Home Medioevo Dante e la Firenze del '300 Esilio e letteratura: l’esilio di Dante nella Divina Commedia

Esilio e letteratura: l’esilio di Dante nella Divina Commedia

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Nel sesto capitolo del De remediis utriusque fortunae (1366) il poeta Francesco Petrarca parla del tema dell’esilio. Nell’ottica cristiana l’autore tende a vedere l’uomo esiliato come un individuo isolato che necessita di un viaggio per pulire la propria anima, ovvero il pellegrinaggio. Anche la letteratura medievale si ritrova immersa in questa matrice e alcuni autori, a causa di errori politici e sociali, saranno costretti a “pellegrinare”. Il più importante di questi è l’esilio di Dante Alighieri.

Firenze ai tempi di Dante

“E che? Forse non vedrò più altrove il sole e le stelle? Non potrò più cercare sotto ogni cielo la dolce verità se prima non mi renderò infame, anzi miserabile al popolo e alla città di Firenze? E nemmeno il pane mi mancherà.”

(Dante Alighieri)

esilio di Dante
Firenze

Tra il XII e il XIII il comune di Firenze fu il palconscenico più rappresentativo dello scontro tra la fazione dei guelfi (i sostenitori del papato) e i ghibellini (sostenitori dell’impero). Le varie famiglie della città iniziarono a rappresentarsi nei due partiti e Dante scelse di appoggiare quello ghibellino. Infatti, già nel libro III del De monarchia il poeta aveva mostrato come il potere imperiale e quello papale dovessero operare nei rispettivi ambiti, senza interferire tra di loro.

esilio di Dante
“Dante cacciato da Firenze” – particolare di una miniautra medievale

Alla fine del XII secolo i guelfi riuscirono a cacciare i ghibellini da Firenze, ma a causa di scontri interni si scissero in  neri e bianchi.

I primi volevano un controllo totale del papa sul comune di Firenze, i secondi invece desideravano un’autonomia maggiore dalla morsa del pontefice e non disdegnavano un intervento dell’imperatore in questioni importanti. Pur di evitare l’esilio Dante appoggiò la fazione dei bianchi, in quanto era contrario all’espansionismo del nuovo pontefice Bonifacio VIII.

Con la presa di Firenze nel 1301 da parte dei neri, il sommo poeta fu condannato alla confisca dei beni e al pagamento di un’ammenda. Rifiutandosi di pagare, Dante fu costretto a prendere la via dell’esilio poichè, qualora fosse tornato a Firenze, lo avrebbe atteso un’esecuzione pubblica e quindi la condanna a morte.

L’esilio di Dante nella Divina Commedia

esilio di Dante
Gustave Doré – Dante incontra Cacciaguida

Vero e proprio caleidoscopio di temi religiosi e politici, la Divina Commedia tratta anche dell’esilio di Dante.

Come già si è detto Dante è protagonista di un vero e proprio pellegrinaggio in quanto, per poter vedere il “sole e l’altre stelle, deve compiere un viaggio di purificazione volto a fargli lasciare ogni bene materiale e a rendere la sua anima pronta ad accogliere la bellezza emanata da Dio. Esempio lampante si trova nel secondo canto del Purgatorioqui Dante e Virgilio incontrano sulla spiaggia della montagna alcune anime che gli chiedono dove si trovino. Virgilio risponde:

Voi credete
forse che siamo esperti d’esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.

È la prima volta che Dante usa il termine peregrin e dà all’esilio un duplice significato: non è solo un qualcosa legato alla sfera individuale, ma anche all’umanità intera. Non è il solo saggio a doversi staccare dal mondo terreno per poter contemplare gli arcani significati del creato, ma anche tutti gli uomini.

L’espressione dell’esilio di Dante è invece affidato al XVII canto del Paradiso. Si tratta del penultimo dei quattro canti (dal XV al XVIII) in cui prende la parola Cacciaguida, un antenato del poeta discendente da una nobile famiglia e soldato nella seconda crociata. In questo ampio dialogo, dopo che il suo antenato ha celebrato gli antichi fasti di Firenze e ne ha tristemente constato la sua decadenza a causa delle lotte politiche interne, Dante gli chiede cosa il futuro gli riservi.

 […]

mentre ch’io era a Virgilio congiunto
su per lo monte che l’anime cura
e discendendo nel mondo defunto,

dette mi fuor di mia vita futura
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura;

per che la voglia mia saria contenta
d’intender qual fortuna mi s’appressa

[…]

Cacciaguida gli risponde che il suo destino sarà l’esilio e la durezza della condanna è espressa in due significative terzine:

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale

A Dante attende quindi una prova complessa da superare. Sarà costretto a rinunciare a tutte le cose e le persone a cui è legato (Tu lascerai ogne cosa diletta) e proverà il senso di estranietà quando si troverà in luoghi lontani dalla propria casa (Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui). Si sentirà un exul immeritus, un uomo ingiustamente condannato e costretto all’allontanamento.

Ma Cacciaguida ha per Dante anche buone notizie. Infatti, nonostante la condizione infelice, il ghibellin fugiasco avrà modo di conoscere gente pronta a concedergli asilo politico. Si tratta dei signori di Verona, Bartolomeo e Cangrande della Scala.

Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello;

ch’in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo

Dante tra il plutarchiano e l’ovidiano

esilio di Dante
Annibale Gatti – “Dante in esilio”

La Divina Commedia ci mostra in che modo sia concepito l’esilio di Dante. Sicuramente è di tipo ovidiano, ma a differenza di Ovidio o Du Fu non vaga in terre straniere ma nella stessa Italia, dove il fatto che venga parlata la lingua italiana (anzi, il volgare) non lo fa sentire tagliato fuori dal mondo e questo lo avvicina a Plutarco.

Possiamo allora parlare di un “esilio ibrido”, che si appoggia tra la malinconia verso la propria patria e la garanzia di non sentirsi estraneo in nessun luogo. Forte di questo atteggiamento Dante riuscirà a mantenere un atteggiamento in parte positivo e lo dimostra anche in un’epistola inviata a Cino da Pistoia, anch’egli esiliato.

Inoltre, fratello carissimo, ti esorto alla prudenza, per mezzo della quale puoi sopportare i colpi della Ramnusia (Nemesi). Leggi attentamente, ti prego, I rimedi delle cose fortuite, che da Seneca, il più insigne dei filosofi, ci sono elargiti come da un padre ai figli, e dalla tua sana memoria non sfugga quel detto che dice: «Se foste stati del mondo, il mondo amerebbe ciò che è stato suo.

Ciro Gianluigi Barbato

Bibliografia

Dante Alighieri – Purgatorio, canto secondo (v. 61-63)La nuova Italia

Dante Alighieri – Paradiso, canto sedicesimo (v 19-26/55-60/70-75) – La nuova Italia

Sitografia

Epistola di Dante a Cino da Pistoia

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