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Il più grande storico di Roma: Tito Livio e l’Ab urbe condita

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Statua Ritratto di Tito Livio di fronte al parlamento austriaco a Vienna

Tito Livio (59 a.C. Padova – 17 d.C. Padova), storico romano, scrisse 142 libri Ab urbe condita (“Libri dalla fondazione di Roma”).

Non sappiamo molto sulla sua vita, ma é considerato il più grande storico della letteratura latina. La data di nascita é attestata nel Chronicon di Gerolamo, che per l’anno 59 a.C. scrive “nasce l’oratore Messalla Corvino, e lo storico Tito Livio Padovano (Patavinus)”.

La sincronizzazione di Livio con Messalla Corvino, che sappiamo con certezza essere nato 5 anni prima, consiglia forse di retrodatare anche la nascita e la morte di Livio di cinque anni prima: dunque rispettivamente 64 a.C. e 12 d.C.

La Patavinitas

Il legame dell’autore con la sua città natale é fortissimo e restò tale per tutta la vita; cosa che veniva spesso sottolineata anche dagli autori antichi. Gerolamo, come già citato, fa di “padovano” quasi un cognomen in luogo di quello affettivo a noi sconosciuto.

Padova era nota in modo quasi proverbiale per l’attaccamento conservatore agli antichi costumi.

Ancora Plinio il Giovane poteva scrivere di una severissima matrona padovana, Serrana Procula:

Conosci i costumi di quel luogo: e figurati che Serrana riesce ad essere esempio di severità persino per i Padovani

(Plinio il Giovane, Epistulae 1, 14, 6)

Quintiliano in un passo in cui afferma l’inopportunità per un oratore di esprimersi con inflessioni regionali porta come esempio questo difetto proprio Livio e ci tramanda un notissimo giudizio di Asinio Pollione sulla Patavinitas di Livio.

In Tito Livio, uomo di mirabile eloquenza, Asinio Pollione ritiene vi sia una certa “padovanitá”. Perciò, se possibile, l’intero lessico e la pronuncia diano l’impressione che l’oratore sia stato educato nell’Urbe.

(Quint., Institutio oratoria, 8, 1, 3)

Da Padova a Roma

Livio si trasferisce da Padova a Roma prima di accingersi alla redazione delle Storie.

Di certo lo storico non fu mosso da alcuna aspirazione di carriera, dal momento che non risulta abbia mai ricoperto alcuna carica pubblica. 

 

Statua di Tito Livio, Piazza Prato della Valle, Padova (scultore Pietro Danieletti)

Probabilmente le ragioni del suo trasferimento nell’Urbe furono legate a due fattori: il più facile accesso alle fonti e un più agevole esercizio della sua attività di storico e letterato.

Si potrebbe, dunque, dedurre che Livio fosse appartenente ad una famiglia ricca che gli garantì il raro privilegio di poter consacrare completamente la sua vita all’otium letterario e alla storia.

Senza “esperienza diretta”

Livio fu uno storico “senza esperienza diretta” nell’esercizio del potere, cosa che gli fu spesso rimproverata dagli studiosi.

La storiografia a Roma era infatti sempre stata, per tradizione, in mano alla classe senatoria, composta da uomini, come Cesare e Sallustio, che per il proprio ruolo politico e/o l’esperienza militare erano stati protagonisti delle vicende storiche o almeno attori delle vicende da loro narrate.

La storiografia liviana é una storiografia retorico-letteraria, sulla scia di Timeo e degli storici di Alessandro. Per Livio vale in modo particolare la tradizionale definizione ciceroniana (De Legibus 1, 5, 2) della storiografia come opus oratorium maxime.

Tito Livio: un filorepubblicano al tempo di Augusto

Pur non lasciandosi coinvolgere nella vita istituzionale, Livio non fu indifferente alla politica. Il suo retaggio tradizionalista lo rendeva naturalmente filorepubblicano, e l’esaltazione dell’antico ordinamento é una costante delle Storie.

Tito Livio, fra i più illustri per eloquenza e attendibilità, tanto lodò Pompeo che Augusto lo chiamava “pompeiano”; ma questo non danneggiò la loro amicizia.

(Tacito, Annales 4, 34, 3-6)

Augusto dalla sua posizione di forza poteva tollerare e persino manifestare magnanimità nei confronti dell’opposizione, considerando il fatto che egli stesso si presentava pubblicamente come il restauratore della res publica.

La storia di Livio non nasconde la nostalgia per il passato sebbene non rifiuti di fare coro insieme con gli elogiatori dell’età inaugurata dalla politica di Ottaviano Augusto.

D’altra parte Livio certamente preferisce la pax augustea alle guerre civili del secolo precedente e non possono dispiacergli i continui richiami al mos maiorum di cui é permeata l’ideologia augustea.

I buoni rapporti con Augusto sono testimoniati dal fatto che questi gli affida come allievo il nipote Claudio (figlio del figliastro, fratello maggiore di Tiberio, Druso) che iniziò a comporre un’opera storica proprio su esortazione del suo maestro.

Le storie “Ab urbe condita”

Livio inizia a scrivere dopo Azio, fra il 27 e il 25 a.C., e certo per ragioni di opportunità i libri che riguardavano gli avvenimenti a partire dal 42 furono pubblicati solo dopo la morte di Augusto.

Il titolo “Ab urbe condita” (“Libri dalla fondazione di Roma”), con cui convenzionalmente si indica l’opera, é attestato dai codici migliori, ma in 43, 13, 2 Livio vi si riferisce come “ai miei annali”.

La “storia” dell’Ab urbe condita

L’opera é composta di ben 142 libri, oggi in gran parte perduti: dalla fondazione di Roma alla morte di Druso nel 9 a.C. Alcuni indizi fanno pensare che Livio intendesse continuare la sua opera sino al 9 d.C., anno della topica disfatta delle legioni di Varo a Teutoburgo, per un totale di 150 libri.

L’opera rimase, dunque, incompiuta.

Nell’era del volumen, in cui il libro coincideva con un rotolo di papiro, l’opera di Livio era davvero monumentale. Pochi potevano permettersi per costo e spazio di tenere in casa un Livio completo. Marziale scrive (intorno agli anni 80) in un suo epigramma:

In piccoli libretti é compresso il grande Livio che la mia biblioteca non riesce a contenere.

(Marziale, Epirammi 14, 190)

Le Storie iniziarono quindi precocemente a circolare nella forma di codex e in versioni epitomate. Era un’opera enorme che fu pubblicata dallo stesso autore in blocchi e in blocchi queste circolavano tra i lettori. A partire dal V secolo é attestata la divisione in decadi o “deche”, blocchi di dieci libri.

Può darsi che questa divisione sia più antica e forse originaria; la presenza in corso d’opera di disseminati proemi o all’inizio delle decadi, per esempio all’inizio del libro VI (non sappiamo con certezza se fosse cosi anche per le altre), suggerisce che questa fosse la divisione originaria dell’autore.

Le Storie ebbero difficoltà a conservarsi nella loro interezza e andarono in gran parte perdute nel Medioevo. Per la parte non conservata restano appunto le periochae, riassunti di autore ignoto redatti fra il III e il IV secolo, forse già sulla base di precedenti epitomi. Grazie ad esse é possibile ricostruire la suddivisione dell’opera e il contenuto.

I libri conservati

Si sono conservati solamente i libri 1-10 (dalla fondazione di Roma alla fine della terza guerra sannitica) e i libri 21-45 (dal 219 a.C. fino alla battaglia di Zama del 202). I libri 31-45 giungono fino al trionfo di Lucio Emilio Paolo dopo la battaglia di Pidna del 168, che segna la conquista della Macedonia.

I due blocchi di libri che si sono conservati riguardano le origini e la storia più arcaica di Roma: i primi dieci libri, o prima deca, raccontano i fatti che vanno dalla mitica fondazione di Roma a opera di Romolo (753 a.C.) fino all’anno 293 a.C.

La terza decade (libri 21-30) è incentrata sugli eventi della seconda guerra punica (Cartagine), dal suo scoppio – con la violazione del trattato di pace da parte di Annibale (218 a.C.) – fino al definitivo trionfo a Zama di Scipione l’Africano (202 a.C.).

I libri seguenti (libri 31-45, incompleti) si concentrano sulle vicende orientali, in particolare sulla progressiva conquista da parte di Roma della Macedonia, della Grecia e delle altre potenze ellenistiche, fino alla battaglia di Pidna (168 a.C.).

Annalista collaudato

Livio scrisse la storia di Roma secondo una tecnica storiografica che noi oggi chiamiamo annalistica. Tale tecnica, comune nel mondo antico, consisteva nel suddividere il racconto anno per anno in maniera abbastanza rigida.

Segue, dunque, il collaudato e tradizionale metodo annalistico; pur proclamando di volersi tenere lontano dall’antica rozzezza (rudis vetustas) degli annalisti, si dimostra cosciente della propria mancanza di originalità nello strutturare la sua opera.

Livio segue con scrupolo il metodo annalistico; l’unità di tempo che scandisce ogni vicenda é l’anno in corso, e non si passa ad avvenimenti successivi finche non si é esaurito l’anno.

Ciò comportava, nel caso di eventi complessi che si svolgevano in diversi anni e in luoghi diversi (si pensi per esempio proprio alla seconda guerra punica, che si svolse in Spagna, Italia, Sicilia e Africa, dal 218 al 202 a.C.), una noiosa frammentazione del racconto: per seguire le vicende, poniamo, di Siracusa, il lettore sarà costretto a saltare, nell’ambito della terza decade, di libro in libro nei capitoli dedicati alle vicende belliche in Sicilia.

La scelta del modello annalistico non impedisce allo storico di dedicare più spazio agli avvenimenti più contemporanei a lui.

Livio stesso riflette su questo fenomeno all’inizio della terza deca, notando di aver dedicato 15 libri ai 63 anni della seconda guerra punica, tanti quanti ne aveva impiegati per illustrare i quasi seicento anni precedenti: “quanti i 488 anni dalla fondazione della città al consolato di Appio Claudio” (Livio 31, 1, 3-5).

Tito Livio e la verità storica

Livio non é uno scrittore libero e spregiudicato nella ricerca della verità storica e questo non era sfuggito agli antichi. Non sempre il suo racconto è obiettivo e le fonti affidabili, specialmente per epoche più remote.

Secondo Svetonio, l’imperatore Caligola definiva Livio verbosus, “prolisso”, e neglegens (Svetonio, Caligula 34, 5).

La neglegentia di Livio, cioè la non perfetta attendibilità nella ricostruzione storica, é causata ora da errori già presenti nelle fonti, ora da difetti nell’utilizzo delle fonti stesse, dalla sua scarsa esperienza e competenza politica militare e dalla sua mediocre conoscenza geografica. Inoltre, Tito Livio fu effettivamente un exornator rerum, come Cicerone (De oratore 2, 54) aveva teorizzato dovesse essere uno storico, e non un mero narrator.

Ciò che presso gli antichi era un complimento (ma non per Caligola), per un moderno risulta un grave difetto: in Livio l’arte prevale sulla scienza storica; perciò, in caso di contrasto tra l’esigenza di resa estetica di un avvenimento e la necessità di descrivere la realtà, Livio tende a privilegiare il primo aspetto.

Le fonti di Tito Livio

Per la parte antica, le fonti sono solo letterarie, e fra gli annalisti sceglie sopratutto i recenti. Le fonti non sono facilmente individuabili perché non esplicitate.

Il racconto di Livio mostra di non fare caso a sviste grossolane delle fonti, e la mancanza di logica nel racconto ci induce a pensare che il resoconto liviano non sia veritiero.

Polibio come fonte e il confronto con Livio

Per la parte relativa all’espansionismo romano in Oriente Livio dipende molto da Polibio, da cui gli deriva una concezione globale del Mediterraneo.  Livio sa che Polibio, dal canto suo, per esperienza e metodo storiografico, é davvero attendibile, affidabile, “non incertum” sugli avvenimenti romani e tanto più per quelli greci (Livio 33, 10, 7-10).

Il rapporto con Polibio fonte non si traduce certo in una pedissequa traduzione, che non sarebbe possibile.

Polibio non segue il medito annalistico: le sue Storie sono scandite dalle campagne militari. Dettaglio che evidentemente obbligò lo storico padovano a un maggior sforzo nella rielaborazione rispetto agli episodi che voleva estrapolare dalla sua fonte.

Polibio é molto attento ai dettagli tattici, invece Livio é interessato soprattutto a mettere in scena i mores e preferisce sacrificare l’accuratezza tecnica all’effetto artistico: cosa che rende spesso problematica la ricostruzione dell’effettiva dinamica di un’avvenimento.

Per esempio, la ricostruzione della battaglia di Canne é essai più accattivante in Livio: ma mentre in Polibio é possibile inquadrare fatti e luoghi, il resoconto di Livio é invece non riscontrabile sul territorio.

Pigrizia nel vaglio delle fonti

Lo scarso interesse per la precisione in Livio causa una certa pigrizia nel vaglio delle fonti. Alcuni limiti possono essere stati certamente la sua condizione “al di fuori della vita politica” che non poteva garantirgli un accesso in prima persona agli archivi ufficiali o agli acta senatus; anche se é possibile che, in ogni caso, non ne avrebbe comunque tenuto conto.

Polibio utilizzava sempre fonti primarie. Livio non ci risulta che di norma consultasse testi antichi o iscrizioni. In generale cita indirettamente: “trovo scritto che…” (Livio 4, 23, 1-3).

In questo ultimo passo appena citato, per esempio, Livio preferisce citare due autori che presentano due testimonianze diverse pur basandosi entrambi sui Libri Lintei come fa notare Livio stesso.

Egli avrebbe potuto semplicemente consultare la fonte prima, dal lui citata, ma preferisce limitarsi a una sospensione del giudizio, accompagnata da una citazione sul tempo che seppellisce ogni cosa.

Il modus operandi di Livio

Il modus operandi di Livio é quello, dunque, di giustapporre e non valutare le fonti.

Lo storico di Padova preferisce scegliere di volta in volta la fonte che lui reputa essere la più affidabile cui riferirsi, cita le fonti che divergono nel racconto e si limita a giustapporre le versioni diverse (“altri sostengono che”), lasciando al lettore la scelta finale.

Modus operandi che non é sempre celato agli occhi del lettore, che spesso si ritrova a leggere avvenimenti duplicati o alterazioni cronologiche.

Alla luce di queste considerazioni, occorre precisare però che, nonostante queste criticabili (se le si confronta con i criteri degli storici moderni) peculiarità del metodo storiografico di Livio, spesso le evidenze archeologiche e il confronto con altre fonti hanno confermato la sostanziale veridicità dei resoconti delle Storie liviane.  

Livio celebratore del populus Romanus

Per comprendere a pieno Livio é indispensabile fare riferimento anche al fatto che la sua opera si presentava come una monumentale e solenne celebrazione del popolo romano, la gente romana.

Il centro della narrazione liviana é la res a populo Romano. Gli avvenimenti che non coinvolgono Roma passano spesso in secondo piano (es. guerra Achea).

Benché sia filorepubblicano, Livio condivide con l’ideologia augustea il comune sentimento del moralismo, della pax dopo il terribile periodo di guerre civili e delle malefatte delle partes politiche nell’Urbe.

Molti termini come la parola libertas, che nelle Storie compare più di 300 volte, sono spesso oggetto di oscillazioni semantiche: quando assume alle volte il significato positivo di “non servitù” e altre volte la connotazione negativa di sinonimo di “caos” e “anarchia”.

Tito Livio come Polibio ammira la grandezza di Roma e ne é il suo cantore, ma rigetta la teoria di Polibio che sosteneva come la grandezza di Roma avesse le sue fondamenta nel sistema di governo romano misto di monarchia, aristocrazia e democrazia, e dunque immune alle degenerazioni perché non esclusivo.

Secondo Livio la grandezza di Roma non sta nella sua costituzione, ma nella statura morale dei suoi antichi abitanti. La sua storia tende a confermare questo assunto.

I Romani antichi incarnano il mos maiorum: leali, rispettosi della religione e dei popoli, clementi con i vinti, grandi in guerra, ottimi comandanti, frugali, patrioti.

Sono dunque i singoli individui quelli che, secondo Livio, nel corso della storia hanno condotto Roma a degenerare sino alle guerre civili e ai periodi oscuri dell’ultimo secolo della repubblica.

Tito Livio parteggia per i patrizi, ma la parzialità é implicita nel racconto, mai esplicita, ma suggerita dalla descrizione.

La fortuna di Tito Livio

La fortuna di Livio fu immensa e non tardò ad arrivare. La sua opera circolò moltissimo fin da subito. Purtroppo i riassunti, più comodi da copiare, fecero sì che la trasmissione dell’opera integrale venisse progressivamente tralasciata, e così essa venne perduta.

Tuttavia Tito Livio continuò a essere letto avidamente, anche se si conoscevano parti sempre più limitate della sua opera. Tra i frutti di queste letture vi sono veri e propri capolavori della letteratura politica di tutti i tempi, quali i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (1513-17 circa) di Niccolò Machiavelli.

Maria Francesca Cadeddu

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