della parte razionale. La felicità è allora l’esercizio della parte razionale secondo virtù.

La trattazione si sposta sul tema della virtù e sull’analisi approfondita del dispiegarsi dell’azione morale. Aristotele sostiene che entrambi le parti dell’anima – desiderativa e razionale – sono coinvolte nel discorso sulla virtù. Si discernono, pertanto, virtù etiche e virtù dianoetiche.

Etica Nicomachea: virtù etiche e virtù dianoetiche

Le virtù etiche appartengono alla parte desiderativa e si acquisiscono mediante l’abitudine, non a caso il termine “abitudine” è uno dei significati della parola ethos. Ciò significa anche che il soggetto non ne è dotato per natura, ma ne viene in possesso attraverso la ripetizione di azioni morali.

Come si può compiere, quindi, un’azione etica senza aver già la virtù corrispondente?

Per Aristotele, è l’educazione che ci predispone ad agire eticamente. Tuttavia, il compimento di un’azione morale non è indice dell’assimilazione della virtù. Affinché un atto sia autenticamente virtuoso, deve essere preceduto da una deliberazione. Così come il mero possesso della virtù non è sufficiente: occorre agire in maniera virtuosa.

La proaíresis – la scelta deliberata- permette di trovare il giusto mezzo, cioè quella condizione di medietà tra l’eccesso ed il difetto, in cui consiste la virtù. La scelta si pronuncia sui mezzi utili a conseguire il fine, che viene selezionato dal desiderio. La volontà virtuosa vuole soltanto quegli oggetti che siano conformi ai dettami morali.

Le virtù dianoetiche, al contrario, sono appartenenti alla parte razionale dell’anima, la cui eccellenza risiede nella sapienza. La sapienza è, dice ancora Aristotele, la forma di conoscenza divina: è conoscenza non solo dei principi primi, ma anche conoscenza delle conclusioni:

“Pertanto bisogna che il sapiente non conosca soltanto le conseguenze che derivano dai principi, ma che anche sui principi possegga la verità. Cosicché la sapienza sarà intelletto e scienza: scienza delle realtà che più sono degne di pregio coronata dall’intelligenza dei supremi principi”.

In definitiva, la felicità per Aristostele si ottiene grazie all’esercizio della contemplazione teoretica che mette l’uomo in comunicazione con il divino.

Alessandra Bocchetti

Bibliografia:

Aristotele, Etica Nicomachea, a cura di M. Zanatta, Fabbri Editore, Milano 1996/2004.

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L’immagine di copertina è ripresa dal sito: http://www.maestrovincenzo.it/vizi-e-virtu/

 

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