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Retorica e linguistica: atticismo greco e arcaismo latino

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La letteratura classica, greca e latina, è stata interessata più volte da discussioni di linguistica, ma quasi sempre in stretto rapporto con lo studio della retorica.

L’asianesimo e l’atticismo: una questione di stile

Nel I sec. a. C., l’incontro tra gli intellettuali greci e Roma fu molto fecondo in tal senso: nelle sue diverse opere retoriche, Cicerone riportava la polemica tra i due indirizzi stilistici e retorici in ambito greco, l’asianesimo e l’atticisimo, che risalivano almeno al III sec. a. C., il primo (che vedeva il suo maestro in Egesia di Magnesia, in Asia Minore appunto) fautore di uno stile pomposo e patetico, mirato a stimolare le emozioni dell’uditorio o comunque del pubblico di lettori, attraverso figure retoriche e di suono d’effetto; l’altro, invece, promotore di uno stile terso e semplice, non scarno, ma che si rifaceva alla prosa dei grandi autori attici vissuti nell’Atene di età classica (V-IV sec. a.C.).

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Cicerone costituisce una fonte importante per la polemica tra atticisti e asiani

La polemica si riaccese proprio tra il I sec. a. C. e il I sec. d. C.: se la scuola di Apollodoro di Pergamo, nella concezione della retorica come scienza regolata da norme ben precise, prediligeva lo stile atticista, la scuola di Teodoro di Gadara, definendo invece la retorica come arte che nasce dall’ispirazione, prediligeva lo stile d’effetto e ricco di pathos dell’asianesimo.

Dallo stile alla lingua: il purismo linguistico di II sec. d. C.

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Vissuto nel II sec. d. C., Luciano è forse il modello maggiore dell’atticismo di questo periodo.

Ma è nel II sec. d. C. che, in quel clima di spettacolarizzazione della letteratura proprio della Seconda Sofistica, la discussione si sposta dalla retorica ad un ambito che potremmo definire più strettamente linguistico: l’atticismo diventa un fenomeno di purismo linguistico, imperante nei prosatori greci di questo periodo, per cui scrittori e rètori vedevano nell’attico di Lisia, Senofonte e Demostene – insomma gli autori che scrivevano nel dialetto attico di V-IV sec. a. C. – il modello linguistico del greco, al quale bisognava conformarsi. Si trattava di una forzatura linguistica, l’introduzione di un modello per la lingua greca letteraria che, per certi aspetti, ci riporta al caso, a noi più vicino, di canonizzazione di Dante, Petrarca e Boccaccio – dunque il toscano del Trecento –, da parte di Pietro Bembo nel ‘500, come modelli indiscussi dell’italiano letterario.

La risposta latina: l’arcaismo come fenomeno stilistico

Parallelamente ed in risposta all’orgogliosa rivendicazione di un modello linguistico che i Greci vedevano nell’attico di età classica, il mondo latino reagì con il fenomeno dell’arcaismo linguistico: i rètori e gli scrittori latini del II sec. d. C. (primo fra tutti Frontone, maestro dell’imperatore Marco Aurelio, autore di Pensieri in greco) sentirono la necessità di una rilettura attenta ed emulatrice dei classici della letteratura latina precedente al modello ciceroniano, ovvero il latino di Catone (per la prosa) e di Plauto (per la poesia).

L’arcaismo nella retorica: non modello, ma stile

Certo, l’arcaismo linguistico rispondeva anche alle tendenze stilistiche e letterarie più recenti, che pendevano verso uno stile ampolloso e barocco, più vicino alle tendenze dell’asianesimo (basti pensare alle sententiae di Seneca o a Lucano) e che erano già state combattute da Quintiliano, in età flavia, con la riproposizione del modello ciceroniano, più equilibrato.

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Autore dell’unico romanzo latino a noi giunto completo, Apuleio è una personalità pienamente inserita nella Seconda Sofistica e nella tendenza arcaizzante della lingua latina.

Ma quello che interessò la cultura latina non fu un vero e proprio fenomeno di purismo linguistico: per i Greci, i grandi modelli dell’atticismo fornivano testi in cui veniva proposta una vera e propria lingua, gli scrittori latini, invece, dalla loro biblioteca di letteratura latina arcaica, potevano soltanto trarre figure retoriche, di suono, parole ricercate e dalla patina arcaica. Si trattava, dunque, non di un modello linguistico, ma piuttosto di una tendenza stilistica arcaizzante, che tuttavia cercava di rispondere al purismo della cultura greca contemporanea: non è un caso che anche un autore come Apuleio, romanziere e oratore ‘conferenziere’, pienamente inserito nella Seconda Sofistica, facesse sfoggio di virtuosismi linguistici in parole e stilemi latini arcaici.

Francesco Longobardi

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