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Edgar Morin: l’uomo, la morte e l’amortalità

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Edgar Morin
"Amleto" film diretto da Laurence Olivier (1948)

Nell’epoca in cui l’imperativo categorico del godimento fa da padrone rispetto a tutto il resto, dove si colloca la morte? Non sappiamo ancora cosa sia, ma la coscienza della morte conserva in ogni epoca caratteri regressivi-progressivi delle epoche precedenti. Quali sono? È davvero possibile rimuovere la morte o addirittura combatterla? Tali questioni vengono sviluppate dal filosofo e antropologo Edgar Morin,con la pubblicazione, nel 1951, del libro “L’uomo e la morte“.

Dalle origini a Jung: morte-rinascita

Edgar Morin
La copertina del libro

Sin dalle origini, l’uomo ha temuto la morte e ha immaginato che vi fosse qualcosa dopo di essa. A riprova di ciò Morin parte dall’elencazione dei riti funebri, che risalgono addirittura all’uomo di Neanderthal. Per alcuni la sepoltura era vista come un modo per proteggere il corpo e cercare di tenerlo nella sfera terrena il più possibile. Per altri serviva, invece, a tenere lontano dalla comunità lo spirito malefico che li avrebbe potuti tormentare. Nelle civiltà arcaiche l’esperienza della morte è indissolubilmente legata a quella della rinascita.

Il doppio sopravvive per un tempo indeterminato, dopodiché raggiunge la dimora degli antenati da cui tornano i neonati. La nascita deriva direttamente, anche se in modo differito, da una morte.

Per doppio si intende ciò che sopravvive dopo la morte. Si tratta di un concetto che nelle strutture mentali infantili dell’umanità si traduce in reincarnazione, metampsicosi e immortalità.

Morin si sofferma soprattutto sull’associazione morte-madre. Ciò deriva non solo dal fatto che per i bambini la morte viene interpretata come il distacco dalla madre, ma anche dal fervente simbolismo che lega il ventre terreno, che accoglie il defunto (deposto in posizione fetale nell’antichità), al ventre materno. Allo stesso modo il sonno e l’acqua evocano la morte. Il primo  perché è quanto di più simile alla morte conosciamo e l’altro perché forse l’uomo percepisce le reminiscenze della sua permanenza nell’utero materno. Edgar Morin abbraccia, pertanto, l’idea junghiana secondo cui la morte era in origine intrinsecamente legata al desiderio di rientrare nell’utero materno per poi diventare immortale.

Dall’occultismo all’estetica: l’evoluzione del doppio

Come abbiamo visto agli esordi dell’umanità il tema del doppio era centrale. Per i greci era l’eidolon, un alter ego percepito già in vita. Il doppio è anche l’ombra che rimane quando il corpo si dissolve e, se in un primo momento si configura come uno spirito che spaventa i vivi, più tardi conferisce il senso di colpa a chi sopravvive. Da qui ha origine la divinizzazione del defunto, soprattutto se si tratta di un vecchio saggio. L‘Edipo freudiano , secondo il filosofo, ben richiama questo senso di colpa.

L’occultismo, lo spiritismo e la magia sono le tre sfere ancestrali che chiamano in ballo la morte e il doppio. La morte è protagonista delle scienze occulte, così come tutto ciò che non è possibile spiegare scientificamente. La relazione con il doppio/spettro è ciò che si propone di stabilire lo spiritismo. Infine, la magia ma anche, il mito e la tecnica sono i modi in cui la morte può essere acquisita:

la magia annuncia un’aspirazione all’identificazione dell’io con il mondo, un’appropriazione tangibile[…]la tecnica risolverà e racchiuderà sempre i problemi dell’adattamento e del disadattamento.

Con il passare del tempo questo doppio diventa però più etereo, perché il vivo può privarlo di una degna sepoltura. Poi la tecnica e la razionalità hanno la meglio sulla magia, ma nonostante tutto molti contenuti di queste credenze continuano a sopravvivere in una nuova dimensione: quella estetica.

Dall’arte alla filosofia: l’anima e l’immortalità


Per Edgar Morin, l’arte è:

Edgar Morin
Edgar Morin

alla base di qualunque partecipazione, l’estetica è radicalmente fondativa e si può chiamare estetica quando sopravvive alle credenze morte scaturite da queste partecipazioni.

Questo significa che poesia, letteratura, teatro e musica sono intrise di aspetti sacrificali e di morte. Questa viene proiettata nella dimensione estetica insieme al desiderio di sopravvivere alla stessa, come quando ci identifichiamo con l’eroe che va incontro al suo inesorabile destino. Il doppio trova nuova veste anche qui. Da Il sosia di Dostoevskij a Dorian Gray di Oscar Wilde, vi è una “melanconia grandiosa”, che poi diventa paura per la solitudine e infine angoscia.

Se la dimensione estetica racchiude le credenze antiche attraverso tali proiezioni, la filosofia invece rielabora il tema del doppio introducendo il concetto di anima.

Edgar Morin ci mostra che quasi sempre quella è legata all’immortalità e alla salvezza, non solo personale ma anche cosmica. Con la filosofia dello spirito e della materia la strada dell’immortalità personale sarà bandita a favore di quella che ingloba l’uomo nell’universo.

È pur vero, però, che lo stesso Nirvana risponde, a detta di Morin, all’esigenza dell’uomo di preservare il rapporto con l’individualità, ma anche quello con la sua universalità. In nessun caso, dunque, una delle due immortalità viene definitivamente meno.

Dal Cristianesimo a Sartre: la perdita dell’individualità

Freud designa la religione nei termini di “nevrosi ossessiva dell’umanità“, perché si caratterizza sulla stessa scia dell’originaria paura della morte che avevano gli antichi. Il cristianesimo offre una via di uscita. Morin scrive:

Il cristianesimo è l’ultima religione della salvezza. […] quella che esprimerà con il massimo della violenza, della semplicità e dell’universalità questo bisogno di immortalità individuale, questo odio della morte.

Un ulteriore cambiamento riguarda invece gli ultimi secoli. Già con Hegel il rischio della morte diventa nella dialettica servo padrone il momento di auto-superamento, la sfida che bisogna affrontare per vivere in pienezza e sazietà. Questa esigenza di essere riconosciuti riecheggia nella civiltà evoluta. La costante, cioè il trauma della morte, che definisce la nostra epoca e quella antica, è infatti secondo Edgar Morin data dalla perdita dell’individualità, che trova la sua realizzazione oggi più che mai. 

Il filosofo scrive:

L’impotenza della filosofia a risolvere i problemi reali dell’individualità in crisi ha mandato in frantumi l’hegelismo. Il logos hegeliano si rivela incapace di rispondere, qui e ora, alle angoscie dell’individuo (Kierkegaard) e agli appelli dell’individuo (Stirner).

Da un lato abbiamo l’angoscia della morte segnata dalle guerre mondiali; e dall’altro la filosofia dell’assurdo, che scardina anche il ruolo rivestito dalla morale. Edgar Morin sostiene che proprio con Nietzsche questa folle nevrosi di morte assuma i connotati della saggezza, perché accanto ad essa egli pone il desiderio di salvezza, la gioia che scaturisce dal dolore. Addirittura con Heidegger la morte diventa esperienza dell’autenticità della vita, mentre con Sartre è, all’inverso, talmente estranea all’uomo da divenire strumento per la sua libertà. Se il primo, sostiene Morin, ha la colpa di aver portato morte e vita sullo stesso livello; il secondo è reo di aver dato alla libertà un valore inappropriato.

Sfidare la morte: l’amortalità per Edgar Morin

L’idea espressa nella prima edizione del libro è che, secondo Morin, l’uomo possa oggi aspirare all’amortalità, cioè ad un allontanamento della morte indefinito, grazie alla riproduzione continua delle cellule che portava a considerare la morte solo come un accidente e non una necessità. Su quest’ultimo punto, nell’edizione di 20 anni dopo, la constatazione del filosofo appare più pacata, anche perché con le nuove scoperte biologiche è appurato che,a causa di errori di sistema, le cellule sono destinate a perire.

Edgar Morin
L’immortalità di Tinamura

Nell’ottica dell’amortalità la morte viene prorogata e questo comporta un cambiamento rivoluzionario che si riverbera su ogni sfera esistente con conseguenze imprevedibili.

L’unica certezza di cui si è consapevoli, secondo Morin, è che ogni mutamento comporta la perdita di individualità. Dunque se la morte consiste proprio nell’annullamento di tale singolarità, l’uomo non può in alcun caso sfuggirle. La salvezza consiste o nella rivoluzione da cui emerge una nuova individualità o nella capacità di integrare la vita con la morte. Di certo accogliendo quella “distrazione” di cui oggi siamo vittime, che ci spinge a godere il più possibile della vita, non riusciamo a scacciare via l’idea della morte.

Forse, allora, non resta che appellarsi alla morale antropologica che:

Ci dice di conservare per la solitudine notturna i grandi lamenti con cui l’uomo geme la propria finitezza. Ci dice di continuare a fare gli idioti davanti a questa morte che ci calpesterà.[…] rifiutare con tutte le proprie forze la follia che nasce dalla fascinazione della morte e che, essa, ci distrae dai doveri umani.

Poco dopo Morin aggiunge:

La morale antropologica ci dice di osare essere soli, ma mai isolati. La vera coscienza, come il vero amore, deve pattugliare il futuro e stare all’erta.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Edgar Morin, L’uomo e la morte, ed. Erickson, 2014.

Media: l’immagine di copertina è ripresa dal sito:
https://www.eunews.it/2015/11/29/quel-terzetto-inedito-che-toglie-il-sonno-allamleto-americano/45990

Il dipinto di Tinamura è ripreso da: http://www.ioarte.org/artisti/Tinamura/opere/L-IMMORTALITA/

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