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Hans Jonas: Il concetto di Dio dopo Auschwitz

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Jonas
La scritta all'ingresso di Auschwitz

Hans Jonas già a partire dalla prima metà del 900’ affronta temi che oggi sono di indubbia importanza. Egli sviluppa, infatti, riflessioni concernenti la bioetica, la società tecnologica e l’eutanasia, solo per citarne alcuni. Il filosofo, di origine ebrea, però, ci ha lasciato anche una riflessione profonda di stampo teologico. Questa prende le mosse proprio dallo sterminio di Auschwitz e dal delicato enigma che chiama in causa la bontà di Dio.

La filosofia può occuparsi ancora di Dio?

Jonas
Copertina del libro di Hans Jonas

Che senso ha per la filosofia nel secolo in cui “Dio è morto!” – o se non altro si è concluso che è impossibile attestarne razionalmente l’esistenza – continuare a parlare di Dio?

Hans Jonas, sulla scia di Kant, ritiene che proprio le questioni di cui è impossibile dire qualcosa sono quelle di maggiore importanza per l’uomo. La ragione filosofica ha il dovere di indagare sul concetto di Dio, perché a prescindere dalla sua esistenza, l’idea che ne abbiamo continua ad influenzare ancora oggi le nostre azioni.


Da questo presupposto parte l’analisi di Jonas nel libro “Il concetto di Dio dopo Auschwitz“. La disamina è tesa a delineare in primo luogo una differenza tra il punto di vista cristiano e quello della tradizione ebraica riguardo alla Seconda Guerra Mondiale e alla tragedia che si è consumata ad Auschwitz. Jonas scrive che il cristiano, infatti, riversa tutte le sue speranze nella salvezza propria dell’aldilà, mentre attribuisce a questo mondo e a questa vita il male e il peccato. Per l’ebreo invece questo è il regno della salvezza e della giustizia. Dunque, Auschwitz segna ineluttabilmente una differenza rispetto a qualsivoglia concezione di Dio l’ebreo possa aver avuto in precedenza.

Il problema logico e teologico dell’onnipotenza di Dio

Nel sistema filosofico di Jonas, Dio assume delle connotazioni insolite. L’immagine statica della divinità, tipica dell’idea nietzschiana dell’eterno ritorno, viene meno. Jonas, infatti, scrive:

“Sovratemporalità, impassibilità, immutabilità sono considerati gli attributi necessari di Dio. […] Ma questo concetto greco-ellenistico non ha nulla a che vedere né con lo spirito né con la lettera della Bibbia.”

La creazione, infatti, ha modificato le carte in tavola, poiché il rapporto tra Dio e il creato ha “temporalizzato l’Eterno”. L’accezione di un Dio diveniente e sofferente che si prende cura del mondo è propria della fede ebraica ed è coerente con il fatto che il mondo non sia perfetto.

Come non è possibile parlare di libertà senza la concezione del limite e della necessità, allo stesso modo non è possibile parlare di onnipotenza senza considerare il suo opposto.

Anche da un punto di vista strettamente teologico c’è un’incongruenza di fondo. Hans Jonas ci dice infatti che se dobbiamo credere in un Dio che sia assolutamente buono e allo stesso tempo onnipotente, allora dovremmo ammettere che tale divinità è per noi incomprensibile. Eppure la dottrina esposta nella Torah prescrive la possibilità di comprendere Dio, anche se solo in parte.

Jonas, però, aggiunge:

“Questo non può bastare, poiché di fronte alle cose veramente inaudite che nel creato alcune creature, fatte a sua somiglianza, hanno fatto ad altre creature innocenti, ci si dovrebbe aspettare che il Dio, somma bontà, venga meno alla regola che si è imposto di trattenere in sé la potenza e intervenga con un miracolo di salvezza.”

Questo miracolo non c’è stato ad Auschwitz, dunque l’intera idea dell’onnipotenza va, agli occhi di Jonas, rigettata.

Hans Jonas: un Dio impotente è un Dio glorioso

“C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.”

Jonas
Divisa indossata dai prigionieri

Queste parole di Primo Levi risuonano come un’eco nella mente di chi guarda oggi a questa immane tragedia, ma la valutazione di Jonas sull’impotenza divina non svilisce la caratura di Dio. Un Dio impotente non è un Dio meno glorioso, anzi il gesto di autonegazione della propria potenza è visto da Jonas come il sacrificio che Dio ha compiuto per poter creare il mondo e dare agli uomini la libertà. Non Dio, allora, ma l’uomo è agli occhi del filosofo debitore nei confronti di Dio, la cui impotenza deriva da un atto di amore che a lui lo avvicina e non lo allontana.

Proprio su questo presupposto si fonderebbe allora la leggenda ebraica dei 36 saggi, secondo la quale 36 uomini giusti, presenti in ogni generazione, sono il motivo per il quale Dio risparmia da sempre all’umanità una doverosa punizione per i peccati commessi.

Jonas scrive:

“Grazie alla superiorità del bene sul male in cui noi confidiamo in virtù della logica non causale che governa questo mondo, la loro nascosta santità può controbilanciare una colpa incalcolabile, saldare il conto di una generazione e salvare la pace del regno invisibile.”

Allora, potremmo sostituire alla domanda “dov’era Dio ad Auschwitz?”, quello dello scrittore statunitense William Styron “E l’uomo, dov’era?” per rovesciare così il senso della nostra esistenza: redimere Dio e non noi stessi.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Hans Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, ed. Il Melangolo, 2005.

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