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Trincea e “parola nuda”: Giuseppe Ungaretti

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trincea

La guerra in trincea caratterizza fortemente l’opera di Giuseppe Ungaretti e nella ricerca ungarettiana troviamo un originale uso della parola di cui il poeta recupera il valore assoluto. Questo atteggiamento, condizionato dai simbolisti francesi, con le conseguenti scelte linguistiche va alla ricerca di una parola, che per tempismo e carica semantica, assume un valore improvviso di folgorante illuminazione, e si identifica con l’attimo.

La trincea ispirò a Ungaretti le prime liriche scabre e spoglie, rispondenti all’atteggiamento della sua anima. Lo stesso Ungaretti ci motiva la necessità di abbracciare questo tipo di poesia:

“Di fronte alla morte nella trincea, in cui nacquero le poesie di “Allegria”, bisognava scrivere svelto, scrivere l’essenziale

Oltre che per questa ragione concreta, l’atteggiamento “quasi ermetico” nasce dalla volontà di rappresentare la condizione tragica dell’esistenza umana isolandosi in uno spazio interiore per prendere le distanze dalla pomposa retorica fascista. Ma vediamo come le parole essenziali di Ungaretti rimandino a molteplici significati e suggestioni nell’istantanea fruizione di alcuni componimenti più celebri del poeta.

Parole dalla trincea

trincea Ungaretti
Giuseppe Ungaretti durante il servizio militare

La raccolta poetica L’Allegria esprime soprattutto i sentimenti nati dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale come precarietà della vita, dolore, morte. La poesia del 1918 Soldati, tra le più celebri di Ungaretti, esprime essenzialmente lo stato d’animo sia del poeta, sia degli uomini in trincea, e la similitudine è drammatica: i soldati come foglie sospese tra la vita e la morte.

“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”

I versi brevi dal tono epigrammatico mettono in risalto l’inesorabile destino di morte che grava su ogni soldato. La poesia, in cui il titolo assume particolare importanza nella comprensione del componimento, è sfogo impotente dell’uomo sempre minacciato dalla morte nella guerra. La forma impersonale realizza un’atmosfera di indefinito e di fatalità, esprimendo lo stato d’animo del singolo soldato che può morire con un colpo di fucile, così come una foglia può cadere con un soffio di vento.

Il paragone tra esseri umani e foglie ha del resto una ricca tradizione letteraria, che impreziosisce i quattro versi di Soldati di echi e rimandi intertestuali che vanno dalla Bibbia all’Iliade omerica, dal sesto libro dell’Eneide di Virgilio fino ad un passo dell’Inferno dantesco, quando, nel terzo canto, Dante descrive come le anime dannate salgano sulla barca del nocchiero Caronte.

“Caron dimonio, con occhi di bragia

loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s’adagia.

Come d’autunno si levan le foglie

l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo

vede a la terra tutte le sue spoglie

similemente il mal seme d’Adamo

gittansi di quel lito ad una ad una,

per cenni come augel per suo richiamo.” (Dante Alighieri, Inferno, III, vv. 109-117)

La parola in Ungaretti si carica di una forza evocatrice che spesso si esprime con brevi ma calzanti similitudini; il “come” della poesia “Soldati” è ripreso, in posizione forte, anche nel componimento dal titolo ossimorico Allegria di naufragi:

“E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare”

Il viaggio, metafora della vita, è ripreso dal superstite che nonostante il naufragio non si arrende e ricomincia a navigare così come chi sopravvissuto alla guerra, felice, riprende a vivere; da questa vitalità deriva l’allegria del naufragio. Il Naufragio è metafora della guerra a cui Ungaretti è scampato.

L’allegria si riferisce al senso di ebbrezza e di gioia provato quando si sopravvive ad una tragedia, quando il pericolo è scampato; è un’allegria che però è dovuta passare attraverso il dolore e la disperazione della guerra. Con accuratezza lessicale la breve similitudine esprime il profondo desiderio di superare le difficoltà: nel naufragio universale della guerra e del dolore, si riafferma la forza della vita, l’uomo riprende il suo viaggio come per istinto.

Il valore della parola

Dopo la guerra il poeta ha continuato nell’opera intrapresa inaugurando un poetare tutto suo, teso alla ricerca dell’essenzialità dei sentimenti e delle espressioni, disadorno e, a volte, cerebrale ed oscuro. Con “L’Allegria” Ungaretti realizza originali analogie poetiche nell’atroce esperienza del dolore e della morte nella guerra di trincea.

Al desiderio di fraternità nella sofferenza si associa la volontà di trovare una nuova armonia con il cosmo, tutto culminate, sia per il tema che per il profondo significato cui rimandano le poche parole, nella poesia tra le più celebri del poeta Mattina:

“M’illumino

d’immenso”

Due parole, per la poesia più breve di Ungaretti, unite tra loro da fitti richiami sonori: l’idea di immenso scaturisce dall’impressione che cielo e mare, nella luce del mattino, si fondano in un’unica, infinita chiarità. Dopo la notte, il mattino rende al poeta l’immensità del creato.

È un’analogia, una forma di metafora accorciata, riferita alla comprensione improvvisa e illuminante del senso della vastità del cosmo, ma è soprattutto una sinestesia che accosta lo stimolo visivo e, in certo senso anche corporeo, della luce con l’immagine astratta ed esclusivamente concettuale dell’infinità. Ricorda un po’ il celebre verso finale de “L’infinito” di Giacomo Leopardi“e il naufragar m’è dolce in questo mare”, ma in questo verso era l’uomo che si immergeva nell’eternità, mentre nei versi ungarettiani è l’eterno che si immerge nell’uomo.

Con “Mattina“, Ungaretti realizza la formula più emblematica e radicale per esprimere il proprio atteggiamento poetico, che si fonda sulla fiducia nel “valore della parola” di fronte all’abisso scavato dalla guerra nella condizione umana.

Con uno stile che va a smontare le strutture metriche tradizionali, Il porto sepolto esprime una concezione magica della poesia che vede nell’ispirazione poetica la via per decifrare la verità e contemporaneamente la percezione che qualcosa della scoperta poetica vada irrimediabilmente perso, come nelle illuminazioni dei Simbolisti.

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

Dopo il momento dell’illuminazione della prima parte, dove la parola diviene magia che rivela al poeta qualcosa di sepolto negli abissi del proprio io, le righe finali affrontano il problema della perdita della piena rivelazione perché la poesia può comunicare solo un impercettibile frammento del segreto della vita: la parola poetica qui è strumento di indagine non razionale ma intuitiva.

Ungaretti e l’essenziale

trincea UngarettiLe poesie de “L’allegria”, così come in gran parte delle opere di Ungaretti, sono accomunate dall’elemento autobiografico e quindi segnate dall’ atroce esperienza in trincea. Questa raccolta, con la scansione in capitoli (Ultime, Il porto sepolto, Naufragi, Girovago, Prime), sembra narrare un romanzo in versi; con parole essenziali si narra l’esperienza della guerra durante la quale il tempo per scrivere era ridotto all’osso.

L’uso del verso libero modella l’espressione poetica sull’urgenza comunicativa dell’io, e, dunque, protagonista diviene senza alcun dubbio la parola che Ungaretti considera fondamentale nella scoperta dell’io stesso. Ungaretti approfondisce la parola nella sua purezza; essa deve essere qualcosa di ricercato perché si carichi dei tanti significati che può contenere.

Con testi brevi e “scarni” il poeta conferisce autonomia e libertà alle parole, le pause diventano un potente mezzo espressivo per focalizzare l’attenzione sul singolo vocabolo, sottolineandone l’impatto semantico e la forza comunicativa.

“L’Allegria” edita nel 1931 raggiunse la forma definitiva nel 1942; infatti le poesie che compongono la raccolta sono state oggetto di molte revisioni da Ungaretti, che le ha ritoccate continuamente dall’originaria raccolta “Allegria dei naufragi” pubblicata nel 1919 affinché  la “parola nuda”, nella poetica ungarettiana, ripulita di orpelli, aggettivi, articoli e punteggiatura diventi unità logica per l’intero senso dell’opera, e permetta al poeta di pervenire all’essenziale.

Dunque, oltre all’urgenza di scrivere nel bel mezzo della guerra, l’essenzialità della parola è per Ungaretti il risultato di una faticosa ricerca e di un assidua e sofferta meditazione, che concentra un intero mondo di immagini e sensazioni. Un’ umanità commossa, quella di Ungaretti, in cui fa corrispondere costantemente il tormento quotidiano dell’anima ai “tormenti formali”.

Maurizio Marchese

Fonti:

Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo, Mondadori, 2010

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