Proudhon: libri e rivoluzione anarchica

Pierre-Joseph Proudhon, pensatore e politico del diciannovesimo secolo, è conosciuto oggi come uno dei maggiori teorici dell’anarchismo. In questo articolo analizziamo la sua vita, il suo agire politico e il suo pensiero, e affrontiamo in particolare il suo saggio Critica della proprietà dello Stato.

Cornice storica

Innanzitutto, il secolo in cui vive Proudhon è ricco di eventi politici che indirizzano l’Europa verso l’età contemporanea. Infatti, in Francia in particolare nel 1814 sale al trono Luigi XVIII dopo la caduta di Napoleone Bonaparte. Si tratta di un evento notevole, dato che il governo francese ritorna nelle mani di un sovrano che appartiene alla dinastia borbonica. Difatti, l’ultimo sovrano era Luigi XVI, ghigliottinato dai rivoluzionari nel 1793, fratello dello stesso Luigi XVIII. Dunque, il ritorno alla monarchia appare da un lato come una sconfitta degli ideali rivoluzionari. Ma, d’altra parte, va notato come la monarchia pre-rivoluzione era di tipo assolutistico, mentre ora è costituzionale. Cioè, il potere del monarca non è più totale, in quanto limitato dalle leggi esposte nella costituzione. Tale costituzione è concessa dal monarca l’anno stesso della sua ascesa al trono.

Tuttavia, dopo la morte di Luigi XVIII nel 1824, prende il suo posto il fratello minore Carlo X, che sospende la costituzione e provoca una nuova sommossa popolare, la quale sfocia nella “Rivoluzione di luglio” del 1830 e nella monarchia costituzionale di Luigi Filippo d’Orléans. Poi, nel 1848, in quello che è noto come l’anno delle rivoluzioni europee, anche la monarchia di Luigi Filippo è rovesciata durante la terza rivoluzione francese e sostituita dalla repubblica con presidente Luigi Napoleone Bonaparte, esperienza politica destinata anch’essa a concludersi col suo iniziatore nel 1870. Insomma, la Francia del diciannovesimo secolo vive numerose forme di governo, animata da pensieri politici differenti. Infatti, al governo si alternano repubblicani, monarchici reazionari nostalgici del modello assolutista, e liberali, e poi costituzionali e rappresentanti della borghesia.

Proudhon: la vita

Proudhon
Pierre-Joseph Proudhon. Fonte immagine: Wikipedia.org.

Dunque, Pierre-Joseph Proudhon nasce in Francia, a Besançon, nel 1809. Siccome la famiglia è povera alterna lavoro e studio, quest’ultimo finanziato coi suoi soldi. Così, sviluppa conoscenze anche in latino, greco ed ebraico. Poi, nel 1838 vince una borsa di studio presso l’Accademia di Besançon. Così, nel 1839 si trasferisce a Parigi, dove svolge diversi lavori senza grandi risultati. Tuttavia, è l’inizio della sua popolarità. Dunque, nel 1847 aderisce alla Massoneria. Poi, partecipa alla rivolta del 1848. Tuttavia, non vede di buon occhio il nuovo governo, così come gli atti di guerriglia violenta dei momenti di rivolta. Comunque, in questo periodo egli scrive per vari giornali, cosa che ne aumenta la fama. Così, prova la fondazione di una banca, tentativo che fallisce. Invece, nel 1848 è eletto nell’Assemblea nazionale. Tuttavia, in quanto oppositore di Luigi Napoleone, finisce per scontare tre anni in carcere.

Ma il carcere non ferma la sua attività intellettuale, tanto che, anche una volta scarcerato, rischia di nuovo la prigione per alcune sue pubblicazioni, e fugge a Bruxelles. Una volta condonata la pena, Proudhon torna a Parigi, dove nel 1865 muore e viene seppellito.

Le opere di Proudhon

In effetti, Proudhon scrive numerosi testi, tutti volti al supporto dei suoi ideali. Si tratta di scritti volti al sostegno del terzo stato, operai e borghesi, benché egli cerchi in particolare gli interessi di questi ultimi. Così, già nel 1840 egli dà alla luce la sua opera, che diviene famosa in tutta Europa, dal titolo Che cos’è la proprietà?, dove sostiene che la proprietà privata è un furto e che da essa hanno origine tutti i mali sociali. Da questa convinzione si sviluppano tutti gli altri testi, come Il sistema delle contraddizioni economiche del 1846, La soluzione del problema sociale del 1849, e Critica della proprietà dello Stato del 1866.

«Se dovessi rispondere alla seguente domanda: che cos’è la schiavitù? e rispondessi con una sola parola: è un assassinio, il mio pensiero sarebbe subito compreso. […] Perché dunque a quest’altra domanda: che cos’è la proprietà? non posso rispondere allo stesso modo: è un furto?»

Sono queste le domande con cui Proudhon comincia la sua Critica della proprietà e dello Stato. Difatti, l’intera opera è una spiegazione a supporto di questa affermazione, che, seppur ricca di enfasi e di asserzioni forti contro gli avversari del proprio punto di vista, risulta un testo chiaro per la comprensione del suo pensiero, come esaminiamo nel prossimo paragrafo.

Critica della proprietà e dello Stato di Proudhon

«Ecco il problema che interessa al più alto grado la filosofia[…] la proprietà è l’uomo; la proprietà è Dio; la proprietà è tutto.»

Innanzitutto, per Proudhon, che qualcuno lavori per conto di un padrone è in modo inevitabile un’ingiustizia, in quanto implica diseguaglianza nella transizione, e come tale è uguale al lavoro del servo della gleba nella terra del proprietario. Perciò, perché questa ingiustizia non vi sia, o il ricavato è spartito in modo equo tra padrone e lavoratore, oppure il padrone mette a disposizione servizi equivalenti a tale spartizione, o garantisce un lavoro che dura tutta la vita del lavoratore. Ma siccome le ultime due sono inattuabili, afferma Proudhon, sarebbe realizzabile la prima. Però questa segna la fine del capitalismo, ed ecco perché non ha luogo.

Dunque, da qui la domanda: quale è l’origine della proprietà? In effetti, essa è necessaria per il consenso sociale. Se la società non riconosce il concetto di proprietà, chiunque può contestare una qualsiasi pretesa di proprietà su qualcosa. Perciò, vi deve essere stata una società primitiva che ha riconosciuto la proprietà in quanto tale. Questo “diritto alla cosa“, già osservato a suo tempo da Kant, presuppone che tutti ab origine siano uguali, nel senso che tutti allo stesso modo possiedono qualcosa.

Tuttavia, subentra l’idea che la proprietà è il diritto di usare e di abusare, il dispotismo. Cioè, si presuppone che il proprietario agisca sempre nel proprio interesse. Tuttavia, nessuno può punirlo per il fatto che sbaglia nell’agire in vista di ciò. Insomma, se la proprietà cessasse di essere il diritto di abusare, essa cesserebbe di essere proprietà, e in questo abuso rientra il lavoro compiuto dal lavoratore per il proprietario. Perciò la proprietà, per essenza, è immorale, e la giurisprudenza, “collezione di rubriche proprietarie”, è anch’essa immorale. Così, per il mantenimento della propria esistenza, essa perpetua l’espropriazione e conserva la disuguaglianza.

Economia e politica

Dunque, dato che il politico regge l’economico, vi è sempre una gerarchia sociale validata e al tempo stesso nascosta dalle mitizzazioni e mistificazioni dello Stato, il quale la presenta come una condizione alla pari del sacro. Quindi, dato questo patto di ferro tra economia proprietaria e politica, Proudhon riflette su quanto è giusto credere che se si pone fine a tale condizione economica lo Stato può continuare a esistere. Così, egli si scaglia contro tutti coloro che difendono lo Stato in un tale scenario, in primo luogo Louis Blanc. In effetti, Blanc spiega che esistono quattro definizioni di Stato: la tirannia di un uomo solo, la tirannia di pochi, la tirannia di molti, la tirannia del caos.

Cioè, per Blanc queste quattro definizioni descrivono la monarchia, l’oligarchia, l’aristocrazia e l’anarchia. Ma, nota Proudhon, Blanc inserisce in tutte le definizioni la parola “tirannia” che sostituisce la parola potere, tranne poi quando parla della democrazia, “potere del popolo”. Invece, l’anarchia è la forma politica più bistrattata, definita appunto “tirannia del caos”. Ma l’anarchia non è questo, bensì “personalità e autonomia delle masse“. Comunque, Blanc afferma che lo Stato è la rappresentazione della società organizzata per la protezione del debole dal forte. Ma questa definizione, che troviamo già in Cicerone e Orazio, regge al tempo stesso l’esistenza della Costituzione, intesa come ciò che allontana la condizione della guerra di tutti contro tutti, dell’homo homini lupus.

Dunque, lo Stato non ha motivo di esistere se, ad un certo punto della storia dell’umanità, non vi sono più disparità e oppressioni determinate dalla differenza di forze fisiche e intellettuali. Ma proprio tale condizione è quella che, secondo Proudhon, l’umanità deve raggiungere.

«Se il capitale perde il suo predominio, il lavoratore, cioè il commerciante, l’industriale, l’agricoltore, lo scienziato, l’artista, non ha più bisogno di protezione; bastano a proteggerlo il suo talento, la sua scienza, la sua industria. Dopo la decadenza del capitale, la conservazione
dello Stato, invece di proteggere la libertà, non può che comprometterla.»

Proudhon e Marx: l’anarchia

Proudhon
Il simbolo del movimento anarchico. Fonte immagine: Freesvg.org.

Quindi, da quanto detto risulta chiaro perché per Proudhon l’anarchia è la forma più desiderabile di società, condizione che egli reputa prossima grazie ai moti rivoluzionari dei suoi anni – posizione, questa, condivisa da Bakunin. E da ciò risulta chiara anche la sua distanza dalle teorie marxiane. Infatti, nonostante la teorizzazione comune del capitalismo e il comune attacco a quest’ultimo, gli esiti immaginati dopo la sua caduta sono opposti. In effetti, Marx prospetta un forte Stato centrale che garantisce anche l’indottrinamento dei lavoratori. Ma uno Stato, di qualsiasi tipo, si fonda sulla proprietà, dunque sullo sfruttamento. Proudhon guarda alla realizzazione di Stati confederati e una condizione di libertà e uguaglianza quale è l’anarchia. Difatti, Proudhon è il primo che teorizza l’anarchia come una condizione positiva.

«Sosteniamo che, una volta identificati
il capitale e il lavoro, la società sussiste da sola e non ha più
bisogno del governo. Noi siamo, di conseguenza, […] anarchici. L’anarchia è la condizione d’esistenza delle società adulte, così come la gerarchia è
la condizione d’esistenza delle società primitive.»

Dunque, dato che il principio politico si fonda su due presupposti opposti, autorità e libertà, monarchia e comunismo sono vicini in quanto entrambi fondati sull’autorità. Invece, anarchia e democrazia hanno entrambe per base il concetto di libertà. Quindi, comunismo e anarchia sono estremi svolgimenti logici l’uno della monarchia, l’altro della democrazia. Inoltre, comunismo e monarchia sono entrambi fondati sulla moralità.

Proudhon è convinto che la fratellanza, la solidarietà, l’amore, nascono solo da una conciliazione degli interessi. Insomma, è sufficiente che gli interessi si comprendano perché si rispettino. Perciò, egli crede che il sociale, in quanto dimensione artificiosa e culturale, non è creata dal politico. Ecco perché la dimensione anarchica si realizza senza contratto sociale, segnando così la fine dello Stato. Per Proudhon, solo l’anarchia, intesa dunque non come caos ma come conciliazione degli interessi senza capitalismo, apre le porte a un mondo giusto che egli crede prossimo.

Luigi D’Anto’

Bibliografia

P. Proudhon, Critica della proprietà e dello Stato, Elèuthera 2023.

Sitografia

Documentario sulla storia dell’anarchismo sul canale youtube di Cusano Italia TV.

Riflessione di Diego Fusaro sul pensiero di Proudhon in riferimento ai nostri giorni sul suo canale Youtube.

Nota: l’immagine di copertina, dipinto di Gustave Courbet raffigurante Proudhon, è tratta da Wikipedia.org.