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La vita è bella: l’ironia di Benigni tra le mura dei lager nazisti

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La vita è bella

«La vita è bella. Possano le future generazioni liberarla da male, oppressione e violenza godendo del suo splendore»

In queste poche parole del suo testamento il rivoluzionario russo Lev Trockij definisce l’importanza della bellezza della vita per le future generazioni. A tale concetto si rifà La vita è bella, film diretto nonché interpretato dal comico, attore e regista toscano Roberto Benigni.

Il 21 marzo 1999, al Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles si tiene la 71esima premiazione degli oscar cinematografici. L’Italia viene rappresentata proprio dala pellicola di Benigni che concorre in ben sette categorie sfidando l’arcigna concorrenza di blockbuster made in U.S.A quali Shakespeare in love, Salvate il soldato Ryan  ed America History X. La vita è bella trionferà nelle categorie “miglior film straniero”, “migliore colonna sonora” grazie alle musiche del compositore romano Nicola Piovani e migliore attore.

Come da ultradecennale e rispettabile tradizione i premi principali vengon lasciati sul finire della cerimonia così da innalzare pathos e audience. A consegnare l’oscar a Benigni sarà dunque Sofia Loren che, invece di limitarsi semplicemente a leggere nome e cognome del vincitore, griderà festante il suo nome: «Roberto!».


La vita è bella

Al fresco annuncio l’artista toscano scatterà come una molla tra gli applausi, mettendo i piedi sopra la sedia quasi a volersi ergere per una notte sopra le altre stelle hollywoodiane assiepate nelle fila del pubblico. Sarà la prima volta che un italiano riesce a trionfare in questa categoria sconfiggendo la concorrenza di un mostro sacro quale Tom Hanks e dell’emergente Edward Norton. L’attore toscano riceve la statuetta dorata dalle mani della Loren, dopodiché ringrazia a modo suo pubblico e cast servendosi di un inglese tanto maccheronico quanto efficace. Il ‘900 non avrebbe potuto concludersi meglio per il cinema nostrano, che ritrova così l’appeal internazionale precedentemente smarrito.

La vita è bella… nonostante guerre ed olocausti

La vita è bella

«Buongiorno principessa!», urla gioiosamente il protagonista Guido Orefice (Roberto Benigni) verso l’amata Dora (Nicoletta Braschi) nonostante la reclusione tra le mura di un lager nazista. La frase diviene in breve tempo un famoso tormentone, assumendo il valore di un inno alla felicità nonostante le avversità dell’esistenza. La vita è bella, datato 1997 e dalla durata di due ore, appare la prima volta nel corso del 51esimo Festival internazionale di Cannes conquistando da subito il consenso unanime della critica. Alla sua uscita ufficiale nelle sale italiane, avvenuta in data 18 dicembre 1997, segue una inesauribile collezione di premi e riconoscimenti. Il culmine sarà appunto raggiunto coi tre oscar conquistati a Los Angeles. Il film, drammatico-sentimentale, è intriso di comica ironia benignana ed ambientato nel periodo della Seconda Guerra Mondiale.

La vita è bella… come un gioco

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La vita è bella consta di due parti assai differenti tra loro ma complementari. La prima è basata sull’incontro e sullo sviluppo della relazione tra Guido e Dora che porterà alle nozze e alla nascita del piccolo Giosuè. La seconda vede protagonisti padre e figlio che “giocano” all’interno di un campo di concentramento. La prima ora di pellicola assume i romantici contorni della storia d’amore, presentando molteplici momenti umoristici in pieno Benigni style. L’ora successiva racconta i disperati tentativi di un padre nel provare a convincere il figlioletto che la guerra sia soltanto un gioco a premi.

Guido Orefice sopporta le continue torture e privazioni fingendo sia tutto un gioco e immola la propria vita per garantire la salvezza del piccolo Giosuè. Il protagonista saluterà addirittura il figlio con un sorriso e un occhiolino d’intesa prima di venire fucilato. Dora sopravviverà allo sterminio e, grazie all’opera del marito, potrà riabbracciare Giosuè dopo l’avvenuta liberazione.

La vita è bella, la storia è guerra

La vita è bella

«Io non sono ebreo, ma la storia appartiene a tutti»

Così Roberto Benigni commenta le motivazioni che lo hanno spinto ad indossare i panni dell’ebreo Guido Orefice. L’estroverso attore non ha mai nascosto il suo iniziale intento di voler dare vita ad un’opera dal carattere leggero e frizzante con l’olocausto a farvi da mero sfondo. Col susseguirsi delle riprese e degli eventi il film, che stando sempre alle intenzioni originarie avrebbe dovuto intitolarsi Buongiorno Principessa, ha preso una direzione ben più complessa. La vita è bella si ispira in parte alle vicende vissute in prima persona dall’ex deportato e sopravvissuto Rubino Salmoni da lui narrate nel libro Ho sconfitto Hitler.

La coppia Benigni-Braschi conferma il solito affiatamento artistico, mentre le musiche del maestro Nicola Piovani si sposano perfettamente con le svariate situazioni attraversate dai protagonisti. Ambientazioni e costumi raccontano bene il contesto della storia. I dialoghi, per quanto alle volte azzardati e pittoreschi, appaiono sufficienti a delineare il carattere dei personaggi principali. Ne vien fuori un capolavoro che parla della guerra attraverso il crudo sdoppiamento dell’ambiguità umana. Difatti, per il bambino essa finisce col rappresentare nient’altro che un gioco. Per l’uomo adulto… anche.

Davide Gallo

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