Quarto Potere: l’analisi del film cult di Orson Welles

Quarto Potere (Citizen Kane) è un film del 1941, diretto dal regista Orson Welles. Ad oggi considerata una pietra miliare nella storia del cinema, la pellicola cristallizza l’ascesa di un autore impareggiabile ad Hollywood. Ecco l’analisi del film, delle sue novità e delle sue tematiche.

Orson Welles: l’enfant prodige di Hollywood

Orson Welles nasce il 6 maggio 1925 a Kenosha, in Wisconsin. L’autore riceve un’educazione stravagante e non convenzionale. Nato da una famiglia benestante, dimostra fin da bambino un notevole talento per la recitazione e la regia. La madre è una pianista e introduce il giovane Welles a Shakespeare e ai grandi classici. Il regista studia all’Università di Harvard e consolida la sua fama di bambino prodigio con la carriera teatrale e la sua attività nel gruppo Mercury Theatre.

L’approdo al cinema arriva il 21 luglio del 1939, quando Orson Welles firma unQuarto Potere, Orson Welles contratto senza precedenti con la RKO. É probabile che la compagnia abbia voluto conferire al regista una quasi completa autonomia per assicurarsi un nome prestigioso nel palinsesto e poter così competere con le grandi majors. L’esordio cinematografico di Welles arriva nel 1941 quando il regista, a soli venticinque anni, firma uno dei più grandi capolavori del cinema mondiale: Quarto Potere.

In effetti, la tanto agognata libertà conquistata grazie al contratto con la RKO gli si ritorse contro quasi subito. Il grande magnate della stampa William Randolph Hearst, vedendo nel personaggio di Charles Foster Kane una sua caricatura, ingaggiò una battaglia senza precedenti contro la pellicola. Alla sua uscita, il film fu un grande insuccesso per il pubblico. L’anno successivo, Welles dirige la sua opera seconda, L’orgoglio degli Amberson, decretando la sua disfatta. Dopo l’uscita, la RKO lo licenzia definitivamente.

Welles continuò tuttavia a lavorare nel cinema, come regista e attore. Ostracizzato da Hollywood, a causa anche della campagna negativa ingaggiata contro di lui da Hearst, l’autore fu costretto a finanziare in maniera indipendente le sue successive pellicole. Tra queste ricordiamo: La Signora di Shangai (1947), L’infernale Quinlan (1958), Il Processo (1962). In continuità con il suo percorso teatrale si pongono i film tratti direttamente da Shakespeare, tra cui Macbeth e Otello, del 1948 e 1952. La sua ultima apparizione come attore avviene nel film Transformers: The Movie del 1986.

Nonostante l’esclusione da Hollywood e il duro colpo subito dalla sua carriera, Orson Welles viene oggi ricordato come uno dei più grandi registi della storia. La sua figura viene già recuperata, insieme a tante altre, dagli autori della Nouvelle Vague. Riceverà poi l’Oscar alla carriera nel 1971. La sua fama aumenta notevolmente dopo la sua morte, avvenuta il 10 ottobre 1985.

Quarto Potere: l’analisi del film

Con il suo esordio cinematografico, Orson Welles inaugura un modo di narrare inedito, trasgredendo implicitamente tutte le regole del cinema classico. Quarto Potere risulta ancora oggi un film estremamente moderno, sia dal punto di vista tematico che drammaturgico. La sceneggiatura è scritta dallo stesso Welles, in collaborazione con Herman Jacob Mankiewicz, mentre la produzione è affidata alla compagnia del Mercury Theatre. Vediamo più nel dettaglio le caratteristiche del film.

Trama

Quarto Potere racconta la vita del magnate Charles Foster Kane, interpretato dallo stesso Orson Welles. La storia si svolge in una serie di flashbacks retrospettivi che narrano le vicende a ritroso, attraverso una serie di testimonianze dei personaggi che lo conobbero in vita.

Il film inizia con il momento della morte di Kane e il pretesto della narrazione non è altro che la misteriosa parola da lui pronunciata in extremis: “Rosabella”. Un giornalista cerca quindi di ricostruirne il senso attraverso i racconti della sua carriera e delle sue relazioni. Ciò che emerge della figura di Kane è il ritratto complesso e contraddittorio di un uomo in perenne lotta tra potere e vulnerabilità, tra pubblico e privato. L’enigma verrà risolto soltanto nell’epilogo del film, quando il giornalista ha ormai rinunciato. Il climax finale porta lo spettatore alla scoperta del significato della parola “Rosabella”: nient’altro che il nome di una slitta che Kane aveva da bambino.

“Un labirinto senza centro”: la lettura di Borges di Quarto Potere

“Un labirinto senza centro” è l’espressione usata da Borges per descrivere Quarto Potere nella recensione su El Sur scritta nell’agosto del 1941. Si tratta di una combinazione di parole particolarmente utile alla comprensione del senso di un film che si presenta come una complessa ricostruzione per frammenti. La pellicola, in effetti, assomiglia proprio ad un labirinto in cui tutte le strade cercano di condurre al centro: il mistero di Rosabella.

La narrazione in Quarto Potere si snoda intorno ad una struttura chiaramente prismatica, in cui il compito dello spettatore è proprio quello di rimettere insieme i pezzi. Il racconto, come già accennato, si svolge attraverso le testimonianze di una serie di personaggi, che assumono quindi il ruolo di narratori diegetici. La lettura di Borges parte in primis dalla dimensione esistenziale e simbolica del film. Attraverso la vita di Kane, Welles mette in scacco la storia americana e l’ideologia del New Deal, di cui il protagonista rappresenta il simulacro.

Oppressivamente, infinitamente, Orson Welles esibisce frammenti della vita dell’uomo Charles Foster Kane e ci invita a combinarli e a ricostruirlo. […] Alla fine comprendiamo che i frammenti non sono retti da una segreta unità: l’aborrito Charles Foster Jane è un simulacro, un caos di apparenze. [1]

La dilatazione dello spazio della narrazione opera nella volontà di Welles di estendere i confini della vicenda, da personale a storica. La vita di Kane, così legata alla perdita dell’infanzia, diventa il simbolo della perdita dell’innocenza americana. Così come l’America ha sacrificato la sua purezza ai pionieri di Wall Street, la madre del protagonista affida il figlio al tutore-banchiere Tatcher. La ricerca spietata del potere da parte di Kane riassume la tragicità della mancanza e si traduce nel suo opposto: una fragilità intima e nascosta.

Il prologo e l’epilogo: l’istanza narrante in Quarto Potere 

In Quarto Potere, Welles mette in luce il lavoro di scrittura attraverso la manifestazione di una volontà organizzatrice esterna che orienta la lettura e fornisce allo spettatore il disegno completo del puzzle. In questo senso, il prologo e l’epilogo del film risultano esplicitamente collegati tra loro, in una chiusura metaforica del labirinto. È qui che interviene un’entità superiore ai narratori interni al film: l’istanza narrante.

Il prologo si compone di venti piani e presenta una cesura dopo l’undicesimo, con il passaggio dall’esterno all’interno del castello di Xanadu. La transizione dal registro descrittivo a quello narrativo è enfatizzata dal sovrapporsi delle inquadrature e dalla ripetizione di strutture tra loro simili sul piano figurativo. È chiara quindi la presenza di un principio organizzativo della narrazione che intende orientare lo spettatore attraverso le immagini. Tutta la prima parte del prologo fino alla cesura dispone linee e volumi in maniera ordinata, mantenendo le posizioni sempre nello stesso punto del quadro.

La seconda parte è quella in cui l’istanza narrante si fa ancora più importante, nel rapporto che instaura con Kane. Le immagini a partire dall’undicesimo piano sono tutte fortemente segnate dalla visione soggettiva del protagonista ed è proprio qui che viene posto l’enigma del film. L’inquadratura della neve che invade lo schermo sembra riportare il piano all’esterno ma un movimento di macchina all’indietro ci svela che non si tratta nient’altro che di una boccia di vetro. A questo punto interviene il particolare[2] della bocca di Kane, che ancora non conosciamo, mentre pronuncia la misteriosa parola: Rosabella. Così facendo, Welles amplifica il carattere enigmatico dell’intera sequenza, celando non soltanto il senso dell’enigma ma anche il volto del suo protagonista.

L’epilogo di Quarto Potere è speculare rispetto al prologo e si caratterizza per un uso rovesciato dei materiali che abbiamo appena visto. Il finale va in direzione opposta: si apre all’interno per terminare all’esterno del castello. Si tratta di sette piani conclusivi, a cui il regista affida il compito di chiudere il cerchio e di risolvere l’enigma. Questo, però, non viene risolto dai personaggi della diegesi. È l’istanza narrante a rivelarlo, soltanto a noi spettatori. Il giornalista ha ormai rinunciato, mentre un movimento di macchina in avanti interviene a mostrarci una slitta con sopra scritto “Rosabella”. Si tratta di un momento rivelatore che può provenire soltanto da un narratore esterno e onnisciente.

Welles costruisce i momenti iniziali e conclusivi del film attraverso un sapiente gioco di ripetizioni e rovesciamenti, rendendo evidente il lavoro di scrittura e la significazione del racconto.

Il piano-sequenza e la profondità di campo in Quarto Potere

In questo quadro, due sono le soluzioni tecniche privilegiate da Welles: piano-sequenza e profondità di campo. Si tratta di due strategie testuali in aperta contraddizione con i dettami del cinema classico e che vengono a costruire una continuità necessaria tra la forma e il significato del film.

Quarto Potere

Se è vero che il montaggio è l’elemento costitutivo del cinema in quanto conferisce ritmo allo spazio, l’uso della ripresa in continuità non è di certo casuale. Si definisce piano-sequenza un tipo di tecnica cinematografica che esaurisce un intero episodio narrativo senza stacchi di montaggio. Secondo Bazin, il piano-sequenza privilegia la continuità del reale in opposizione alla coercizione del montaggio classico. La scelta di Welles è particolarmente significativa e in accordo con la dimensione labirintica del film. Tale procedimento comporta una diversa fruizione da parte dello spettatore, che non è più guidato alla lettura dalla successione dei piani ma è libero di muoversi nell’immagine, costituendo il proprio montaggio personale.

Questo discorso teorico coinvolge anche quella che viene chiamata profondità di campo. Per messa in scena in profondità si intende, dal punto di vista fotografico, la disposizione di oggetti e personaggi su più piani in cui tutti gli elementi sono perfettamente a fuoco. Allo stesso modo della ripresa in continuità, l’immagine in profondità permette allo spettatore di focalizzarsi dove vuole, guardando gli elementi interagire contemporaneamente all’interno del piano.

Non è esagerato dire che Quarto Potere non è concepibile che in profondità di campo. L’incertezza in cui si resta a riguardo della chiave spirituale o dell’interpretazione è iscritta nel disegno stesso dell’immagine. [3]

Welles, però, non si limita a questo. Al ricorso ossessivo alla ripresa in profondità si aggiungono le angolazioni dal basso e l’uso del grandangolo, con la messa in campo dei soffitti. Le inquadrature di Kane mettono in evidenza tutta l’ambiguità del personaggio, diviso tra potere e debolezza. Se da una parte le angolazioni dal basso verso l’alto servono a porre il protagonista in una posizione di superiorità, dall’altro le superfici degli interni lo schiacciano, dando vita a spazi oppressivi. In questo modo, Welles riesce a inscrivere nell’immagine stessa il senso di grandezza e insieme di sconfitta vissuti da Kane.

La modernità della narrazione e dello stesso disegno formale del film rendono Quarto Potere uno dei più grandi film della storia del cinema, nonché una grande lezione di regia per gli autori di tutte le epoche.

Martina Pedata

Note e Bibliografia

[1] E. Cozarinsky (a cura di), Borges al cinema, Il Formichiere, Milano 1979, pp.58-59.

[2] Si definisce particolare l’inquadratura di una parte specifica del volto o del corpo umano. Differisce dal dettaglio, che è invece il piano ravvicinato di un determinato oggetto.

[3] André Bazin citato in: Paolo Bertetto (a cura di), Introduzione alla storia del cinema, Autori, Film, Correnti, Utet, Torino 2012, p. 134.

Gianni Rondolino, Dario Tomasi, Manuale del film, Linguaggio, Racconto, Analisi, Utet, Torino 2018.

Massimo Moscati, Breve storia del cinema, Bompiani, Torino 2017.

Giulia Carluccio, La materia di cui sono fatti i sogni. Monologo, soggettività e onirismo in Quarto Potere, in Sandro Bernardi, Paolo Bertetto, Giulia Carluccio, Francesco Casetti, Giorgio De Vincenti, Mauro Di Donato, Veronica Pravadelli, Giorgio Tinazzi, Dario Tomaso, Vito Zagarrio, L’interpretazione dei film, Undici capolavori della storia del cinema, Marsilio Editori, Venezia 2018.