Adam Smith, la divisione del lavoro e la mano invisibile

Adam Smith è un pensatore scozzese del 1700, professore di filosofia noto soprattutto per il suo contributo alla scienza economica. Infatti, oggi con Adam Smith identifichiamo il fondatore dell’economia politica. In questo articolo illustriamo gli aspetti più rilevanti della sua vita e del suo pensiero filosofico-economico.

La vita di Adam Smith

Adam Smith nasce a Kirkcaldy, in Scozia, nel 1723. Come racconta lo storico e filosofo Victor Cousin, alcuni vagabondi rapiscono Smith all’età di tre anni, ma la madre e il paese, sulle sue tracce, lo ritrovano il giorno stesso. Orfano di padre, da giovane diviene uno studente eccellente e la madre lo iscrive all’università, sperando in una sua carriera in ambito religioso. Ma Smith non mostra interesse per la teologia, preferisce la filosofia sociale. Terminati gli studi all’università di Glasgow e poi a Oxford, torna a Glasgow come professore di logica e poi di filosofia morale e stringe una forte amicizia col filosofo David Hume. Poi, dopo un periodo in Francia, torna in Inghilterra dove dedica il suo tempo all’insegnamento e alla ricerca. Così, scrive La teoria dei sentimenti morali nel 759 e La ricchezza delle nazioni nel 1776. Muore nel 1790 a Edinburgo.

Cornice storica

Anche se nato in Scozia, il pensatore è cittadino inglese. Infatti, alla sua nascita, la Gran Bretagna come Regno Unito esiste da 16 anni.

Adam Smith
L’Atto di Unione del 1707. Fonte immagine: wikipedia.org

A sancire il nuovo regno è l'”Atto di Unione“: l’insieme di due atti, l’uno del Parlamento d’Inghilterra approvato da quello della Scozia, e uno scozzese approvato da quello inglese. Però questa fondazione, seppur raggiunta per vie diplomatiche, non è del tutto pacifica. Infatti, nella prima metà del 1700, proseguono gli scontri tra inglesi e giacobiti, questi ultimi scozzesi che sostengono l’indipendenza della Scozia. Ma tale fazione viene sconfitta, e senza avere più forti minacce interne la Gran Bretagna vive un momento favorevole. Così, nella seconda metà del 1700, espande la sua influenza in India. Se teniamo conto che fino al 1776 gli Stati Uniti non hanno ancora raggiunto l’indipendenza e sono una colonia inglese, comprendiamo quanto questa nazione è potente in tali anni.

Adam Smith: filosofo o economista?

Come abbiamo anticipato, Adam Smith non ricopre la cattedra di economia, ma quella di logica prima e di filosofia morale poi. Questo non deve stupire, in quanto in quegli anni la cattedra di economia non esiste ancora nelle università.

Ma, accanto a ciò, va notato anche come l’economia (già presente nel pensiero smithiano negli anni dell’insegnamento) appaia vicina a campi quali la filosofia e la morale. Questo è indizio di una diversa sensibilità nei confronti di tale disciplina nei secoli passati. Infatti, oggi l’economia appare come una tecnica volta a sfruttare al meglio le risorse per fini produttivi. Nondimeno, la produttività è l’elemento che ha caratterizzato da sempre le teorie economiche. Tuttavia, in passato essa risulta connessa alla sfera della morale. Cioè, la produzione economica deve rientrare all’interno di un orizzonte che non sia mero ottenimento del prodotto e che rispetti regole sociali proprie del mondo civile.

Dunque, siamo in una dimensione a metà tra la logica antica e quella contemporanea: rispetto all’antichità, l’economia diviene scienza. Ma ha ancora legami con altre discipline, e solo con l’avvento della contemporaneità detti legami diminuiscono. Questa differenza ha la sua importanza, in quanto permette una miglior comprensione del pensiero di Adam Smith, che è, per questo motivo, filosofico oltre che economico.

La ricchezza delle nazioni 

Il testo più famoso di Adam Smith è Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, più conosciuto soltanto come La ricchezza delle nazioni. Smith lo scrive dopo il suo ritorno dalla Francia. Perciò, i suoi contenuti sono anche frutto della ricezione delle idee scambiate con intellettuali francesi.

Come indica il nome completo, l’indagine riguarda le cause della ricchezza delle nazioni, e queste cause corrispondono al lavoro produttivo svolto da chi lavora. Il concetto, che sembra banale, non lo è nell’epoca di Smith. Infatti, come egli stesso spiega, è contrario tanto alla visione mercantilista tanto a quella fisiocratica. In effetti, per i primi la ricchezza deriva dalle risorse di cui una nazione dispone, ad esempio le materie prime come il legno e i metalli. Invece, per i secondi, la sua origine è la terra, o meglio il suo sfruttamento, ad esempio la coltivazione. Infatti, a differenza della semplice estrazione dei minerali, la coltivazione sfrutta la capacità riproduttiva della terra stessa.

Ma Smith ha per primo un’intuizione differente: la vera fonte della ricchezza è il lavoro, non ciò che è oggetto del lavoro. Dunque, le persone che lavorano determinano la ricchezza di una nazione. Ma questo elemento non è solo quantitativo, non è il numero di lavoratori, da solo, a fare la differenza. Infatti, conta anche la modalità con cui ogni lavoratore compie tale azione: la sua abilità e l’intelligenza impiegata ad esempio.

La prima stampa del testo risale al 1776, l’anno della Dichiarazione dell’indipendenza degli Stati Uniti, a riprova dell’attualità dei temi in esso trattati.

La divisione del lavoro

Dato che Adam Smith è il fondatore della scienza politica moderna, a volte lo si indica, erroneamente, come l’inventore della divisione del lavoro.

In realtà, la divisione del lavoro esiste da millenni. Non solo sappiamo che risale alle più antiche civiltà come quella Egiziana e Babilonese, ma i paleoantropologi ritengono che anche gli uomini primitivi la applicassero nella vita quotidiana. Già autori dell’antichità, come Menenio Agrippa e Senofonte, oltre che Platone, accennano ad essa. D’altra parte, lo stesso Smith afferma proprio questo: che la divisione del lavoro ha accompagnato l’uomo nella sua storia. Dunque, tale divisione non è nemmeno un’innovazione della storia moderna.

Invece, l’elemento di novità presente in Adam Smith consiste nel basare la propria teoria economica sulla divisione del lavoro. Smith sostiene che la realizzazione di un prodotto che passa attraverso più lavoratori, ognuno con il proprio compito, è più veloce del lavoro compiuto dall’inizio alla fine dallo stesso lavoratore. In effetti, tale divisione non riguarda la produzione di un singolo manufatto, bensì l’intera società. In una qualsiasi società ognuno compie un lavoro differente. Così, tutti contribuiscono, attraverso questa divisione, all’esistenza della società stessa.

Secondo Smith, il progressivo affermarsi di questo tipo di produzione non è un processo meditato dall’essere umano. Piuttosto, egli lo adotta in modo intuitivo, naturale.

Pro e contro della divisione del lavoro

Un altro errore è credere che Adam Smith indica la divisione del lavoro come la forma migliore di produzione in assoluto. Anche su questo aspetto il filosofo ha un occhio critico. Infatti, accanto ai vantaggi, egli vede anche aspetti negativi.

«L’occupazione […] della gran parte della popolazione finisce per essere limitata ad alcune operazioni semplicissime […] Chi passa tutta la vita a eseguire alcune semplici operazioni […] non ha occasione di esercitare l’intelletto o la sua inventiva nell’escogitare espedienti per superare le difficoltà […]. Perciò, egli perde naturalmente l’abitudine a questo esercizio e generalmente diviene tanto stupido e ignorante quanto può diventarlo una natura umana.»

Dunque, la divisione del lavoro comporta perdita della creatività, della flessibilità e dell’intelligenza in generale dei lavoratori. Ma, come abbiamo detto, questi aspetti non sono estranei alla ricchezza di una nazione, ne sono parte integrante, e per questo non vanno trascurati.

La mano invisibile

Adam Smith
Fonte immagine: Public domain vectors

Il concetto forse più famoso nel panorama del pensiero di Adam Smith è “la mano invisibile“. Smith conia questa espressione per meglio descrivere le leggi che, a suo parere, muovono l’economia. Infatti, la troviamo in più di un suo scritto: Storia dell’astronomia, Teoria dei sentimenti morali e La ricchezza delle nazioni.

Secondo Adam Smith, gli uomini sono per natura spinti dal proprio interesse e dagli impulsi che lo producono: egoismo, simpatia, desiderio di libertà, abitudine, senso della proprietà e del baratto. Eppure, il complesso degli uomini mosso da questi stessi sentimenti produce una società. Cioè, l’uomo genera coi propri scopi personali il bene comune dato che la società, in quanto complesso dei lavoratori, garantisce a tutti la sopravvivenza. Questo è un ordine naturale, voluto dalla Provvidenza, che quest’ultima garantisce attraverso un “moto invisibile” che permea ogni azione individuale. Così, anche il più egoista tra gli uomini è costretto a ridistribuire parte delle sue ricchezze, in quanto non autosufficiente ma parte della società.

Adam Smith, imperialismo e liberismo

La teoria della “mano invisibile” ha ripercussioni sull’organizzazione della società. Abbiamo già detto che la Gran Bretagna è nel 1700 una potenza imperiale e combatte in America contro il tentativo di indipendenza delle sue colonie. Ma Adam Smith ha una posizione contraria a questa politica.

Infatti, come abbiamo visto, tra i motivi che producono il movimento della Provvidenza c’è anche la naturale inclinazione degli uomini al baratto. Su una scala più grande rispetto agli individui, il baratto avviene anche tra nazioni che producono merce di scambio differente, e questo prende il nome di mercato. Quindi, lo scambio dei prodotti è ciò che produce il mercato, e questo permette alla Provvidenza di garantire il benessere di tutti. Dunque, una politica imperiale è sbagliata in quanto non permette proprio questa circostanza. Infatti, un impero come la Gran Bretagna avrebbe una condizione migliore se lasciasse autonomia alle colonie, che diverrebbero altre realtà con cui poter barattare i suoi prodotti e realizzare un mercato florido.

Questo e gli altri principi economici di Adam Smith costituiscono la base del liberismo.

Il liberismo e il lascito di Adam Smith

Adam Smith
La statua di Adam Smith a Edimburgo. Fonte immagine: wikipedia.org

Il liberismo, o libero mercato, è l’idea che lo Stato deve intervenire il meno possibile sulla vita economica al suo interno. Quindi, lo Stato garantisce con norme giuridiche la libertà economica di tutti e incentiva il mercato quando ristagna, e non interviene più di così. Questa politica economica è nota anche con l’espressione francese laissez-faire, “lasciate fare”. Però questo appellativo sembra non attribuibile a Smith, quanto al contemporaneo economista Vincent de Gournay.

Comunque, il liberismo trova, da Adam Smith fino ai nostri giorni, numerose interpretazioni anche molto diverse tra loro. Infatti, non c’è dubbio che anche chi ha criticato il liberismo e cercato un altro modello non ha potuto fare a meno, trattando d’economia, di confrontarsi con esso.

Luigi D’Anto’

Bibliografia

A. Smith, La Ricchezza delle Nazioni, Grandi Tascabili Economici Newton, 1995.

Sitografia

Per un approfondimento sul pensiero di Adam Smith, si veda sul sito dell’Università Internazione degli studi sociali LUISS: M.  De Leo, Adam Smith e la simpatia: i fondamenti “morali” dell’economia, 2016-2017.

Nota: l’immagine di copertina dell’articolo è da flickr.com

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