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La casa in collina: l’intellettuale Cesare Pavese

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La casa in collina è uno dei romanzi più riusciti di Cesare Pavese. Qui lo scrittore, svelando ogni ambiguità e costruzione sociale, denuda tutte le contraddizioni dell’intellettuale. Posizione (forse apparentemente) straordinaria per l’epoca, essendo La casa in collina scritto nell’immediato dopoguerra, in pieno neorealismo, in un epoca in cui, da ogni parte, si avverte l’esigenza dell’impegno; in cui politica, cultura e vita costituiscono un intreccio inscindibile.

La casa in collina
Cesare Pavese

In Pavese il riscontro di una (presunta) assurdità del reale non si traduce in necessità di agire in campo civile e politico (o “engagement”, come lo chiamò Sartre e da questi Vittorini). Non si traduce nemmeno in pretese di dominio razionale come nel Camus di La peste, ma in afasia, distacco amaro e sornione, impossibilità di modificare lo stato di cose presenti, stallo esistenziale. Il protagonista di La casa in collina, Corrado, è il personaggio che compendia queste pretese.

Il personaggio Corrado, protagonista del romanzo La casa in  collina.

La casa in collina
La casa in collina, romanzo di Cesare Pavese

Il protagonista de La casa in collina è Corrado, alter ego dello scrittore. La sua esistenza si esprime essenzialmente in una solitudine schiva e impossibilitata all’agire, essa si eleva universalmente a valore storico, morale ed esistenziale. Questa solitudine (che forse è anche metafora delle contraddizioni dell’intellettuale in quel contesto) si consuma nelle sue giornate in un’osteria e nella sua vita di professore di scienze a casa con due donne che hanno molta premura di lui. Conosce varie persone tra cui Cate (la donna che aveva amato 10 anni prima), col suo bambino Dino di 10 anni (figlio di Corrado?), e un operaio, Fonso.

I personaggi che interagiscono con Corrado sono fondamentali a delineare il suo spessore psichico. Cate è, congiuntamente al figlio Dino, il ricettacolo di tutti i rapporti umani che il protagonista tenta di intraprendere. Questi rapporti sono sempre ambivalenti e insicuri. Corrado alterna nei confronti di Cate un atteggiamento di attrazione e rifiuto; di passione e di bruschi meccanismi di difesa, culminanti in sprezzanti chiusure egoistiche. Dino, il figlio di Cate, rappresenta al tempo stesso la sua aspirazione alla paternità e al tempo stesso un rifiuto di quel ruolo come di qualsiasi ruolo che richiede responsabilità. Dino è anche il ricettacolo di tutti i desideri regressi di Corrado legati al mondo infantile, alle sue sicurezze a alle sue innocenze.

C’è infine Fonso, un operaio comunista, che a differenza di Corrado, dopo l’8 settembre, non ha alcuna esitazione ad arruolarsi nelle file della resistenza partigiana e combattere il fascismo in prima persona. Il suo militare immediatamente genera in Corrado riflessioni sul valore della guerra, sul significato della storia e soprattutto sulle possibilità di un ruolo dell’intellettuale nella storia. Da qui parte una lunga riflessione che non avrà soluzione nemmeno alla fine del romanzo dove Pavese dichiara:

Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione [1]

Solitudine, contraddizioni, angosce.

La casa in collina ha come temi portanti la solitudine, l’assurdità della realtà e l’impossibilità di un dominio razionale su di essa. Ha scritto infatti il critico Luperini:

Proprio perché la guerra non è che rivelazione dell’assurdità della realtà, impossibile è l’impegno in essa dell’intellettuale, di fronte ad essa (come di fronte alla realtà) è possibile solo la sua fuga disperata. Per questo alla fine Pavese non sa rispondere alla domanda “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?” L’estraneità alla guerra è in realtà estraneità alla storia, incapacità di attribuire un senso e un valore. Questo è il significato del romanzo [2]

Questa condizione di intellettuale (ambivalente nei confronti dell’impegno contratto dall’intellettuale a ricostruire insieme alle macerie lasciate dalla guerra, la coscienza di un’intera nazione) era comune a molti in quegli anni. La polemica di Vittorini con Togliatti è solo uno dei più evidenti punti in cui si espresso questo disagio degli intellettuali a salvaguardare forme di individualità all’egemonia di precetti ideologici. Ha scritto infatti a tal proposito lo studioso Binetti:

La posizione di Pavese è sintomatica di un disagio comune ad alcuni intellettuali – di cui la corrente esistenzialista si faceva per certi versi portavoce – che in quel periodo cercavano con enormi difficoltà di conciliare il bisogno di far valere la propria individualità, con tutto il resto delle incertezze e incoerenze identitarie ad esse connesse, all’interno di un sistema politico culturale che imponeva invece impegno costante ed assoluto ed irremovibile compattezza ideologica [3]

Nell’ explicit del romanzo è Pavese stesso a rispondere al quesito tanto angusto che sorregge l’intero romanzo: Io non saprei cosa rispondere

 

Luca Di Lello

 

[1 ] cit, vol II, p. 130. C. Pavese, La casa in collina, in I romanzi, Einaudi, Torino, 1961.

[2] cit. p. 585. R. Luperini, Il Novecento, Tomo II, Torino, Loescher 1981.

[3] cit p. 25. V. Binetti, Cesare Pavese, una vita imperfetta, Ravenna, Longo editore,1998.

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