Eutidemo, dialogo di Platone

L’Eutidemo è un dialogo platonico in cui Socrate, insieme a Clinia e Ctesippo, fronteggia due sofisti, Dionisodoro ed Eutidemo. In questo articolo illustriamo il dialogo e lo inquadriamo all’interno dell’opera platonica.

Posizione dell’Eutidemo di Platone nel corpus del filosofo

Eutidemo
Ricostruzione del volto di Socrate sulla base delle sue statue di marmo. Fonte: Wikimedia Commons.

L’Eutidemo è il ventunesimo dialogo di Platone secondo la lista che il filosofo neoplatonico Trasillo stabilisce in merito ai dialoghi platonici. Inoltre, dato che quest’ultimo divide i dialoghi in gruppi da quattro, L’Eutidemo è anche il primo della sesta tetralogia, insieme ad altri tre dialoghi che hanno anch’essi il nome di tre personaggi. Cioè, Il Gorgia, in cui troviamo il famoso sofista dei tempi di Pericle, Il Protagora, anch’egli sofista famoso, e infine Il Menone.

In effetti, dato che Trasillo stabilisce un ordine che non si basa sulla cronologia della realizzazione del corpus platonico, possiamo forse trovare un filo rosso tra questi dialoghi proprio nel rapporto tra filosofia e sofistica. Infatti, oltre ai due dialoghi che recano il nome di due sofisti famosi, anche Il Menone e L’Eutidemo presentano dei temi che vengono trattati con l’integrazione della sofistica. Tuttavia, questo topic ricorre anche in altri dialoghi, primo tra tutti Il Sofista. Quindi, anche se presente, non possiamo considerarlo prerogativa esclusiva di questa tetralogia.

La circostanza descritta nell’Eutidemo di Platone

La circostanza che delinea la cornice di questo testo all’interno dei dialoghi platonici è singolare: come di consueto, abbiamo Socrate che fa conversazione con un amico, in questo caso Critone. In effetti, è lo stesso personaggio che dà il nome al dialogo omonimo Critone. Tuttavia, nel corso del dialogo l’ambientazione cambia e ci ritroviamo a più riprese catapultati nella vicenda che Socrate racconta. Cioè, il suo confronto con un gruppo in cui ritroviamo Eutidemo, Dionisodoro, Clinia e Ctesippo. Difatti, le vicende dei dialoghi platonici sono in genere o un racconto oppure la descrizione di un avvenimento al presente. Invece, questi “salti temporali” sono una caratteristica propria dell’Eutidemo.

Comunque, in questo dialogo non troviamo un’introduzione sulla circostanza che spinge al dialogo Socrate e Critone, come avviene in altre opere platoniche. Infatti, la narrazione inizia con Critone che chiede fin da subito a Socrate l’identità della persona con cui lui discuteva il giorno prima nel Liceo.

Perciò, Socrate risponde che si tratta di Eutidemo in compagnia del fratello Dionisodoro. Inoltre, afferma che i due fratelli sono simili a due atleti di pancrazio, la lotta libera. Ma anche migliori, in quanto gli atleti sconfiggono il nemico con i movimenti del corpo. Invece, loro lo riescono a fare con la sola forza della mente. Perciò Socrate afferma, con un certo humour, di voler prendere lezione da loro. Così, Critone gli chiede se l’anziano ateniese non è troppo vecchio per queste cose. Ma Socrate afferma che i due possono insegnare la loro arte a chiunque e a qualsiasi età. Quindi, Critone chiede in cosa consiste quest’arte, e Socrate inizia il suo racconto.

Chi è Eutidemo?

Ma Eutidemo e gli altri personaggi che Socrate afferma di aver incontrato sono personaggi storici? Cioè, sono davvero esistiti o sono inventati da Platone, come sembra avvenire in altri dialoghi? In effetti, gli studiosi non hanno una risposta univoca. Comunque, sembra che un sofista di nome Eutidemo è esistito davvero. Tuttavia, è probabile che in ogni caso Platone infioretta la realtà e descrive personaggi che sono frutto della sua fantasia.

Così, di tutti i personaggi che assistono alla conversazione, Platone riporta i nomi di quattro di loro. Abbiamo Eutidemo e Dionisodoro, che coi loro sofismi attaccano i presenti, e poi Clinia e Ctesippo, i quali prendono le difese di Socrate in quanto suoi amici. Inoltre, è interessante che i due fratelli, come racconta Socrate, non sono Ateniesi ma provengono da Turi, città fondata per volontà di Pericle da Protagora, famoso sofista.

Socrate incontra Eutidemo e gli altri

Dunque, Socrate racconta che sta per lasciare lo spogliatoio del Liceo, quando un segno divino gli dice di aspettare. Difatti, poco dopo entrano tutti i protagonisti della storia, e Socrate presenta a Clinia i due fratelli come maestri dell’arte della guerra. Ma i due snobbano la presentazione di Socrate, affermando che ormai essi dedicano il loro tempo a un’arte di gran lunga superiore. Cioè, l’insegnamento della virtù. Perciò Socrate chiede loro di dimostrare la loro forza convincendo Clinia che la vita giusta è quella che persegue la virtù.

Così, Eutidemo chiede a Clinia se gli uomini che imparano sono i sapienti o gli ignoranti. Ma intanto Dionisodoro dice nell’orecchio a Socrate che qualsiasi risposta sarà confutata. Infatti, Clinia risponde che questi sono i sapienti. Ma Eutidemo ribatte che quando non si conosce qualcosa si è ignoranti, e non sapienti. Poi, chiede se chi impara apprende quello che sa o quello che non sa, e Clinia conferma la seconda possibilità. Ma Eutidemo nota che il maestro che detta, si rivolge a chi conosce tutte le lettere dell’alfabeto. Dunque, la risposta data da Clinia è sbagliata.

Così, Dionisodoro prende la parola, afferma che Eutidemo trae Clinia in errore e chiede a quest’ultimo se quelli che imparano sono tra coloro che acquisiscono, e non tra quelli che già possiedono conoscenza. Così, quando Clinia annuisce, lui può dire che apprendono coloro che non sanno, e non coloro che sanno.

Intervento di Socrate

«Eutidemo sta per assalire per la terza volta il giovane, come nella lotta, per gettarlo a terra, quando io, accortomi che il ragazzo rischia di soccombere, lo incoraggio.»

Così Socrate riesce a riportare il discorso alla descrizione dei benefici della vita virtuosa. Innanzitutto, chiede se tutti gli uomini desiderano stare bene. Ma tale condizione, con la ricchezza o con la buona salute, o con buone doti fisiche? In effetti, tutti considerano essenziale la buona sorte. Però, la buona sorte equivale alla sapienza, in quanto, come un buon timoniere supera le avversità del mare, la sorte migliore la si ottiene con qualcuno che è sapiente.

Così, Socrate lascia la parola ai fratelli, perché dicano se la sapienza deriva da più scienze o da una sola. Quindi, Dionisodoro chiede a Socrate se pensa che Clinia sia un sapiente, e lui afferma di no. Dunque, egli vuole che Clinia passi da ignorante a sapiente, cioè diventi altro da ciò che è, il che è come morire. Così, Ctesippo risponde sdegnato che non è vero. Ma Eutidemo nota che ciò di cui si parla è sempre una cosa esistente, e che ciò che è, “è” per definizione. Dunque, parlare di ciò che è, è dire la verità. Quindi, nessuno parla di ciò che non è, cioè il falso, e ne deriva che nessuno mente.

Quindi, interviene Socrate, che afferma che l’idea che il falso non esiste è un discorso che già conosce dagli allievi di Protagora. Ma se non esiste, non esiste nemmeno il pensiero del falso. Dunque, non esistono gli ignoranti, in quanto ignoranza è ingannarsi sugli oggetti. Dunque, non si può neanche sbagliare. Ma allora, cosa vengono a insegnare Eutidemo e Dionisodoro, se tutti sono virtuosi per necessità?

La scienza che produce virtù

Dionisodoro fa un passo indietro e chiede a Socrate se hanno senso solo gli esseri che hanno anima o anche quelli che non ce l’hanno. Perciò, dato che Socrate risponde che solo quelli che hanno l’anima hanno anche senso, Dionisodoro gli chiede se le proposizioni hanno l’anima, e visto che l’anziano risponde di no, gli chiede perché gli ha chiesto che senso ha la sua proposizione. Così, Socrate risponde che o ha sbagliato, oppure le proposizioni hanno significato. Dunque, se ha ragione, non può essere confutato neanche da Dionisodoro che è sapiente. Invece, se ha sbagliato, anche Dionisodoro sbaglia quando dice che non è possibile sbagliare.

Così, Socrate torna a interrogare Clinia e gli chiede quale scienza permette il riconoscimento della virtù, e questa è la filosofia. Dunque, la scienza che conviene apprendere è quella che garantisce maggior giovamento. Perciò, deve essere una scienza che sa a cosa serve, e che produce qualcosa che serve a se stessa, e non come l’artigiano che produce un’arpa, cioè un oggetto da usare all’infuori del suo mestiere. Quindi, è chiaro che tale arte non è quella di saper produrre discorsi, in quanto essi servono a qualcosa di esterno ad essa.

Socrate interrogato da Eutidemo

Così, dato che Socrate e Clinia non individuano una scienza che corrisponda a tale caratteristica, Eutidemo afferma che tale scienza Socrate già la possiede. Innanzitutto, gli chiede se sa qualcosa, e lui risponde di sì. Poi, gli chiede se è sapiente, e Socrate risponde di esserlo solo su ciò che conosce. Perciò, Eutidemo gli chiede se conosce qualcosa grazie a qualcosa d’altro che gli permette la conoscenza. Dunque, Socrate rispondi di sì, grazie all’anima conosce tutto quello che sa.

Eutidemo
Scena di pancrazio, misto di lotta e pugilato, con un arbitro che ammonisce uno degli atleti. Fonte: Wikipedia.org.

Ma ecco che il suo interlocutore lo redarguisce perché non risponde mai con una risposta secca. Invece, egli aggiunge sempre qualcosa, come quando deve rispondere che conosce tutto con l’anima, e aggiunge che conosce solo quello che sa. Perciò, Socrate si corregge e acconsente a non usare più nelle risposte formule come “solo” e “quando”. Così, Eutidemo richiede a Socrate se egli conosce tutto, e Socrate non può che rispondere sì. Dunque, il filosofo gli chiede se con tale ragionamento conosce anche la differenza tra uomini buoni e ingiusti, ed Eutidemo glielo conferma. Perciò, Socrate chiede dove egli crede che lo ha imparato, e Dionisodoro risponde intromettendosi “da nessuna parte”. Ma a queste parole Eutidemo dice a Dionisonoro che sbaglia nel rispondere così, perché afferma che Socrate conosce e non conosce allo stesso tempo.

La conversazione prosegue con altri scambi veloci tra Socrate, Eutidemo, Dionisodoro e Ctesippo. Infine, Socrate afferma di non poter tener testa ai due fratelli in quanto meno coraggioso di Eracle, il quale affronta e sconfigge l’idra “sofista” a cui, tagliata una “testa-discorso”, ne porta avanti un’altra moltitudine.

Conclusione

Così, concluso il racconto di Socrate, Critone rivela di aver chiesto del giorno prima perché un uomo, uscendo dal luogo in cui Socrate e gli altri avevano discusso, gli aveva detto che lì stavano parlando uomini davvero sapienti, e non filosofi. Però Socrate afferma che quegli uomini sono capaci di discorsi di “bell’aspetto”, ma non di verità. Così, Socrate consiglia a Critone, che gli chiede un parere sull’educazione dei figli, di valutare egli stesso se qualcuno è bravo nella sua arte, come i retori e i filosofi. E se non lo sono, o non trova quelle arti utili, di allontanare tali cose dai figli, altrimenti di seguirle lui stesso.

Luigi D’Anto’

Bibliografia

Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Bompiani 2000.

Sitografia

Video sul significato di virtù nell’antica Grecia di Maurizio Migliori sul canale Youtube dell’Università di Macerata.

Nota: L’immagine di copertina è ripresa da Wikipedia.org.