Home Italia comunale Firenze del '300 Mal d’amore: la schiavitù di Eros in Catullo e Saffo

Mal d’amore: la schiavitù di Eros in Catullo e Saffo

8343
Mal d'amore

Tra tutti i sentimenti che l’animo umano è capace di provare, l’amore rientra tra quelli che presenta la felicità e il tormento in entrambe le mani. È forse quello che riesce a sconvolgere di più mente e corpo, a scindere in due entità una sola persona. Quando siamo innamorati pensiamo che la persona amata ricambi ed approvi i nostri sentimenti, ma quando scopriamo che non c’è alcun posto per noi nel cuore di quella persona allora affiorano dubbi, illusioni, gelosia ed invidia, che trasformano l’amore in una tortura lenta in cui la nostra anima viene maltratta al limite. Da qui nasce quello che viene definito “mal d’amore

Il mondo della letteratura è pieno di queste sofferenze. I poeti, naturalmente con un interesse amoroso alle spalle, hanno sperimentato sulla propria pelle gli effetti del mal d’amore e di come questo sia stato capace di sconvolgere le loro vite.

Saffo e Catullo. All’origine del mal d’amore

Mal d'amore
John Wiliam Godward – Saffo (1904)

Non si può iniziare questo itinerario sul mal d’amore senza citare Saffo, la celebre poetessa dell’isola greca di Lesbo che per prima ha trascritto le emozioni provate davanti alla persona amata nella cosiddetta ode della gelosia (la trentunesima). Leggiamola nella traduzione di Salvatore Quasimodo.

A me pare uguale agli dèi

chi a te vicino così dolce

suono ascolta mentre tu parli

e ridi amorosamente. Subito a me

il cuore si agita nel petto

solo che appena ti veda, e la voce

si perde nella lingua inerte.

Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,

e ho buio negli occhi e il rombo

del sangue nelle orecchie.

E tutta in sudore e tremante

come erba patita scoloro:

e morte non pare lontana

a me rapita di mente.

Saffo era nota per ricoprire il ruolo di educatrice all’interno di un tiaso, una comunità in cui venivano inviate le ragazze di buona famiglia per apprendere i precetti dell’arte e delle buone maniere. Ma nonostante fosse sposata con un artigiano, è nota la vicenda per cui Saffo fosse innamorata proprio di una sua allieva.

Questa poesia ne testimonia la passione. Infatti Saffo esordisce con la descrizione di ciò che le appare agli occhi: la sua amata che viene contemplata da un uomo innamorato e ciò fa nascere una forma di gelosia mista agli effetti dell’innamoramento, con tutte le dovute conseguenze fisiche: l’accelerazione del battito cardiaco, l’improvvisa incapacità nel parlare, il gelarsi del sangue nelle vene e così via. Questa è la particolarità della poesia di Saffo: riuscire a descrivere, con lucida raffinatezza, i devastanti effetti di un amore non ricambiato.

L’influsso di Saffo viene sentito anche da Catullo, nel carme 51. Si tratta sia di una traduzione che di una rielaborazione dell’ode della poetessa.

Quello mi sembra pari ad un dio.

Quello, se è lecito, supera gli dei

che sedendo di fronte a te continuamente

ti guarda e ascolta,

mentre sorridi dolcemente, cosa che a me misero

strappa tutte le facoltà: infatti, oh Lesbia, appena ti

vedo non mi rimane più nulla

———————————–

Ma la lingua si intorpidisce, un sottile fuoco

si insinua sotto le membra, per un suono interno

le orecchie rimbombano, entrambi gli occhi si annebbiano.

(…)

Anche qui il tema dell’innamoramento è presente. Ma quello di Catullo è un amore diverso da quello saffico. Infatti la storia tra il poeta veronese e Lesbia si regge sui tradimenti che la donna compie ai danni del povero poeta che è legato al tema del foedus, il patto d’amore che dovrebbe legare i due amanti. Le delusioni continue spingono Catullo a rivedere spesso questo patto, teso tra la gioia e il dolore. Il celebre distico del carme 85 ne è la sintesi perfetta, testimonianza di come il mal d’amore assuma sempre di più le dimensioni di un fardello difficile da sopportare ed impossibile da eliminare del tutto.

Odio e amo. Come faccia ciò, forse ti chiederai.

Non lo so, ma sento che accade e mi tormenta

Mal d’amore medievale. Tra trovatori e stilnovisti

Il medioevo è una delle epoche più interessanti per quanto riguarda la letteratura amorosa. Nel sud della Francia si va formando l’idea della fin’ amor (amor cortese) grazie ai trovatori, la cui eredità viene raccolta dai poeti del dolce stil novo. Sarebbero una marea gli esempi che potremmo elencare per ambedue le esperienze letterarie, ma ci limiteremo solo ad analizzarne uno a testa.

Uno degli elementi fondamentali della lirica trobadorica è il fatto che la donna amata dal poeta, chiamata spesso midons (1), sia di rango sociale superiore (spesso è la moglie di un sovrano) e ciò rende chiaro il carattere impossibile di questo amore, che resta confinato nel desiderio. Un buon esempio è rappresentato da una canzone di Bernart de Ventadorn, conosciuta con il titolo di “Can vei la lauzeta mover”.

Quando vedo l’allodoletta muovere

per la gioia le sue ali contro il sole,

e svenire e lasciarsi cadere

per la dolcezza che sente nel cuore,

ah! Così grande è l’invidia che provo

di chiunque io veda gioire,

che mi meraviglio che in quel momento

il cuore non mi si sciolga dal desiderio

 

Ahimè!  Tanto credevo di sapere

Dell’amore, e tanto poco ne so,

perché non posso trattenermi dall’amare

colei da cui non avrò mai ricompensa.

Mi ha privato del mio cuore, di me,

di se stessa  e di tutto il mondo;

e quando mi ha privato di sé, non mi ha lasciato

che desiderio e cuore bramoso.

 

Non ho più avuto potere

su me stesso né sono stato più mio

dal momento in cui mi ha lasciato guardare

nei suoi occhi, in uno specchio che mi piace molto.

Specchio, da quando mi sono guardato in te

mi hanno ucciso i sospiri dal fondo dell’animo

e mi sono perduto come fece

il bel Narciso alla fonte.

[…]

Non serve dire molto, se non che Bernart stravolge completamente i caratteri principali dell’amore cortese. Anzitutto stravolge uno dei topos cardine della lirica trobadorica: l’incipit naturale. Infatti lo stato d’animo del trovatore non coincide con la felicità della natura primaverile, simboleggiato dall’allodola, ma si trova in uno stato di malinconia per il fatto che ama una donna che non ricambia i suoi sentimenti.

Di forte interesse è la terza strofa, nella quale Bernart evidenzia come gli occhi della sua lei siano al pari di uno specchio, al punto che si mette a confronto con Narciso. In quegli occhi Bernart non vede altro che la sua immagine riflessa e questo implica soltanto una cosa:  l’amore non è un’esperienza dualistica, ma un’esperienza soggettiva del singolo amante che lo getta nel tormento.

Il mal d’amore non risparmia neanche i poeti stilnovisti. Anche questi elaborano un concetto feudale dell’amore. L’amante si mette al servizio della persona amata e le presta giuramento, così come i vassalli facevano con i loro signori. Ma la caratteristica che sembra distanziare lo stilnovo dalla lirica trobadorica è il fatto che l’amore ha il potere di avvicinare l’uomo a Dio, pur rappresentando un qualcosa di lacerante e di doloroso per l’animo del poeta.

Possiamo porre come esempio il sonetto Voi che per li occhi mi passaste ‘l core di Guido Cavalcanti, uno dei più cari amici di Dante Alighieri. Il componimento ben delinea la furia distruttiva e dolorosa di cui è capace l’amore.

Voi che per li occhi mi passaste ‘l core

E destaste la mente che dormia,

guardate a l’angosciosa vita mia,

che sospirando la distrugge Amore.

 

E vèn tagliando di sì gran valore,

che’ deboletti spiriti van via:

riman figura sol en segnoria

e voce alquanta, che parla dolore.

 

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto

Da’ vostr’occhi gentil’ presta si mosse:

un dardo mi gittò dentro dal fianco.

 

Si giunse ritto ‘l colpo al primo tratto,

che l’anima tremando si riscosse

veggendo morto ‘l cor nel lato manco.

Anche qui ricorre il tema degli occhi come in Bernart de Ventadorn, ma rispetto al trovatore occitano Cavalcanti non vi vede il proprio riflesso. Viene piuttosto descritto il processo fisico che Amore provoca nell’animo dell’amante (forse un richiamo a Saffo), rendendolo incapace di controllare il proprio corpo. Di forte impatto è l’immagine che si trova alla fine della prima terzina: “un dardo mi gittò dentro dal fianco”. Si tratta dell’emblema del mal d’amore, una similitudine di sapore classico (chi non ha pensato a Cupido?) utile a mostrare come la passione si trasformi facilmente in uno spietato carnefice. Una sensazione che ci rende impotenti vittime affamate di amore, spesso costretti solo a sentirne il profumo e a non gustarlo mai veramente.

Ciro Gianluigi Barbato

Note

(1) Si tratta di uno dei tanti senhals (segnali) usato dai trovatori per nascondere l’identità dell’amata. Preorogativa principale della fin’amor era infatti quella del celar, il non pronunciare il nome della donna per non farsi scoprire dalle persone che frequentavano la corte.

Bibliografia

Gian Biagio Conte, Emilio Piazzola – Corso integrato di letteratura latina (l’età di Cesare) – Le Monnier

Costanzo di Girolamo – I trovatori – Bollati Boringhieri

Commenti

Commenti