Home Letteratura italiana contemporanea (1850-2000) Letteratura italiana del Novecento Primo Levi: lo scrittore oltre il testimone

Primo Levi: lo scrittore oltre il testimone

1748

In passato la figura e l’opera di Primo Levi sono state oggetto di scarsa attenzione da parte della critica letteraria e degli storici della letteratura. Allora, e spesso ancora oggi, egli veniva percepito come un semplice testimone dell’Olocausto e delle atrocità compiute dai nazisti.

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, tuttavia, si è iniziata a prestare una maggiore attenzione alla sua opera di scrittore a tutto tondo, liberandolo così dall’etichetta limitante di autore di memorialistica o di epigono del neorealismo.

La vita di Primo Levi

Prima di Auschwitz

La famiglia e la formazione

Primo Levi nacque a Torino il 31 luglio 1919 da una famiglia di cultura ebraica. Il padre era un ingegnere ed ebbe un ruolo fondamentale nel trasmettere al figlio la passione per la scienza e per la letteratura. Frequentò il Ginnasio D’Azeglio di Torino e, insieme alla sua compagna di classe Fernanda Pivano, ebbe per qualche mese come supplente di italiano Cesare Pavese. Ma all’epoca le sue potenzialità non erano ancora del tutto emerse e sia lui che la Pivano furono rimandati in italiano alla maturità.

L’università e le leggi razziali

Nel 1937 Primo Levi si iscrisse al corso di laurea in chimica all’Università di Torino, ma l’anno seguente il fascismo promulgò le leggi razziali che gli creeranno non pochi problemi, facendogli prendere maggiore consapevolezza della sua appartenenza culturale. Le leggi razziali impedivano agli ebrei di frequentare l’università, ma comunque permettevano di concludere il percorso a chi lo aveva già iniziato. Primo Levi, dunque, riuscì a laurearsi in chimica nel 1941.

Subito dopo trovò un’occupazione clandestina in una cava di amianto e successivamente andò a Milano per lavorare presso una fabbrica svizzera di medicinali.

Primo Levi in fabbrica
Primo Levi in veste di chimico

Nel lager

La Resistenza e la cattura

Dopo l’8 settembre 1943 Primo Levi decide di entrare nella Resistenza e si unisce a un gruppo partigiano attivo in Valle d’Aosta. La mattina del 13 dicembre 1943, però, viene catturato dai fascisti nei pressi di Brusson.

Dopo un breve periodo di detenzione Primo Levi affermò di essere di razza ebraica (temendo ripercussioni peggiori se avesse dichiarato di essere un partigiano) e perciò venne inviato al campo di raccolta di Fòssoli, presso Carpi in Emilia Romagna.

Primo Levi ad Auschwitz

Il soggiorno a Fòssoli fu tranquillo, ma Primo Levi vi restò per meno di un mese. Il 22 febbraio 1944, alla stazione di Carpi, fu stipato in un treno merci diretto verso nord insieme a 650 persone. Il viaggio durò quattro giorni e quattro notti in condizioni disumane, senza acqua e servizi igienici.

L’arrivo ad Auschwitz avvenne nella notte del 26 febbraio 1944, la maggior parte dei passeggeri venne uccisa di lì a breve, mentre Primo Levi fu assegnato al campo di lavoro di Buna-Monowitz (noto come Auschwitz III) gestito dalla IG-Farben, colosso chimico della Germania nazista.

Ciò che accadde in quel campo Primo Levi lo raccontò magistralmente in “Se questo è un uomo”, subito dopo la sua liberazione che avvenne il 27 gennaio 1945. Dopo lunghe peripezie riuscì a tornare alla sua casa di Torino il 19 ottobre dello stesso anno.

Dopo l’inferno

Al suo ritorno Primo Levi trovò fortunatamente la sua casa e la sua famiglia integre. Da quel momento iniziò a raccontare e non si fermò più. Nel 1947 si sposò con Lucia Morpurgo dalla quale ebbe i due figli Lisa e Renzo. Riprese presto il suo mestiere di chimico e lavorò fino al 1975 presso la “Siva”, una ditta di vernici. Nel 1975 decise di andare in pensione per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività di scrittore.

L’11 aprile 1986, dopo un’operazione che gli aveva impedito di continuare ad assumere i farmaci antidepressivi, Primo Levi decise di gettarsi dalla tromba delle scale della sua abitazione. Il suo presunto suicidio resta ancora oggi un mistero.

Primo Levi testimone della Shoah

Dopo l’esperienza ad Auschwitz Primo Levi fu preso da un irrefrenabile bisogno di raccontare quello che gli era successo, scrivere sulla Shoah e testimoniare erano per lui un dovere, anzi era convinto di essere sopravvissuto proprio al fine di testimoniare.

Come lui stesso affermò, scrisse il suo primo libro, “Se questo è un uomo” (1947), perché non poteva non scriverlo, mentre il secondo, “La tregua” (1963), nacque anni dopo come stesura di racconti che aveva fatto centinaia di volte agli amici.

Oltre a queste due opere, l’esperienza del lager viene rievocata continuamente, anche in altri lavori, ma soprattutto la sua riflessione sul tema viene approfondita negli scritti saggistici come “I sommersi e i salvati” (1986).

Primo Levi considerò il suo ruolo di testimone come il suo “terzo mestiere” (dopo quello di chimico e di scrittore) e lo svolse in modo diligente per tutta la sua vita scrivendo saggi, articoli e partecipando a conferenze nelle scuole e in tutto il mondo.

Primo Levi scrittore

Scritture giovanili

Si crede spesso, erroneamente, che Primo Levi sia diventato scrittore su impulso della sua esperienza ad Auschwitz. In realtà egli si era da sempre interessato alla letteratura e già prima del ’44 aveva iniziato a scrivere racconti e poesie. Del 1941 sono, ad esempio, i racconti “Piombo” e “Mercurio” che poi verranno rielaborati e inseriti nel “Sistema Periodico” (1975), mentre al 1943 risale la stesura della poesia Crescenzago.

Scrittore per professione

Le prime opere di Primo Levi

La prima edizione di “Se questo è un uomo” venne pubblicata dall’editore torinese De Silva nel 1947, ma non ebbe grande fortuna e Primo Levi cessò momentaneamente di scrivere. Successivamente, nel 1958, l’opera venne ripubblicata da Einaudi (che prima l’aveva rifiutata) e il successo fu enorme in tutto il mondo.

Primo Levi tornò quindi ad avere fiducia in se stesso e decise di continuare a scrivere. Il seguito del suo primo libro uscì nel 1963 con il titolo “La tregua”, il diario del suo avventuroso viaggio di ritorno attraverso un’Europa disastrata dalla guerra.

Da questo momento in poi continuò sempre a scrivere; tra le opere successive troviamo “Storie naturali” (1966) e “Vizio di forma” (1971), raccolte di racconti di ispirazione scientifica e fantascientifica con vene umoristiche.

Scrittore a tempo pieno

Quando Primo Levi, nel 1975, decise di andare in pensione si dedicò al suo secondo mestiere di scrittore a tempo pieno. In quello stesso anno pubblicò “Il sistema periodico”, un insieme di racconti a carattere per lo più autobiografico che prendevano ognuno il titolo da un elemento della tavola di Mendeleev, creando un collegamento fra le caratteristiche dell’elemento e i personaggi o le situazioni raccontate.

Seguì “La chiave a stella” (1978), romanzo sul tema del lavoro che si aggiudicò il Premio Strega nel 1979, poi ancora “Lilìt e altri racconti” (1981) e “Se non ora, quando?” (1982), romanzo storico su un gruppo di partigiani dell’est che vinse il Premio Campiello.

Troviamo poi la raccolta di poesie “Ad ora incerta” (1984) e innumerevoli articoli e saggi, di particolare importanza quelli pubblicati nella raccolta “I sommersi e i salvati” (1986).

Primo Levi nel suo studio

Primo Levi, ovvero il centauro

Primo Levi non si sentiva pienamente riconosciuto come scrittore, infatti pesava su di lui la definizione di scrittore memorialista, pregiudizio che continuò fin dopo la sua morte. Per difendersi e rimediare a questa visione limitante che gli altri avevano di lui, egli iniziò a parlare di se stesso come di un centauro, cioè come di un uomo diviso in due parti opposte tra scienza e letteratura.


«Io sono un anfibio, un centauro (ho anche scritto dei racconti sui centauri). E mi pare che l’ambiguità della fantascienza rispecchi il mio destino attuale. Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica, sono un tecnico, un chimico. Un’altra, invece, è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti».

Lo stile e i riferimenti culturali

La scrittura di Primo Levi

La formazione di scienziato di Primo Levi ha molto influito anche sul suo stile di scrittura. Il suo linguaggio è essenziale, non retorico, asciutto, chiaro e preciso. Nel leggere le sue opere ci troviamo davanti ad una scrittura molto sobria ed elegante.

Primo Levi non cede a forme espressionistiche, benché non manchino alcune sperimentazioni linguistiche e l’attenzione al dialetto piemontese e alla lingua ebraica e yiddish in particolare nei romanzi “La chiave a stella” e “Se non ora, quando?”.

I riferimenti letterarî

All’interno delle opere di Primo Levi sentiamo continuamente il richiamo di alcuni classici della letteratura che spesso vengono citati e rievocati. Moltissime sono le allusioni a Dante, soprattutto alla Divina Commedia, ma anche a Manzoni, Dostoevskij, Conrad, Celan.

La solida formazione ricevuta al ginnasio si fa sentire nei richiami a poeti classici come Pindaro, Orazio, Lucrezio o italiani come Leopardi. Inoltre, fondamentale e costante è il riferimento all’ebraismo e quindi alla Torah e ai Salmi, soprattutto nella poesia. Fra i libri della Bibbia, quello prediletto da Primo Levi era il libro di Giobbe.

La poesia di Primo Levi

Il filosofo Theodor W. Adorno disse che dopo Auschwitz non si può più scrivere poesia. Per Primo Levi invece la poesia fu la forma più idonea per esprimere ciò che gli pesava dentro e, riformulando il pensiero di Adorno, scrisse che «dopo Auschwitz non si può fare poesia se non su Auschwitz».

Lo stile poetico di Primo Levi prese le distanze dalla poesia ermetica, egli infatti era convinto che la poesia dovesse comunicare con chiarezza un messaggio “da uomo per gli uomini”. La maggior parte delle sue poesie sono contenute nella raccolta “Ad ora incerta” (1984) che raccoglie componimenti pubblicati precedentemente nel volumetto “L’osteria di Brema” (1975) e altri apparsi sul quotidiano “La Stampa”.

Temi della poesia di Primo Levi

All’interno dell’opera poetica di Primo Levi possiamo individuare tre filoni principali. Un primo filone è quello della poesia scientifica che guardava al modello di Lucrezio e alla sua formazione professionale, di cui un esempio è “Le stelle nere”, ispirata alla scoperta dei buchi neri e dell’antimateria.

Troviamo poi una linea comico-satirica che è più variegata (è il caso di “Pio”, vera e propria parodia del “Pio bove” di Carducci). L’ultimo filone è poi quello dedicato al male, ad Auschwitz in particolare e all’uomo che soffre ingiustamente. A questo filone appartengono alcune delle sue poesie più celebri come “Shemà”, posta anche in epigrafe a “Se questo è un uomo”:

Shemà (Ascolta)

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
 
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome,
senza più forza di ricordare,
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
 
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa, andando per via,
coricandovi, alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
 
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi tra scienza e fantascienza

In Primo Levi si coglie una grande capacità di fondere la sua formazione scientifica con quella letteraria. Ne risulta una letteratura che attinge moltissimo dai temi della scienza fino a sfociare nella fantascienza. Vari racconti a carattere scientifico e fantascientifico sono soprattutto quelli contenuti in “Storie naturali” e “Vizio di forma”, non senza vene di accentuata ironia e umorismo.

Interessanti in questo senso sono i racconti “I mnemagoghi” e “Il versificatore”, ma come lo stesso Primo Levi precisa in un’intervista:


«Non sono storie di fantascienza, se per fantascienza si intende l’avvenirismo, la fantasia futuristica a buon mercato. Queste sono storie più possibili di tante altre. Anzi, talmente possibili che alcune si sono persino avverate. Per esempio quella del Versificatore (un poeta commerciale acquista una macchina per far versi, per servire meglio la clientela; la macchina è poi l’autrice della stessa commedia che ascoltiamo); sono noti i tentativi, anche interessanti, già realizzati in questa direzione».

Un classico del XX secolo

Ad oggi Primo Levi gode di un successo internazionale. Egli è l’unico scrittore italiano integralmente tradotto in lingua inglese. Negli USA gli sono state dedicate ben due diverse edizioni complete delle opere.

Gli scritti di Primo Levi, soprattutto dopo la sua tragica morte, sono stati fatti oggetto di approfondita ricognizione critico-linguistica. L’attenta analisi ha rivelato quella che Cesare Segre ha definito una «eccezionale qualità letteraria», mentre Mengaldo lo ha definito «anche linguisticamente un classico».

È ora di svecchiare la figura di Primo Levi e liberarla dalla mera riduzione di testimone della Shoah. Chi oggi legge le opere di Primo Levi deve sapere di avere in mano un gigante letterario che ormai è a tutti gli effetti un classico del XX secolo.

Rosario Carbone

Bibliografia:

Iermano, T.- Ragni, E., Prosatori e narratori del pieno e del secondo Novecento, in Storia della letteratura italiana, diretta da E. Malato, IX, Il Novecento, Roma, Salerno, 1995.

Levi, P., Opere complete, a cura di M. Belpoliti, Torino, Einaudi, 2017.

Mattioda, E., Levi, Roma, Salerno, 2011.

www.primolevi.it (Centro internazionale di studi Primo Levi).

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