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Gilpin: la guerra egemonica da Tucidide a oggi

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guerra egemonica, Gilpin

La teoria della guerra egemonica di R. Gilpin, rielaborando la teoria di Tucidide sulla guerra del Peloponneso, identifica alcune guerre come lotte per la supremazia tra uno sfidante e un egemone.

Che cos’hanno in comune le guerre puniche, lo scontro tra la Gran Bretagna e la Francia rivoluzionaria e napoleonica e i due conflitti mondiali? Ci risponderebbe Robert Gilpin, professore emerito dell’Università di Princeton recentemente scomparso, che tutti questi eventi bellici possono essere compresi in un’unica categoria: quella della guerra egemonica.

Questo concetto esprime una delle teorie di maggior successo nella storia delle scienze sociali. Indagarne le origini non è per nulla facile. Anche se la nostra trattazione si rifarà a Gilpin, il pioniere della teoria è solitamente considerato Tucidide, storiografo vissuto nel V secolo a.C.  D’altra parte, la stessa espressione “guerra egemonica” è del filosofo e storico francese novecentesco Raymond Aron.

Il concetto, dunque, attraversa tutta la storia della ricerca sociale. Se volessimo riassumere tutti i contributi che ha ricevuto, non basterebbero dieci articoli. D’altra parte quasi tutti si rifanno ad una radice comune: la teorizzazione del mutamento sistemico proposta da Tucidide nella sua opera sulla guerra del Peloponneso. È dunque dall’autore greco che possiamo cominciare la nostra analisi.

La guerra egemonica nel modello di Tucidide (la guerra del Peloponneso)

Tucidide fu il primo a individuare, nello scontro tra Sparta e Atene, un tipo di conflitto diverso da qualsiasi altro. Come oggetto della guerra del Peloponneso, infatti, egli vede non una controversia particolare, ma il dominio incontrastato su tutta la Grecia. Si tratta, in altre parole, di stabilire chi diventerà lo Stato egemone. Donde il nome, per questo tipo di conflitti, di “guerra egemonica”.

Tucidide guerra del Peloponneso
Busto di Tucidide

A quasi duemilacinquecento anni dalla sua formulazione, il modello tucidideo continua ad affascinare studiosi di ogni scuola di pensiero. In molti conflitti della storia, infatti, si possono ritrovare le caratteristiche della guerra egemonica. All’inizio, abbiamo uno Stato in assoluta posizione di dominio nel sistema internazionale. Col passare del tempo, però, mutamenti di natura economico-sociale, tecnologica e politica portano all’ascesa di uno sfidante.

Quest’ultimo, a un certo punto, cercherà di usurpare il primato dell’egemone, portando quasi inevitabilmente alla guerra. Essa non coinvolgerà solo i due belligeranti, ma l’intero sistema internazionale. Generalmente, infatti, si osserveranno due coalizioni, l’una al fianco dell’egemone, l’altra dello sfidante. Infine, il conflitto avrà, per sua stessa natura, proporzioni mai viste prima. Siccome, infatti, la posta in gioco è, come direbbe lo storico Hobsbawm, illimitata, lo saranno anche i mezzi impiegati dai combattenti.

Come conseguenza, a prescindere dal vincitore, la guerra egemonica avrà sempre effetti irreversibili sul sistema internazionale. Segnerà, infatti, una netta cesura col passato, portando al crollo o alla trasformazione di vecchie civiltà e all’ascesa di altre. Il trionfatore, intanto, godrà dell’egemonia conquistata fino a quando non arriverà un nuovo sfidante a contendergliela, ricominciando il ciclo.

Le caratteristiche della guerra egemonica

Ogni studioso che si sia ispirato al modello della guerra egemonica vi ha aggiunto nuove considerazioni. Così, ad esempio, c’è chi fa notare che il conflitto tra lo sfidante e l’egemone oppone spesso uno Stato progressista ad uno autoritario (Atene contro Sparta, Francia rivoluzionaria contro Inghilterra o questa contro la Germania guglielmina). Altri, invece, mettono l’accento sul frequente contrasto tra una potenza continentale ed una marittima (Roma e Cartagine, ad esempio, oltre alle due suddette).

Il lato positivo della teoria della guerra egemonica è che la sua generalità fa in modo che essa possa abbracciare una vasta gamma di sotto-teorie anche eterogenee. Così, possono tranquillamente rientrarvi tanto le tesi marxiste sui conflitti tra stati capitalisti quanto quelle liberali sulle ricorrenti minacce alla democrazia. In ogni caso, la conclusione è sempre la stessa: l’egemone del sistema internazionale, prima o poi, verrà sfidato da qualcuno intenzionato a prendere il suo posto.

guerra egemonica, Gilpin

Affinché ciò avvenga, si badi bene, non è assolutamente necessario che lo sfidante sia effettivamente diventato più potente. Può benissimo darsi, ad esempio, che esso si percepisca come tale pur non essendolo effettivamente, oppure che abbia superato l’egemone soltanto in alcuni ambiti ma non in altri. La flotta della Germania imperiale, ad esempio, era ancora nettamente inferiore a quella britannica alla vigilia della prima guerra mondiale. Dall’altra parte, però, il suo esercito continentale era enormemente più forte di quello dell’Inghilterra, che impiegò lunghi mesi prima di dare un concreto contributo, sotto quel punto di vista, all’alleato francese.

D’altro canto, il modello suggerisce che i combattenti non abbiano una chiara percezione delle forze che libereranno. I loro mezzi, come detto sopra, saranno spesso armi mai viste prima: pensiamo solo, per fare un esempio estremo, all’ordigno atomico.

Limiti della teoria della guerra egemonica di Gilpin

La teoria della guerra egemonica paga un importante prezzo per il suo successo: la sua generalità, infatti, spesso si traduce in astrattezza. Essa non dice, ad esempio, chi scatenerà la guerra, quando lo farà e quali conseguenze ci saranno. Come dice Gilpin, essa ci permette di capire cosa è successo, ma non di fare previsioni verificabili. Dopotutto, però, questo è quello che succede a qualsiasi altra teoria sociale: più è dettagliata, più perde applicabilità.

Così, ad esempio, quando individua “sovente” il vincitore in “una potenza periferica in ascesa che non si trova direttamente impegnata nel conflitto”, Gilpin enuncia una teoria che può essere sicuramente valida in alcuni casi, come quello degli USA dopo le guerre mondiali, ma non in molti altri. Un esito altrettanto osservabile, infatti, è la vittoria dello sfidante, ad esempio quella dell’Inghilterra sulla Francia napoleonica.

guerra egemonica, Gilpin
Opliti spartani

Può altresì succedere che lo sfidante venga sconfitto una prima volta ma poi torni alla carica, come la Germania nel corso delle guerre mondiali. Soprattutto, può persino capitare che non ci sia accordo tra gli studiosi sui ruoli dei combattenti. Ad esempio, Gilpin nel saggio da noi citato descrive Sparta come l’egemone alla vigilia della Guerra del Peloponneso, ma vi è anche chi sostiene il contrario. Questo problema può essere anche complicato dall’eventualità che i due avversari si scambino i ruoli durante le varie fasi dello scontro. Pensiamo, ad esempio, al rovesciamento di rapporti di forza tra Roma e Cartagine tra la prima e la seconda guerra punica.

Anche rilevando queste considerazioni, però, la teoria della guerra egemonica resta uno strumento euristico sorprendentemente importante e duraturo. Essa viene anche usata, al giorno d’oggi, per il nostro sistema internazionale, come possibile esito dell’ascesa dello sfidante cinese contro l’egemone statunitense.

Francesco Robustelli

 

Bibliografia

Gilpin,”La teoria della guerra egemonica”, in The Journal of Interdisciplinary History, 1988

Tucidide, La Guerra del Peloponneso, V secolo a.C., in Gilpin, art.cit.

Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, ed.Oscar Mondadori, 2000

Sitografia

www.sapere.it

Fonti media

L’immagine di copertina è ripresa da newwallpapers.org

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