The Dreamers: l’analisi del film di Bernardo Bertolucci

The Dreamers è un film del regista italiano Bernardo Bertolucci. La pellicola, datata 2003, è tratta dal romanzo The Holy Innocents di Gilbert Adair. Qui, l’autore di Ultimo tango a Parigi rielabora in chiave postmoderna il Sessantotto parigino e gli anni rivoluzionari. Ecco l’analisi del film e delle sue tematiche.

Bernardo Bertolucci: il più internazionale dei registi italiani

Figlio del poeta Attilio, Bernardo Bertolucci nasce a Parma il 16 marzo del 1941. Fin da piccolo, dimostra un grande interesse per il cinema e inizia a dirigere i suoi primi cortometraggi già durante gli anni del liceo. Dopo aver frequentato l’Università di Roma, inizia a frequentare la facoltà di Regia nel 1961 presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Nello stesso anno lavora sul set di Accattone come aiuto regista per Pier Paolo Pasolini e, nel 1962, esordisce alla regia con La commare secca.

Seguirà nel 1964 il godardiano Prima della rivoluzione, in cui affronta l’utopia degliThe Dreamers, Bernardo Bertolucci anni rivoluzionari. Il conflitto del protagonista Fabrizio, rampollo dell’alta borghesia parmense, rappresenta quello di un’intera generazione, divisa tra conformismo e ribellione.

A partire dagli anni Settanta sviluppa una considerevole filmografia, che gli vale l’attenzione della critica e del pubblico. Il successo internazionale arriva con Il conformista, nel 1970, che segue la storia di un borghese italiano durante il periodo fascista. Ben presto, Bertolucci diventa un regista “cosmopolita” e si connota come il più internazionale e francesizzante tra gli autori nostrani.

Nel corso della sua carriera, ha affrontato generi e temi molto diversi tra loro, dimostrando una grande versatilità e disponibilità di risorse. Uno tra i suoi film più celebri è Ultimo tango a Parigi, uscito nel 1972, e oggetto di un massiccio intervento di censura per le sue scene al limite dell’esplicito. Ancora nel 1976 dirige Novecento, un epico affresco della vita politica e sociale dell’Italia dal 1900 al secondo dopoguerra. Bertolucci si cimenta di nuovo con un grande film storico nel famoso L’ultimo imperatore, che ricostruisce la vita di Pu Yi, imperatore dell’ultimo impero cinese.

Bertolucci continua a lavorare nel cinema fino agli anni Duemila, in cui uscirono The Dreamers del 2003 e il suo ultimo film, Io e te, datato 2012. Diverse problematiche di salute limitarono la sua attività negli ultimi anni e morì a Roma il 26 novembre del 2018.

The Dreamers: l’analisi del film

Non uscivamo quasi più di casa ormai. Non sapevamo, né volevamo sapere se fosse giorno o notte. Era come se stessimo andando per mare, lasciando il mondo lontano dietro di noi.

Intimamente collegato alla sua opera seconda, Prima della rivoluzione, The Dreamers esplora a posteriori l’illusione profonda della gioventù degli anni Sessanta. Il film rappresenta in fondo un metaforico “dopo la rivoluzione” di Bertolucci che, a distanza ormai di anni, riesce a guardare con estrema lucidità gli eventi del maggio del Sessantotto.

Trama

Ambientato nella capitale francese, The Dreamers racconta la storia di tre ragazzi: Matthew, uno studente americano trasferitosi a Parigi, e i gemelli Théo e Isabelle. I protagonisti condividono la passione per il cinema e i fratelli invitano Matthew a trascorrere il tempo con loro nella grande casa di famiglia, mentre i genitori sono in vacanza. Il legame tra i tre diventa sempre più intenso, mentre le proteste studentesche esplodono per le strade di Parigi.

The Dreamers: i sognatori del ’68 tra storia, cinema e rivoluzione

Il Sessantotto di The Dreamers è tutt’altro che autobiografico. Si tratta di un film profondo e audace dal punto di vista emotivo, che vuole conciliare la storia con una riflessione intima sul presente. Il maestro Bernardo Bertolucci ricongiunge qui un metaforico cerchio in bilico tra riflessione politica e passione cinefila.

Mi sono chiuso in una macchina del tempo, insieme ai miei attori e collaboratori, e ho cercato sempre di coniugare il Sessantotto con il presente. Non ho mai chiesto ai tre ragazzi di camminare come si camminava nel Sessantotto, volevo che loro restassero quello che sono: ragazzi di oggi che si trovano a confrontarsi con quelli descritti nel libro. [1]

La natura chiaramente postmoderna della pellicola si esprime in un citazionismo sfrenato e in un grande omaggio al cinema di quegli anni. Matthew, Théo e Isabelle vivono in uno spazio chiuso che è la casa dei due ragazzi, libera dall’autorità familiare, e uno schermo ideale su cui proiettare la propria illusione di realtà.

La scena della corsa al Louvre è ripresa da Band à part di Godard. Isabelle, come Jean Seberg in Fino all’ultimo respiro, canticchia “New York Herald Tribune!”. Théo e Matthew discutono su Charlie Chaplin e Buster Keaton. Isabelle imita La regina Cristina e Marlene Dietrich in Venere Bionda. La cinefilia estrema si inserisce in questa parentesi rivoluzionaria e si configura come specchio dell’interiorità dei protagonisti.

La simbologia della grande casa di famiglia dove i tre trascorrono il tempo insieme è forse una metafora di ciò che per Bertolucci rappresentò la rivoluzione. In fondo, più un’illusione che un’aspirazione. Il citazionismo in The Dreamers lavora proprio su questa direttrice, mettendo i protagonisti in uno stato di completo dèjà-vu.

Il mènage a trois: Matthew, Théo e Isabelle

In The Dreamers, Bertolucci propone un dualismo di base, rappresentato dal rapporto tra l’americano e pacato Matthew e gli impetuosi Théo e Isabelle. Il protagonista incarna la difficoltà nello scegliere tra due ruoli: il disimpegno e la lotta rivoluzionaria. Dall’altro lato, i gemelli, borghesi di nascita, sembrano aderire totalmente a quegli ideali. La provocazione di The Dreamers sta anche nelle scene piuttosto esplicite, che provengono già dal romanzo in cui il rapporto tra i tre si sviluppava in una traiettoria chiaramente erotica.

Questo insolito mènage a trois ruota intorno al personaggio di Isabelle, interpretata dall’allora attrice rivelazione Eva Green. Il film tralascia la componente omosessuale prevista dalla sceneggiatura originale per concentrarsi sulla figura di donna fatale, che avviluppa l’americano Matthew in un rapporto semi-incestuoso con il fratello gemello. E, in effetti, è proprio Isabelle che incontrerà per prima, durante la protesta studentesca alla Cinémathèque Française per il licenziamento di Henri Langlois[2]. La protagonista è legata per finta al cancello e svela il trucco nel momento in cui Matthew si avvicina per aiutarla. La sensualità fatale di Isabelle non è altro che l’accesso metaforico ad un lato incognito della realtà, un’educazione sentimentale e insieme politica. Da ricordare, ad esempio, la famosa scena in cui Isabelle si presenta a Matthew come la Venere di Milo, sulle note di The Spy cantata da Jim Morrison.

Quasi alla fine di The Dreamers il regista ha saputo sintetizzare mirabilmente in una scena il valore iniziatico e inquietante di questi personaggi femminili. Mentre Jim Morrison canta «I’m a spy in the house of love», indossati i lunghi guanti neri della ragazza che è in camera con Théo, Isabelle appare a Matthew nella cornice della porta, nuda dai fianchi in su; siccome i guanti sono del colore del buio oltre la soglia, la ragazza sembra mutilata degli avambracci. L’attenzione dell’americano, come la nostra, si concentra sul petto e sul busto, e la donna si trasforma in una statua di carne, nel simulacro conturbante di una dea d’altri tempi, anche tenebrosa evocazione dell’eterno femminino.[3]

Il finale di The Dreamers 

La risoluzione del conflitto avviene nella scena finale. I genitori ritornano a casa senza preavviso e scoprono la relazione tra i tre. Isabelle quindi tenta il suicidio ma una bottiglia irrompe nell’appartamento in cui i tre si sono rinchiusi per mesi, riportandoli violentemente alla realtà. I tre scendono in strada ma, nel momento in cui Matthew decide di allontanarsi, i due gemelli si gettano a capofitto nella lotta. L’utopia di quel momento irripetibile viene distrutta dall’irrompere del mondo esterno nella stanza e fallisce, come fallisce la rivoluzione.

The DreamersNelle ultime immagini del film, schiere di poliziotti sfilano anonime davanti la cinepresa, sotto le note di Je ne regrette rien di Edith Piaf. L’allusione è chiara: Bertolucci, che una volta era Fabrizio, ora prende le distanze e si allontana come Matthew, per sempre segnato dai due gemelli e da quel momento storico. Ma non è il caso di rimpiangere nulla, nemmeno per chi, come Théo e Isabelle, ha vissuto la rivoluzione solo come una vacanza.

Note e Bibliografia

[1] Bernardo Bertolucci citato in Stefano Socci, Bernardo Bertolucci, Il Castoro, Milano 2008, p. 114.

[2] Il film si riferisce alla sollevazione dell’incarico di Henri Langlois come direttore artistico e tecnico della Cinémathèque française, il 9 febbraio 1968. L’evento provocò una sommossa e scontri per le strade di Parigi, guidati inizialmente dagli autori del Cahiers du cinéma, tra cui Rivette, Truffaut e Godard. Fonte: https://www.treccani.it/enciclopedia/cinematheque-francaise_%28Enciclopedia-del-Cinema%29/.

[3] Stefano Socci, Bernardo Bertolucci, Il Castoro, Milano 2008, p. 117

Massimo Moscati, Breve storia del cinema, Bompiani, Torino 2017.

(a cura di) Paolo Bertetto, Introduzione alla storia del cinema, Autori, Film, Correnti, Utet, Torino 2012.

Giuseppe Gangi, The Dreamers, I sognatori, Ondacinema, 26/09/2016.