John Keynes, la macroeconomia e il keynesismo

John Keynes è uno dei più importanti filosofi economisti del 1900 e da lui deriva la corrente economica nota come keynesismo. In questo articolo illustriamo i tratti salienti della vita e analizziamo il suo pensiero con quello delle correnti economiche a lui contrarie.

La vita di John Keynes

John Maynard Keynes è il primogenito di John Neville Keynes (filosofo, economista e insegnante di logica ed economia politica presso Oxford e Cambridge) e di Florence Brown, autrice di successo. Il futuro economista nasce a Cambridge nel 1883.

John Keynes
John Keynes con la moglie Lidija. Fonte foto: wikipedia.org

Keynes mostra fin da giovane versatilità nello studio multidisciplinare. Così, consegue la laurea in matematica a Cambrige nel 1905. Poi, approfondisce l’economia sotto la guida dell’economista Alfred Marshall. Quest’ultimo lo finanzia quando la sua tesi non è accettata a Cambridge. Negli anni seguenti, Keynes fa carriera in diversi lavori e nel 1915 diviene consulente del ministero del Tesoro. Ma, al termine del primo conflitto mondiale, lascia l’incarico, in quanto in totale disaccordo con le riparazioni di guerra imposte ai Paesi sconfitti. Infatti, sostiene che tali debiti non avrebbero favorito l’economia europea. Tuttavia, il suo pensiero resta inascoltato.

Comunque, prosegue sulle sue convinzioni e scrive altri testi in cui prevede le conseguenze negative della Grande depressione. Nel 1940 entra nel Consiglio di direzione della Banca d’Inghilterra, e tra 1942 e 1944 diviene barone (il primo barone di Tilton) e Lord Steward inglese. Sul finire della seconda guerra mondiale cerca di convincere gli Stati Uniti a predisporre maggiori fondi nei confronti dei Paesi sconfitti, anche stavolta senza successo.

John Keynes muore nel 1946.

Cornice storica

John Keynes vive un periodo delicato della storia della Gran Bretagna. La rivoluzione industriale, il mercantilismo e il libero scambio hanno reso l’Impero britannico la prima potenza economica del 1900. Ma, nel corso di questo secolo, avviene il passaggio progressivo da impero a Commonwealth. Inoltre, le due guerre mondiali, anche se vedono la vittoria della Gran Bretagna, minano la stabilità economica di tutta l’Europa.

John Keynes assiste ad ambo le guerre e, anche se inglese, è contro la politica punitiva verso gli sconfitti. Ma questa scelta non va intesa come pietà nei confronti dei perdenti. Piuttosto, essa corrisponde a un chiaro disegno economico. Infatti, John Keynes crede che tale scelta porta a uno scompenso dell’economia europea, cosa che di fatto avviene. Queste considerazioni compaiono nel suo testo del 1919, Le conseguenze economiche della pace.

La macroeconomia

In ogni caso, oggi consideriamo come opera più importante di John Keynes quella pubblicata nel 1936: Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta. Infatti, quest’opera getta le premesse del pensiero economico noto come “macroeconomia”.

Mentre la microeconomia esamina le scelte economiche compiute dal singolo consumatore, la macroeconomia analizza la “somma” delle grandezze microeconomiche su scala nazionale. Difatti, il suo fine è valutare variabili come disoccupazione, investimento, risparmio e a partire da questi indicatori riflettere sulle scelte che incrementano la ricchezza delle nazioni. Oggi, la macroeconomia riguarda la world economy, la comprensione della fluttuazione della ricchezza su scala mondiale. Quindi, è chiaro come questo aspetto dell’economia concerne anche la politica, in primis la finanza pubblica.

Quando il testo di John Keynes vede la luce, la Gran Bretagna, come il resto del mondo, vive la Grande depressione. Infatti, con quest’ultima definiamo un periodo nefasto per la storia dell’economia iniziato nel 1929 con il crollo della borsa di Wall Street durante il “Giovedì nero”. Keynes, in linea coi principi della macroeconomia, ne legge come causa la diminuzione della domanda di prodotti sul mercato, col relativo crollo dei prezzi e la crescente disoccupazione.

John Keynes contro Adam Smith

John Keynes nasce esattamente 160 anni dopo un altro famoso economista, Adam Smith. Infatti, Smith nasce il 5 giugno 1723, Keynes il 5 giungo 1883. Ma i due pensatori hanno posizioni del tutto opposte.

Adam Smith è famoso per le sue teorizzazioni su quella che battezza “la mano invisibile”. Cioè, la miglior circostanza per l’incremento dell’economia è, secondo Smith, l’assenza di interventi da parte della sfera politica. Così, l’economia, del tutto libera di agire, grazie al suo naturale moto provvidenziale, garantisce il guadagno minimo per ciascuno.

John Keynes
Statua di Adam Smith a Edimburgo. Fonte foto: wikipedia.org

Ma questa idea appare a Keynes un grosso errore. In effetti, la pecca di Adam Smith è, per lui, riflettere intorno alla produzione delle merci e non sul vero motore dell’economia: la domanda. In sintesi, ciò che permette alle persone e alle nazioni di vendere un prodotto è la richiesta del prodotto da parte di un offerente, ciò che in economia ha il nome di “domanda”. Quindi, per Keynes la crisi economica dimostra non solo che il moto provvidenziale descritto da Smith non funziona, ma anche che il fulcro dell’economia non è la produzione. Dunque, la sfera politica deve intervenire su quella economica per mantenere viva la richiesta del prodotto, la domanda appunto. Infatti, proprio l’assenteismo della politica provoca crisi economiche come quella della Grande depressione. Quando la sfera politica non controlla che la ricchezza dei cittadini è alta e mantiene così viva la domanda, allora il suo ruolo fallisce.

Liberismo, keynesismo, neoliberismo

L’opposizione tra Adam Smith e John Keynes esiste ancora oggi in ambito economico. Infatti, da Adam Smith deriva quella corrente nota come liberismo. Successivamente, dal liberismo prende forma l’ideologia nota come ordoliberalismo. Come il liberismo, l’ordoliberalismo sostiene che quando delle identità economiche diventano troppo potenti richiedono un ridimensionamento. Tuttavia, ciò avviene senza l’intervento della sfera politica. Infatti, il mercato deve possedere una sua legge (ordo in latino) che regola la condizione economica globale. Oggi, più che di ordoliberalismo, si tende a parlare di neoliberismo, anche se l’equivalenza o la distanza tra i due è un dibattito aperto.

Invece, quella del pensatore di Cambridge è nota come economia keynesiana o keynesismo. La storia dell’economia illustra come in alcuni contesti storici ha avuto più ragione una delle due scuole e in altri quella opposta. Tuttavia, va segnalato come il pensiero di John Keynes ha avuto il merito di modificare l’approccio anche delle teorie smithiane.

La legge di Say e la tesaurizzazione

Tra gli “avversari” di John Keynes, oltre ad Adam Smith, ricordiamo anche Jean-Baptiste Say. L’economista francese Say nasce in un periodo intermedio tra quello di Smith e quello di Keynes, e sviluppa un concetto mediano tra le due posizioni economiche.

Dunque, Say supera il concetto di Provvidenza e mano invisibile e riflette, già prima di Keynes, sul rapporto tra domanda ed offerta. Tuttavia, per il francese resta centrale il ruolo della produzione e non della domanda. Keynes stesso sintetizza il pensiero di Says in questa asserzione: “l’offerta crea la sua domanda”. Cioè, Says liquida la questione della domanda con l’idea che, a livello macroeconomico, non avviene mai una crisi della domanda. Se in un dato momento storico c’è molta offerta, certo, i prezzi calano. Ma proprio questo aumenta la richiesta degli offerenti, e i prezzi relativi a quel prodotto aumentano di nuovo. Perciò, l’intervento dello Stato è inutile. Infatti, l’incessante richiesta di prodotti garantisce la sussistenza di tutti i lavoratori. Così, Says sostiene, come Smith, il libero scambio e che lo Stato non intervenga.

Secondo Keynes, Says non tiene conto di un fattore importante che condiziona la macroeconomia. Questo fattore è la possibilità di scelta, da parte del detentore di moneta, di spendere il suo denaro o di conservarlo. Trattenere la moneta anziché spenderla, in un’ottica macroeconomica, non permette di soddisfare la domanda al di là delle oscillazioni del prezzo della merce.

In sintesi, Keynes ritiene che vari motivi spingono i potenziali offerenti a non comprare. Conservare il denaro ha il nome di tesaurizzazione, e questo fenomeno fa parte delle variabili dell’economia. Se intere nazioni scelgono una politica economica volta alla tesaurizzazione, generano una reazione a catena che impoverisce il mercato mondiale.

John Keynes e capitalismo

Ma John Keynes non cita solo la tesaurizzazione, egli ne cerca anche l’origine. Così, ritiene che vi sono fattori oggettivi e soggettivi. Del primo tipo fa parte la variazione sul salario dei lavoratori; del secondo, il risparmio per investimenti futuri, oppure la necessità di una riserva per affrontare gli imprevisti.

Dunque, il fatto che John Keynes non sostiene le teorie liberiste non deve indurci a immaginare l’intellettuale di Cambridge come un nemico del capitalismo. In effetti, non mancano casi in cui il pensiero keynesiano diviene quasi una bandiera contro i capitalisti. Al contrario, egli tenta la realizzazione di un meccanismo che permette al capitalismo di poter tornare in moto ogni volta che è in atto una crisi.

«Il capitalista moderno è come un marinaio che naviga soltanto con il vento in poppa, e che non appena si leva la burrasca viene meno alle regole della navigazione o addirittura affonda le navi che potrebbero trarlo in salvo.»

John Keynes
Karl Marx (1818-1883) Foto da: Wikipedia.org

Keynes ammette più volte che il capitalismo non garantisce una condizione di vita ottimale. Tuttavia, afferma, è l’unica forma di società possibile che conosciamo. Insomma, il pensatore non offre un’alternativa a questa forma economica. Eppure, Karl Marx muore nel 1883, lo stesso anno in cui Keynes nasce, e quest’ultimo non può non conoscere, per questo, le idee marxiste e anticapitaliste. Infatti, in più occasioni l’intellettuale di Cambridge parla del pensiero marxista in maniera dispregiativa, in quanto lo vede come una deriva dell’ottica liberista. Eppure, possiamo dire che Marx ha anticipato alcune idee di Keynes, come la critica alla legge di Say.

Come scrive l’economista Pierangelo Dacrema, l’obiettivo di John Keynes è la salvaguardia degli interessi e dei privilegi della borghesia, la classe per la quale prova senso di appartenenza.

I limiti della teoria di John Keynes

John Keynes crede nelle sue teorie economiche. Tuttavia, come afferma, non ha trovato la panacea ai problemi finanziari. Infatti, anche se teniamo conto di tutte le variabili che regolano la macroeconomia, resta sempre un orizzonte imperscrutabile dettato dalla probabilità. In effetti, non possiamo mai sapere con certezza e precisione in che misura una variabile che condiziona la macroeconomia progredisce nella società. Gli stessi interventi della politica sull’economia hanno il compito di ammortizzatore, ma non eliminano del tutto i danni provocati da queste variabili. Dunque, il lavoro di un economista ricorda quello di un medico che elabora una diagnosi in base all’analisi dei sintomi del malessere della società.

Luigi D’Anto’

Bibliografia

Dizionario online Treccani.it, in particolare le seguenti voci: John Keynes, legge di Say, liberismo, macroeconomia, microeconomia, neoliberismo, ordoliberalismo, teoria keynesiana, tesaurizzazione.

P. Dacrema, Marx e Keynes. Un romanzo economico, Jaca Book, 2014.

Sitografia

G. Lunghini, La teoria generale e i keynesiani, un’eredità giacente, articolo sul sito dell’Università degli studi di Ferrara.

Nota: l’immagine di copertina di questo articolo è da wikipedia.org.

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