Ippia, protagonista di due dialoghi platonici

Tra le opere di Platone, la tradizione attribuisce a due di esse i nomi di Ippia Maggiore e Ippia Minore. Come le altre opere platoniche, sono due dialoghi nei quali interlocutore di Socrate è Ippia di Elide. In questo articolo analizziamo entrambi i testi.

Posizione dell’Ippia Maggiore e dell’Ippia Minore nel corpus platonico

Ippia
Ricostruzione del volto di Socrate sulla base delle sue statue di marmo. Fonte: Wikimedia Commons.

Il filosofo platonico Trasillo colloca L’Ippia Maggiore e L’Ippia Minore al venticinquesimo e al ventiseiesimo posto nell’elenco dei dialoghi platonici. Inoltre, secondo questo elenco essi fanno entrambi parte della settima tetralogia. Cioè, dato che Trasillo raggruppa i dialoghi platonici in sottoinsiemi da quattro, questi due testi fanno parte del medesimo sottoinsieme.

In effetti, quest’ordine non trova giustificazione per ciò che concerne il contenuto delle due opere. Infatti, non vi è qui alcun legame narrativo, come avviene ad esempio nella prima tetralogia, che inizia con l’avanzata di Socrate verso il tribunale nell’Eutifrone e si conclude con la sua condanna a morte e l’ingerimento della cicuta nel Fedone. Inoltre, non riscontriamo qui nemmeno un legame contenutistico, come avviene ad esempio tra Il Parmenide e Il Teeteto. Infatti, questi due dialoghi non fanno parte della stessa tetralogia. Ma è comunque palese il legame che Platone progetta tra i due.

In effetti, argomento dell’Ippia Maggiore è il concetto di bello, mentre quello dell’Ippia Minore è il concetto di falso. Così, l’unico elemento comune, oltre alla presenza di Socrate e Ippia, è una critica al sofismo. Ma questo è un punto presente in molti dialoghi platonici che sottolinea la differenza tra il metodo socratico e quello proprio dei sofisti.

Chi è Ippia?

Anche se i due dialoghi hanno il nome di Ippia Maggiore e Ippia Minore, non dobbiamo credere che questi sono due personaggi distinti. Ma neanche che il primo dialogo è più importante del secondo per contenuto o per stile. Infatti, il motivo per cui troviamo nel nome l’aggiunta di “maggiore” e “minore” è solo perché il primo dialogo è più lungo del secondo. In effetti, sembra che Platone abbia scritto l’Ippia Minore per primo. Dunque, questi nomi non indicano neanche un ordine cronologico riguardo alla loro composizione.

Ma torniamo a Ippia. In effetti, sappiamo che è ai tempi di Socrate un famoso sofista originario dell’Elide. Infatti, è bene precisare che questo Ippia non ha nulla a che fare con l’Ippia che prende il potere ad Atene ed è fratello di Ipparco. Tale precisazione non va sottovalutata, visto che un dialogo platonico si chiama Ipparco e fa riferimento alla coppia di fratelli governatori di Atene. Insomma, la confusione a tal riguardo è legittima.

Invece, Ippia di Elide scrive molte opere e viaggia molto. Infatti, egli è convinto che le persone colte di ogni città godono dello stesso rispetto. Tuttavia, nessuna delle sue opere è giunta fino a noi e tutto quello che sappiamo di lui è tramite fonti indirette come i dialoghi platonici. In effetti, sembra che Ippia favorisca alla retorica la mnemotecnica, l’arte della memoria di tipo enciclopedico, e ciò sembra presente nell’Ippia Maggiore.

Le circostanze descritte nell’Ippia Maggiore e Minore

Innanzitutto, nell’Ippia Maggiore il dialogo inizia senza particolari indicazioni. In effetti, quello che si evince è l’incontro casuale di Socrate e Ippia. L’unica informazione che riceviamo è che Socrate è sorpreso di vedere Ippia, in quanto egli manca da Atene da molto tempo, e Ippia spiega che Elide lo manda spesso come ambasciatore in diverse città.

Invece, nell’Ippia Minore troviamo una circostanza meglio delineata. Infatti, Ippia è in visita ad Atene e in uno dei ginnasi della città pronuncia un discorso su Omero che riceve un grande plauso. Così, Socrate chiede a Ippia delle delucidazioni, in quanto il suo ascolto suscita delle perplessità nell’anziano Ateniese, che inizia così la riflessione del dialogo.

In effetti, a differenza di molti dialoghi in cui Socrate riesce nel suo tentativo di persuasione dell’interlocutore, in queste opere lo scenario è diverso. Cioè, Ippia appare una persona molto sicura delle sue idee. Anche se asseconda Socrate nelle sue analisi, non ha intenzione di cedere sulle sue posizioni. Insomma, se Ippia compare in due dialoghi forse è proprio per questa sua forte caratterizzazione, almeno in quanto personaggio.

L’Ippia Maggiore

Nell’Ippia Maggiore, come anticipato, Ippia spiega che Elide lo vuole spesso come ambasciatore. Così, Socrate gli chiede quale città lo ha apprezzato di più, e butta a indovinare su Sparta. Ma egli risponde che non è così. Infatti, gli Spartani lodano molto le sue capacità. Ma la legge di quella città impedisce che uno straniero educa i giovani Spartani. Perciò, lì non ha guadagnato nulla. Tuttavia, gli Spartani considerano belle le sue lezioni sulle genealogie dei governatori delle città. Così, Socrate gli chiede delucidazioni sul concetto di bello, ed egli risponde subito che “il bello è una bella ragazza”.

Ma Socrate risponde che se una ragazza è bella, ci deve essere una causa della sua bellezza. Inoltre, bello è anche una bella cavalla, o una bella lira, o una bella pentola. Infatti, forse sembra strano porre sullo stesso piano una ragazza, una cavalla e una pentola. Però è chiaro che la più bella delle scimmie è brutta paragonata a qualsiasi ragazza, e così una pentola. Inoltre, alcuni artisti pongono nelle statue delle parti di pietra e non di avorio. Eppure, l’avorio è considerato in generale più bello della pietra. Dunque, il problema è considerare in quale contesto una determinata cosa è bella. Infatti, se la bellezza coincide anche con ciò che è più conveniente, un mestolo di legno risulta più bello di uno di ferro, in quanto facilita di più l’atto del mangiare.

Il bello, il conveniente, l’utile, il piacere

Dunque, la domanda diviene se il conveniente è ciò che fa apparire le cose belle, ciò che le fa essere belle, o nessuna delle due. Per Ippia, è più esatta la prima ipotesi, dato che le persone hanno diverse opinioni su cosa è bello. Ma questo è segnale che tale definizione non permette la conoscenza della natura del bello, perché esso non corrisponde al conveniente.

Così, Socrate propone un’altra ipotesi, cioè che il bello è l’utile. Infatti, se una cosa non ha utilità è giudicata brutta. Quindi, la potenza è una cosa bella e l’impotenza una cosa brutta. Ma l’utilità e la bellezza sono tali anche quando sono in funzione di azioni malvagie, o solo con azioni buone? In effetti, questo punto non è importante, in quanto ciò che importa è che bello e utile coincidono. Tuttavia, il bello è causa del bene, dato che il bello deriva da ciò che è vantaggioso. Dunque, se tra bello e causa vi è un rapporto di causa ed effetto, essi non sono la stessa cosa.

Così, abbiamo una terza ipotesi. Cioè, che il bello è il piacere, il quale è provocato dall’udito e dalla vista di cose piacevoli. Ma anche questa ipotesi appare inesatta, in quanto queste cose risultano belle in riferimento al senso della vista e dell’udito nel loro insieme, e non per le cose considerate singolarmente. Così, il dialogo trova conclusione, senza che i due interlocutori raggiungano un punto su cui concordare.

L’Ippia Minore

L’Ippia Minore, come anticipato, presenta Socrate che incontra il suo interlocutore dopo che ha trattato in pubblico di Omero. Così, l’anziano Ateniese trae da ciò lo spunto per una riflessione intorno al concetto di falso. Infatti, Socrate ha inteso che Achille viene descritto come un uomo diverso da Ulisse, al quale viene comparato. Cioè, Omero illustra Achille come il migliore tra tutti gli eroi giunti a Troia, mentre Ulisse come il più astuto. Infatti, Achille è sincero e privo di doppiezze. Invece, Ulisse è un mentitore.

Perciò, Socrate chiede se i mentitori sono tali in quanto stupidi o intelligenti. La risposta è la seconda, in quanto sono consapevoli, oltre che sapienti nell’arte dell’inganno. Dunque, un uomo incapace di mentire e ignorante non può essere bugiardo. In effetti, il buon mentitore è proprio chi ha una buona conoscenza. Cioè, ad esempio, il miglior mentitore in ambito astronomico è chi ha già un’ottima conoscenza dell’astronomia, o in geometria chi ha ottime conoscenze delle figure geometriche. Ma chi ha ottime conoscenze, sa anche dire le cose più vere. Quindi, il mentitore è al contempo quello che dice le cose più vere.

Così Ippia schernisce Socrate, che ingarbuglia il discorso per giungere al risultato che desidera. Ma al tempo stesso afferma che questo argomento non tocca il problema della superiorità di Achille rispetto ad Ulisse. Invece, Socrate riprende il discorso su questo punto.

Achille e Ulisse

Ippia
Ulisse e Aiace litigano su chi deve possedere le armi di Achille dopo la sua morte. Fonte immagine: Lookandlearn.com.

Dunque, Socrate afferma che Achille si contraddice nell’Iliade. Infatti, l’eroe afferma di voler tornare a casa quando Agamennone prende possesso della sua schiava preferita. Eppure, sempre nell’Iliade si dice che Achille non fa alcun preparativo per andarsene. Inoltre, inganna Ulisse, dicendogli che sarebbe salpato all’alba, mentre ad Aiace afferma che sarebbe rimasto per impedire l’avanzata di Ettore.

Però Ippia sostiene che se Achille si rivolge ad Aiace in modo diverso rispetto ad Ulisse lo fa in maniera non intenzionale. Perciò, Socrate ribatte che Achille è inferiore a Ulisse, in quanto agisce senza essere consapevole di ciò che fa.

Ma Ippia dice che è l’esatto contrario. Infatti, le leggi puniscono in modo più severo chi agisce con coscienza rispetto a chi fa le cose senza averla. Dunque, Socrate chiede se nella corsa il peggior corridore è chi corre lento involontariamente o chi corre lento di proposito. Così, Ippia conferma che è peggiore chi lo fa di proposito. Dunque, dice Socrate, dato che la corsa è un’azione, ne viene che qualsiasi azione involontaria è meno grave di un’azione volontaria sbagliata.

Conclusione

Nel caso della giustizia, essa è o un potere dell’anima o una scienza. Ma in ogni caso, è evidente che chi ne possiede di più agisce meglio di chi è ignorante. Però, dato che giustizia è coscienza di agire bene o male, è evidente che l’anima che agisce in modo cosciente, cioè con giustizia, agisce bene o male sempre in modo cosciente. Invece, chi non ha giustizia, commette il male senza saperlo. Quindi, chi commette le azioni più malvagie è l’uomo buono. Tuttavia, Ippia non approva questa conclusione di Socrate, il quale anch’egli afferma di non essere soddisfatto da questa conclusione.

Luigi D’Anto’

Bibliografia

Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Bompiani 2000.

Sitografia

Riflessione sull’Ippia maggiore in questo video Youtube con M. Migliori: https://www.youtube.com/watch?v=V0v7vwlCvBE

Nota: l’immagine di copertina è ripresa da Getarchive.net.

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