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Se questo è un uomo di Primo Levi: un commento

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Se questo è un uomo
Se questo è un uomo
Orrenda foto scattata da un soldato americano in un lager nazista.

Se questo è un uomo è il libro di Primo Levi che da voce, forte di testimonianza vissuta in prima persona, all’orrore dei lager nazisti. Se questo è un uomo è anche il titolo della famosa poesia introduttiva al libro, e non è un caso che sia il libro d’esordio; Primo Levi era un ingegnere ebreo, arrestato mentre militava nelle file della Resistenza partigiana, catturato e quindi deportato ad Auschwitz dove la sua vita cambiò per sempre.

Scrivere per lui è stato, dunque, bisogno inconscio e manifesto, necessità di estrinsecare ogni esperienza di quella barbarie, un pungolo nella carne che ha trasformato in monito per le generazioni future. Un eterno chiedersi “com’è stato possibile?“; un eterno interrogarsi sulle possibilità  di complicità dell’intera umanità; sulle possibilità di non morire senza aver superato la tragedia.

Se questo è un uomo
Primo Levi con lo scrittore americano Philip Roth.

Lo stile di Se questo è un uomo è quindi lucido, composto da una sintassi semplice e versatile, da interrogative, talvolta anche retoriche incalzanti che spiazzano il lettore e lo inducono a fermarsi per riflettere.
L’esperienza della vita nei lager produce un cumulo di domande, una dietro l’altra, una derivante dall’altra fino ad arrivare a sviscerare ad uno ad uno i quesiti intorno all’esperienza umana e all’esperienza del dolore, finché una sola domanda riesce a compendiarle tutte: quali sono i limiti dell’umana dignità?

Se questo è un uomo: la forza della letteratura

Se questo è un uomo
Primo Levi

Se questo è un uomo mostra due episodi paradigmatici della vita nei lager che inducono l’autore-protagonista e il lettore a considerare i valori storicamente universali della letteratura come antidoto contro l’irrazionalità del genocidio. Uno è quello del dialogo con Steinlauf, collega di prigionia ed ex militare prussiano;  l’altro è quello famosissimo del canto di Ulisse.
Poiché gli era stato detto che era inutile lavarsi dovendo andare mezz’ora dopo nella miniera di carbone dove si sarebbero inevitabilmente sporcati molto, Steinlauf ribadì, invece, che era necessario lavarsi per mantenere la dignità di uomini e Primo Levi lo ricorda così:

Ho scordato ormai le sue parole dritte e chiare […] ma questo ne era il senso, non dimenticato allora né poi: che appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere, è importante sforzarci di salvare, almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti ad ogni offesa, votati a morte certa, ma che una volontà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché così prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare dritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.

 

Per non cominciare a morire: il canto di Ulisse

Se questo è un uomo
Rappresentazione di William Blake di Ulisse nell’Inferno dantesco.

Per non cominciare a morire: il termine morire, dunque, non designa un processo biologico ma l’esautorarsi della facoltà di decidere il proprio destino, la perdita della volontà, lo svilimento dell’entusiasmo. Ed è così che succede nell’episodio del Canto di Ulisse dove la letteratura svolge questa funzione di ridare significato e valore all’umano. In opposizione al deterioramento della vita, che è ciò che quotidianamente succede nei lager, il protagonista, insieme ad uno studente alsaziano Jean (Pikolo), mentre svolgono il loro compito di ripulire una grande cisterna riescono a forza di ricordi a ricomporre il XXVI canto dell’Inferno, (brano letterario che per qualche critico rende Dante un grande “preumanista”) in cui l’eroe di Itaca, sospinto dalla forza della curiosità, riesce a vedere la Montagna del Purgatorio. Nel mentre si giunge alla terzina più famosa, Primo Levi capisce che il loro vero sforzo non è ricostruire un testo letterario ma ricordarsi di essere uomini. Questo è il significato ultimo di Se questo è un uomo:

Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza.

Come se anch’io sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono […] ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

Luca Di Lello

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