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Fumatore intellettuale: da Baudelaire a Montale

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fumatore

Il fumatore con la sua gestualità, e il fumo in genere, si ritrovano molto spesso nelle opere letterarie, e sembra cominciare a divenire emblematico negli scrittori dell’Ottocento e del Novecento. Nella seconda metà dell’Ottocento, la pratica del fumo costituisce un elemento distintivo dell’immagine che l’artista decadente intende dare di sé. Pagine memorabili lo ritraggono nell’atto di consumare del tabacco, di pregiatissima provenienza, e di utilizzare per questo una serie di accessori, preziosi ed eleganti, che sottolineano una ricercatezza non fine a se stessa, esteriore e materiale, ma indicativa di una superiorità spirituale. Si tratta di una forma di auto-rappresentazione mediante la quale il dandy ribadisce la sua diversità rispetto alla società borghese massificata e alienata.

Ad esempio, molto estetica è l’immagine del fumo e le esclusive “sigarette russe” aspirate da Andrea Sperelli e che, nel Piacere di Gabriele D’Annunzio, custodisce in un “astuccio d’oro”. Voluttuosamente l’artista decadente si abbandona al vizio e ad una trasgressione, che non si manifesta mai come gesto plateale e autoreferenziale, ma è rivelazione della supremazia dello spirito mediante il culto raffinato e aristocratico dei piaceri più intensi, in particolare di quelli censurati dalla morale borghese.

Il fumatore “maledetto”: Baudelaire e Corbière

Il fumo assume il potere incantatorio e fascinoso di alleviare il dolore con Charles Baudelaire che ne I fiori del male (1857) fa parlare la pipa, in una poesia dall’omonimo titolo,fumatore che sembra descriversi ed auto-elogiarsi, vantandosi dell’effetto benefico che produce sul fumatore.

In questo componimento la pipa, peraltro molto fumata per come risulta usurata, mostra il suo potere sciamanico di guarigione: dissolve il dolore del fumatore e allaccia e culla l’anima di questi, offrendogli un palliativo aromatico come un liquore o un prezioso elisir, in grado di guarire l’anima dalle tribolazioni e dalle ferite della vita.

Sono la pipa d’uno scrittore;
basta guardare la mia cera
cafra o abissina per sapere
che il mio padrone è un gran fumatore.

Quando trabocca il suo dolore
fumo come una cascina
dove s’appresta la cucina
per il ritorno dell’agricoltore.

So allacciargli l’anima e cullarla
nella rete mobile e azzurrina
che sale dalla mia bocca ardente,

e diffondere un potente dettamo
che incanta il suo cuore e risana
dalle fatiche il suo spirito.

Più energica e immaginifica è invece La pipa di un poeta di Tristan Corbière, successiva a quella di Baudelaire da cui probabilmente fu ispirato. Qui la pipa ha lo stesso carattere consolatorio ma il fumo è utilizzato anche come metafora per illusioni e sogni vivificanti del fumatore.

Sono la Pipa d’un poeta,
La sua nutrice, e gli tengo a bada la Bestia.

Quando le sue accecate chimere
Vengono a sbattergli in fronte,
Fumo… E lui, nel suo delirio,
Non ha più niente da vedere.

… Gli rendo un cielo, nuvole,
Il mare, il deserto, miraggi;
– Lui vi lascia vagare il suo occhio morto…

E, quando s’addensa la nube,
Crede di vedere un’ombra conosciuta,
– Sento che tra i denti stringe il cannello…

– Un altro vortice gli scioglie
L’anima, il cappio, la vita!
… E io mi sento spegnere. – Dorme –

………………………………

– Dormi ancora: la Bestia s’è calmata,
Fila il tuo sogno fino in fondo…
Amico mio!… il fumo è tutto.
– Se è come dicono che tutto è fumo…

Svevo: l’alibi del fumatore

fumatoreMolto celebre è l’incidenza del fumo sulla vita del protagonista di “La coscienza di Zeno” (1923), il romanzo con cui Italo Svevo rivoluziona i canoni narrativi tradizionali segnalandosi sia per la novità della tecnica compositiva del monologo interiore sia per l’importanza assegnata al tema della psicanalisi. Zeno Cosini, fumatore precoce ed accanito nel capitolo dedicato al problema del fumo narra che ha cominciato da ragazzino rubando mozziconi di sigari lasciati dal padre e soldi dalla sua giacca, non solo per un naturale processo di identificazione, ma anche, poiché ciò significava la violazione di un divieto, per una pulsione contraria: Zeno fuma per essere come il padre e, al tempo stesso, per essere contro il padre.

Il narratore continua esprimendo quanto gli risulti difficile disintossicarsi: il proposito è incessantemente perseguito sin dai tempi della sua gioventù e mai concretizzato, e il motivo dell’“ultima sigaretta” che non è mai l’ultima, si aggiunge ai numerosi “atti mancati” di cui è costellata la sua esistenza. Il tentativo perennemente frustrato di smettere di fumare è un indizio ricorrente di un dissidio interiore: ambivalenza emotiva e psicologica radicata nel personaggio, diviso tra il desiderio professato di liberarsi dal vizio ed essere “sano” tra i “sani” e un desiderio nascosto di persistere nel vizio sia per una forma di difesa della sua diversità e non essere assimilato del mondo borghese, e sia perché fumare rappresenta una sorta di alibi, dal momento che Zeno imputa il fumo la causa della propria inettitudine. Ritardare l’astensione dal fumo è ritardare un confronto col proprio “io” da cui potrebbe scaturire la conferma della sua inadeguatezza.

“Che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”

Montale: “fumatore d’illusioni”fumatore

Eugenio Montale nella poesia del 1939 Nuove stanze, la sigaretta diviene segretamente evocativa tenuta tra le mani eleganti di Clizia, donna-angelo a cui Montale assegna una funzione salvifica in quanto associata al privilegio della cultura e della civiltà. Il poeta descrive la scena: mentre gioca a scacchi con la donna che fuma, fuori imperversa la guerra.

Poi che gli ultimi fili di tabacco

al tuo gesto si spengono nel piatto

di cristallo, al soffitto lenta sale

la spirale del fumo

che gli alfieri e i cavalli degli scacchi

guardano stupefatti; e nuovi anelli

la seguono, più mobili di quelli

delle tue dita.

 

La morgana che in cielo liberava

torri e ponti è sparita

al primo soffio; s’apre la finestra

non vista e il fumo s’agita. Là in fondo,

altro storno si muove: una tregenda

d’uomini che non sa questo tuo incenso,

nella scacchiera di cui puoi tu sola

comporre il senso.

 

Il mio dubbio d’un tempo era se forse

tu stessa ignori il giuoco che si svolge

sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:

follia di morte non si placa a poco

prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo,

ma domanda altri fuochi, oltre le fitte

cortine che per te fomenta il dio

del caso, quando assiste.

 

Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco

tocco la Martinella ed impaura

le sagome d’avorio in una luce

spettrale di nevaio. Ma resiste

e vince il premio della solitaria

veglia chi può con te allo specchio ustorio

che accieca le pedine opporre i tuoi

occhi d’acciaio.

fumatore

Non a caso la figura dell’anello si trasmette dalla mano di Clizia, che compie il gesto di spegnere la sigaretta, alle spire di fumo che se ne sprigionano, con un palese parallelismo. Queste figure di fumo costituiscono una vera e propria magia operata da Clizia, diventano la rappresentazione della realtà esterna costruendo nella stanza una città ideale: si allude all’apparente controllo che la città della cultura può esercitare sulla vera città degli uomini. Ma la realtà esterna incalza: la finestra si apre e il vento della storia cancella quel miraggio scompigliando il fumo sul quale esso era costruito.

Questi autori, dunque, hanno visto il fumo come un elemento simbolico, e ne hanno volutamente ignorato il  lato realistico e nocivo per immergervi le proprie storie e rappresentare le personalità dei personaggi e le loro abitudini, per creare un’atmosfera, per esprimere disagio e molte altre emozioni.

Maurizio Machese

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