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Le tredici colonie americane: nascita e caratteristiche

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tredici colonie
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Con l’espressione “tredici colonie” si intendono le colonie britanniche fondate in Nord America tra XVII e XVIII secolo e che quindi nacquero più tardi rispetto a quelle del Sud America ed ebbero caratteristiche differenti. Nonostante le loro diversità avevano tutte in comune una cosa: la ricerca della libertà, che li porterà a diventare gli Stati Uniti. Esse sono: New Hampshire, Massachusetts, Connecticut, Rhode Island, New York, Pennsylvania, New Jersey, Maryland, Delaware, Virginia, Carolina del Nord e Carolina del Sud e Georgia.

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Quando iniziò la colonizzazione?

La colonizzazione del Nord America iniziò nel XVII secolo, quindi circa un secolo dopo le conquiste della Spagna e del Portogallo in America Latina. La prima esplorazione per il Nord America, commissionata dagli inglesi in pieno periodo delle scoperte geografiche, fu affidata a Giovanni Caboto nel 1467. Dopo di lui, tra il 1524 e il 1542 Giovanni da Verrazzano e Jacques Cartier esplorarono le coste canadesi per conto del re di Francia. Oltre a Inghilterra e Francia anche l’Olanda, anche se in misura minore, prese possesso dei territori nordamericani.

La vera e propria colonizzazione però avvenne nel Seicento, con la fondazione di nuove città (nel 1608 fu fondata la città di Quebec nel 1624 Nuova Amsterdam, la futura New York) e l’occupazione stabile di intere regioni: nel 1682 nacque la Louisiana, chiamata così in onore di Luigi XIV (infatti era una colonia francese).

La prima colonia inglese fu la Virginia. Prese il nome dalla regina Elisabetta I, infatti era soprannominata “la regina vergine”, perché non aveva mai preso marito.

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Come si formarono le tredici colonie?

L’insediamento inglese nei nuovi territori non avveniva per mano dei singoli Stati (come invece era nel caso della Spegna e del Portogallo), ma dalle compagnie appositamente costituite, quindi da privati. Le colonie inglesi, però, non furono soltanto di tipo commerciale, ma anche di insediamento e di popolamento, cioè il territorio non veniva solo sfruttato per le sue risorse economiche ma vi si stabilirono gruppi insediativi che costruirono nuove società.

Anche quando lo Stato inglese si interessò ufficialmente alla fascia Atlantica del Nord America e decise di prendere in mano la situazione coloniale, continuò a servirsi delle compagnie commerciali e a concedere ai gruppi che si spostavano dal Vecchio al Nuovo Continente autonomia e libertà, sempre rispettando la dipendenza dalla corona. In seguito, alcune compagnie divennero società per azioni e gli azionisti erano gli emigrati stessi.

I Padri Pellegrini

Dopo i primi insediamenti, in Europa iniziò a diffondersi l’idea dell’America come terra delle seconde opportunità, un territorio in cui poter vivere secondo principi nuovi, in cui costruire la propria visione del mondo. Questo perché nel frattempo l’Europa era scossa dalle guerre di religione e dai contrasti politici. Molti gruppi religiosi, ma non solo, fuggirono in America, contribuendo a fondare le tredici colonie, perché perseguitati in patria.

Il caso più famoso è quello di Padri Pellegrini, un gruppo di puritani (minoranza religiosa in Inghilterra) che dapprima si rifugiò in Olanda e poi, nel 1620, salpò a bordo della Mayflower e approdò sulle coste del Massachusetts, dove si stabilì.

Un altro caso importante è quello dei quaccheri, altra minoranza perseguitata. Nel 1681, sotto la guida di William Penn, fondarono la Pennsylvania, la più tollerante delle tredici colonie, che divenne rifugio per tutte le minoranze e confessioni.

Chi abitava nelle tredici colonie?

Le tredici colonie che si costituirono lungo la costa atlantica dell’America del Nord, anche se poste sotto l’autorità dell’Inghilterra non ospitavano solo inglesi. Altre nazionalità numericamente importanti erano: scozzesi, irlandesi, tedeschi e francesi. Un’alta percentuale era rappresentata dagli afroamericani, stimati tra i 700 000 e i 750 000, soprattutto schiavi delle piantagioni.

Tra la metà del XVII secolo e la metà del XVIII secolo le tredici colonie videro un aumento di popolazione esponenziale, fattore dovuto sia al costante affluire di nuovi coloni europei sia alla crescita economica in atto. La popolazione viveva maggiormente nelle zone rurali, con eccezione delle grandi città portuali come Boston o New York. Nonostante le differenze di credo, nazionalità e tradizione le tredici colonie riuscirono a creare un’identità comune, una coscienza nazionale distinta da quella della madrepatria.

Come si dividono le tredici colonie?

Le tredici colonie si possono dividere in tre gruppi in base a caratteristiche economiche, etniche e religiose.

L’area chiamata New England, comprende New Hampshire, Massachusetts, Connecticut, Rhode Island. Era abitata principalmente da puritani e molto diffusa era la piccola e media proprietà terriera. Nel New England c’erano fiorenti città portuali come Boston, Newport e Portsmuth che favorivano il commercio e l’industria navale.

Le colonie centrali, o Middle colonies, aveva la componente più variegata di nazionalità. Oltre agli inglesi vi risiedevano olandesi, svedesi e tedeschi. Anche qui l’economa si basava su piccole e medie proprietà terriere e la presenza di porti, si pensi a New York, favoriva il commercio.

Le colonie del Sud erano: Maryland, Virginia, Nord Carolina, Sud Carolina e Georgia. Prevaleva la grande proprietà terriera. Soprattutto nel Settecento queste colonie erano grandi produttrici di tabacco, riso e indaco una sostanza colorante) e nell’Ottocento sarà introdotta anche la coltivazione del cotone. Al vertice della società c’erano i proprietari delle coltivazioni e costoro facevano largo uso di manodopera schiavile. Tra il 40 e il 50 per cento della popolazione era infatti composta da schiavi. Le religioni principali erano l’anglicanesimo e il cattolicesimo.

Le relazioni con i Nativi Americani

I terreni delle tredici colonie però non erano disabitati. I Nativi Americani erano divisi in numerose tribù (circa cinquecento), profondamente diverse tra loro per aspetto e abitudini, vi erano quelle sedentarie che vivevano di allevamento e pesca come quelle nomadi, che vivevano di caccia. I coloni inglesi, ma gli europei in generale, ebbero rapporti sempre conflittuali e bellicosi con i Nativi Americani. La questione principale era ovviamente quella della terra: l’insediamento, ma anche lo sfruttamento delle risorse. I rapporti erano resi ancor più difficili dal fatto che molti gruppi indiani non riconoscevano la proprietà privata, ammettevano solo un uso temporaneo del suolo. La guerra con i Nativi Americani durò due secoli, si concluse infatti nell’Ottocento, quando i bianchi ridussero drasticamente il numero dei Nativi e li confinò nelle riserve, occupando le loro terre.

Gli europei guardavano agli Indiani d’America come popolazioni inferiori, tecnologicamente, militarmente e moralmente.

Così ricorda l’arrivo dei bianchi William Apes, un discendente dei Nativi Americani nell’Ottocento:

«Nel dicembre 1620, i Pellegrini sbarcarono a Plymouth, e senza chiedere permesso a nessuno, s‘impadronirono di una parte del pese […]. Eppure, gli indiani, se non ci fosse stato spargimento di sangue e se nessuno fosse stato imprigionato, avrebbero subito l’offesa senza ribellarsi benché molti di loro fossero tutt’altro che soddisfatti. E invece, proprio a causa della gentilezza e dello spirito di rassegnazione dimostrato nei confronti dei bianchi, furono chiamati selvaggi e ritenuti essere creati de Dio apposta per essere distrutti.»[1]

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Come erano governate le colonie?

A capo di ognuna delle tredici colonie c’era un governatore, scelto dal re o dai proprietari della colonia.  Il governatore nominava una camera alta, con funzione di consiglio. C’era anche una camera bassa, elettiva che aveva il compito di approvare le nuove tasse. Con il tempo la necessità di ottenere consenso portò ad allargare le prerogative della camera bassa, ampliando i suoi poteri e di fatto aumentando l’autogoverno delle colonie stesse.

La partecipazione alla vita politica era poi molto più attiva che in Europa, sia perché vi erano più individui che possedevano il reddito minimo richiesto per il voto, sia perché i fondamenti culturali delle colonie erano diversi. Al di la delle diversità di religione e di nazionalità le tredici colonie riconoscevano l’importanza della libertà personale, che era stato proprio il motivo che aveva spinto i coloni a rifugiarsi in America.

Non senza contraddizioni (quanto appena detto non valeva per i Nativi Americani e gli schiavi ad esempio), questa difesa delle libertà spingerà le tredici colonie a sollevarsi contro l’Inghilterra e a fondare la prima democrazia moderna.

Miriam Campopiano


[1] C.Hamilton (a cura di), Sul sentiero di guerra. Scritti e testimonianze degli Indiani d’America, Feltrinelli, Milano 1972, pp. 160-1.

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