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La schiavitù in America: quando iniziò? La sua storia

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schiavitù in America

La schiavitù in America era in uso sin dai tempi delle colonie britanniche. Soprattutto negli Stati del Sud, per ragioni economiche la necessità degli schiavi per le piantagioni era maggiore. La condizione di vita di questi uomini e queste donne era terribile, per questo spesso tentavano di fuggire o ribellarsi. Gli schiavi combatterono nella Rivoluzione Americana, che fu un momento importante di presa di coscienza nazionale sulla loro condizione.

Cos’è la schiavitù?

La schiavitù è la condizione di asservimento di un uomo ad un altro uomo, che ne è il proprietario. La schiavo non è libero di decidere da sé del proprio tempo e delle proprie azioni, è completamente soggetto alle decisioni del suo padrone.

La schiavitù era presente in tutte le società antiche, anche, anzi, soprattutto, in quelle più complesse e civilizzate. Egizi, Greci, Romani, furono tutte civiltà che fecero largo uso della schiavitù. Le ragioni per le quali si diventava schiavi potevano essere diverse, generalmente gli schiavi erano gli sconfitti in battaglia o catturati in uno scontro, oppure si poteva diventare schiavi per insolvenza di un debito. Nell’antica Roma oltre ai liberi e agli schiavi esistevano anche i liberti, cioè ex-schiavi che avevano guadagnato la libertà riscattandosi, però la loro condizione rimaneva inferiore a quella degli uomini liberi.

Nel Medioevo la schiavitù non cessò, anzi è durante questo periodo che si iniziò ad usare la parola “schiavo”. Nel basso Medioevo però, ci fu un passaggio importante: quello da “schiavo” a “servo”, cioè le condizioni di vita materiale non cambiavano, i servi erano sempre socialmente al di sotto dei loro signori, ma non erano più considerati un oggetto di cui disporre a piacimento, si era compiuto un piccolo passo in avanti. Questo in Europa, perché quando si può dire conclusa la schiavitù in nel Vecchio continente gli europei non esitarono ad utilizzarla nel Nuovo Mondo.

Quando inizia la schiavitù in America?

L’uso sistematico della schiavitù in America Settentrionale iniziò nel XVII secolo. Il primo arrivo sulle sponde Nordamericane, più precisamente in Virginia, di neri esplicitamente da sfruttare come forza lavoro risale al 1619. Ma per capire appieno questo dato dobbiamo fare un passo indietro e collegarlo ad un altro fenomeno, più ampio: il commercio triangolare.

Questo tipo di commercio si chiama triangolare perché fa capo a tre continenti: Europa, Africa e America. Gli Stati europei importavano materie prime e metalli preziosi dalle colonie americane, che poi esportava come prodotti finiti. Tessili e altri manufatti di bassa qualità erano inviati in Africa in cambio di schiavi, i quali a loro volta erano diretti in America in cambio dei metalli e prodotti agricoli, gli stessi per cui serviva il lavoro schiavile. In un primo momento le potenze europee sfruttarono le popolazioni locali, soprattutto in Sud America con gli Indios. Sul finire del XVI secolo il lavoro, le malattie e gli europei stessi decimarono le popolazioni locali. A questo punto si importò manodopera dall’Africa.

schiavitù in America
volantino che pubblicizzava la vendita di schiavi

Gli schiavisti praticavano scambi soprattutto con le colonie spagnole e portoghesi, quindi con il Sud America, dove c’era una maggiore concentrazione di piantagioni e coltivazioni intensive. Circa il 4 % degli schiavi era destinato al Nord America. Di questo 4% la maggior parte veniva sfruttata nelle colonie del Sud per ragioni economiche, infatti, analogamente a quanto avveniva nel continente, anche nelle colonie, il Sud era quello che aveva bisogno di maggior manodopera per la propria economia basata su coltivazioni intensive e piantagioni. Ciò non vuol dire che il Nord non conoscesse la schiavitù, soprattutto nelle grandi città, ad esempio Boston aveva una percentuale di schiavi tra il 20 e il 25 %.

Come arrivavano gli schiavi in America?

Gli europei non catturavano materialmente gli schiavi. Nella maggior parte dei casi erano razziatori arabi o africani che attaccavano villaggi, oppure si diventava schiavi per condanna o per debito. Dalle zone interne si spostavano i prigionieri verso le zone costiere, dove c’erano gli empori. Lo spostamento avveniva incatenati e sotto i colpi di frusta, già in questa fase si avevano i primi morti: i più deboli infatti non sopravvivevano alla lunga marcia. Una volta giunti a destinazione venivano messi in un recinto in attesa di essere venduti a qualche agente delle compagnie europee o qualche capitano di una nave negriera.

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Ma la parte più difficile era la traversata: le navi erano riempite al massimo e lo spazio sfruttato il più possibile. Gli uomini erano incatenati, le donne e i bambini no. Ricevevano cibo una volta al giorno, a volte venivano forzati a fare movimento, obbligati anche con la frusta. Altre volte, quando non era bel tempo o c’era pericolo di ammutinamento, rimanevano sottocoperta anche per settimane intere. A causa della dieta povera, delle scarse condizioni igieniche e del sovraffollamento la mortalità era molto alta, soprattutto per malattie come lo scorbuto e la dissenteria. Si ritiene che circa il 10% degli schiavi sia morto nella tratta transoceanica.

Pochi giorni prima dell’arrivo i pasti diventavano più abbondanti, agli uomini venivano tagliate barba e capelli. Poi si procedeva all’asta e gli acquirenti esaminavano la “mercanzia” in mostra. A volte le famiglie venivano vendute insieme, altre volte separate. Una volta concluso l’affare gli schiavi erano marchiati a fuoco con le iniziali del padrone.

Gli schiavi si ribellavano?

Chi era catturato e venduto come schiavo cercava di ribellarsi, di scappare dalla nuova condizione in cui si trovava. Durante la traversata atlantica erano frequenti le rivolte contro l’equipaggio, spesso gli uomini erano aiutati dalle donne, che avevano più possibilità di movimento, ma il tentativo di ribellione era quasi sempre represso con punizioni terribili e cruente. Quando la rivolta riusciva i prigionieri non erano in grado di governare una nave e orientarsi nell’oceano e morivano di fame e sete.

Una volta giunti a destinazione gli schiavi non perdevano la speranza di tronare in libertà. Sono molte le rivolte nella storia della schiavitù in America. Una delle principali è nota comeStono Ribellion, dal nome del fiume Stono nella Carolina del Sud lungo il quale marciò il gruppo di ribelli. Nel 1739 uno schiavo chiamato Jemmy diede inizio alla ribellione contro i bianchi e, dopo aver ucciso due guardiani della piantagione, il suo gruppo si avviò seguendo il fiume verso la Florida spagnola. Lungo il tragitto incontrarono altri schiavi che invitarono ad unirsi a loro. Alla fine i ribelli furono catturati e alcuni di loro uccisi. Le autorità, per prevenire una nuova ribellione vararono alcune leggi che impedivano l’assembramento, l’istruzione e la (relativa) libertà di movimento degli schiavi.

O ancora nel 1800 in Virginia un giovane schiavo che lavorava come fabbro, Gabriel Prosser, guidò un’altra sommossa. Egli organizzò un’insurrezione armata, ma il piano fu scoperto e lui e altri organizzatori vennero processati e impiccati. In seguito a questo episodio anche la Virginia inasprì ancor di più le leggi sugli schiavi. Altre rivolta ci furono nel 1811 in Louisiana, nel 1822 a Charleston, nel 1831 a Southempton, senza contare i tentativi individuali di chi disperatamente cercava di riprendersi la propria libertà.

La Rivoluzione e la schiavitù in America

Le colonie britanniche, come si è detto, sfruttavano il lavoro schiavile. Non soltanto importavano nuovi schiavi dell’Africa ma si assicuravano che i figli degli schiavi già presenti sul territorio rimanessero anch’essi nella stessa condizione. Un esempio di legislazione in tal senso è la legge emanata in Virginia nel 1662 in base alla quale la condizione del figlio dipendeva da quella della madre: se la madre era una donna libera il bambino era libero, se la madre era una schiava era anch’egli uno schiavo.

Ai tempi della Rivoluzione americana una fetta importante della popolazione delle colonie era composta da schiavi soprattutto al Sud: il 40% nella Virginia e il 69% nella Carolina del Sud.

La Rivoluzione fu un fattore molto importante per la presa di coscienza nazionale sulla schiavitù. La retorica antibritannica accusava gli inglesi di trattare le colonie americane come schiavitù, affermare ciò e al contempo possedere degli schiavi era ipocrisia. In più molti schiavi combatterono per causa rivoluzionaria.

Chi credeva realmente negli ideali rivoluzionari si batté contro la schiavitù, altri invece ritenevano la schiavitù una componente necessaria dell’economia. Perché la schiavitù in America continuasse ad esserci bisognava trovare una nuova giustificazione. In questo periodo nasceva l’idea dell’inferiorità innata nella razza nera.

Dopo la nascita degli Stati Uniti, negli Stati del Sud continuarono ad esserci schiavi nelle piantagioni, quelli del Nord promossero la liberazione degli schiavi, anche se spesso questa era graduale. Nello stato di New York, per esempio, chi era nato dopo il 1799 era considerato uomo libero solo dopo i 25 anni per gli uomini, 28 per le donne.

Quando finì la schiavitù in America?

Nel XIX secolo, la richiesta di cotone aumentò, grazie anche alla rivoluzione industriale. Nel 1808 il Congresso aveva varato una legge per vietare la tratta con l’Africa. Questo divieto però, sommato alla crescente richiesta di manodopera per le coltivazioni di cotone aumentò la pressione sugli schiavi “interni”. Iniziò un periodo di migrazione forzata verso Sud, una tratta interna dagli stati in cui i neri erano liberi verso stati in cui erano schiavi. Si calcola che tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento siano stati deportati circa un milione di schiavi.

Negli anni Trenta dell’Ottocento nacquero movimenti di protesta che richiedevano l’abolizione della schiavitù, non solo sulla carta ma di fatto. Esponente del movimento abolizionista era W.L.Garrison, fondatore del giornale Liberator. Altri nomi importanti furono Frederick Douglass, scrittore, nato in schiavitù raccontò la sua storia in un’autobiografia, e Harriet Beecher Stowe che scrisse La capanna dello zio Tom, con cui polemizzava contro le leggi sugli schiavi fuggiaschi.

schiavitù in America

La schiavitù in America fu una delle cause scatenanti della Guerra Civile Americana. Il Nord si proclamava antischiavista, il Sud era a favore del sistema schiavile. La guerra si concluse con la vittoria del Nord nel 1865.

Nel 1863 Lincoln aveva emanato un proclama di emancipazione degli schiavi che però non aveva effetto sugli Stati Confederati (gli Stati del Sud). La fine della schiavitù fu però ufficializzata con la ratifica del tredicesimo emendamento approvata dal Senato nel 1864 e dalla Camera nel 1865. Quando ricevette anche l’approvazione di tre quarti degli Stati diventò effettivo.  

Questo per quanto riguarda la fine sulla carta della schiavitù in America. Ma purtroppo la condizione di sottomissione ai bianchi delle persone di colore non è qualcosa che poteva essere risolto con una legge, ma aveva bisogno i un profondo cambiamento sociale, che purtroppo non è avvenuto del tutto nemmeno al giorno d’oggi.

Miriam Campopiano

Sitografia e Bibliografia

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