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Roma rinascimentale: la rinascita artistica

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Roma Rinascimentale
Ca' Rezzonico - Interno della basilica di San Pietro a Roma - Giampaolo Pannini

Roma rinascimentale è una città dai mille volti, criticata per i suoi vizi, giudicata per le scelte politiche, ammirata per le sue virtù artistiche in un gioco di rimandi intrecciati: cause e conseguenze l’uno dell’altro questi fattori hanno contribuito a plasmare il volto della città che ci affascina tutt’oggi.

Che cos’è il Rinascimento?

Il Rinascimento è un periodo storico che va dalla seconda metà del Quattrocento fino al Cinquecento inoltrato. Il nome stesso fa riferimento alla “rinascita dell’arte classica” che viene ripresa a modello in questa fase storica in tutte le arti, in special modo nella penisola italiana.

Tradizionalmente si riteneva il rinascimento idealmente legato all’arte classica. Questo collegamento era stato interrotto dai “secoli bui” del Medioevo dove vi erano ignoranza e oscurantismo, per questo si parla di “rinascita”. In realtà il Rinascimento non sarebbe stato possibile senza Medioevo.

Certo, dal Quattrocento in poi inizia ad esserci un maggior interesse per il mondo antico dal punto di vista filologico, architettonico, artistico, ma il mondo medievale non era del tutto estraneo alla cultura classica (si ricordi ad esempio che Dante conosceva Virgilio, anzi era il suo modello), ma la reinterpretava. Nel Rinascimento, invece, vengono riproposti i classici come modelli da seguire.

Chi ha coniato il termine Rinascimento?

Roma rinascimentale

Il primo a usare il termine “rinascita” per indicare il rinnovamento in pittura è Giorgio Vasari, anche se lui si riferisce alle novità di Cimabue e Giotto. L’accezione moderna del termine “Rinascimento” è nata nel XIX secolo. Deve la sua diffusione allo svizzero Jacob Burckhardt e al suo saggio del 1860 La civiltà del Rinascimento in Italia.

Sia il Vasari che Burckhardt restituiscono l’immagine di un nuovo stile artistico, completamente rinnovato e fiorentinocentrico. Questo è stato messo in discussione negli ultimi anni dimostrando la continuità con gli stili medioevali e, senza mettere in dubbio l’importanza di Firenze, come le correnti artistiche coinvolgessero più città italiane.

Il declino di Firenze

Laculla del rinascimento” è Firenze, città al centro del panorama culturale quattrocentesco. Qui videro la luce le prime opere artistiche rinascimentali, grazie anche alla famiglia Medici che patrocinò questa nuova corrente culturale. Tra gli artisti legati alla famiglia ricordiamo Brunelleschi, Michelozzo, Donatello, Andrea del Verrocchio, Botticelli. In patricolar modo grande mecenate fu Lorenzo de Medici, detto il Magnifico.

Tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI però Firenze conobbe gravi sconvolgimenti politici. I Medici vennero cacciati più volte dalla città: prima per mano del predicatore Girolamo Savonarola, poi con la morte di quest’ultimo nel 1498 riuscirono a rientrare, ma nel 1527 furono nuovamente costretti a lasciare la città per tre anni, fino a che non ripresero definitivamente il potere con Alessandro de’ Medici, supportato dalle forze imperiali.

Questa incertezza di potere in un’Italia spezzettata ed in balia delle potenze straniere significò la perdita della leadership culturale e politica della penisola.

Prima di Roma rinascimentale

La Roma del Quattrocento era nei fatti una piccola città. In età imperiale aveva superato il milione di abitanti, durante il Medioevo il numero era calato drasticamente; la Roma rinascimentale contava introno ai 55.000 abitanti. In sostanza la popolazione risiedeva all’interno delle mura aureliane. L’aspetto della città era un insieme di rovine antiche e chiese medievali che si alternavano e sovrapponevano senza un ordine preciso, c’erano zone della città abbandonate o utilizzate per il pascolo, non erano rare le incursioni dei lupi nel perimetro della città.

Questo stato di abbandono era dovuto, di fatto, ad un abbandono. Nel Quattrocento la Chiesa era reduce da uno dei periodi più travagliati della sua storia: tra il 1307 e il 1377 c’era stata la “cattività avignonese in cui la sede papale si era spostata ad Avignone. Gregorio IX riportò la sede a Roma, ma il con il suo successore Urbano VI si consumò lo scisma d’Occidente e la crisi del conciliarismo. La situazione si riappacificò solo nel 1443 con il concilio di Firenze-Ferrara in cui Roma tornava ad essere al centro della cristianità.

L’ascesa della Roma rinascimentale

La lontananza del centro del potere aveva creato una situazione di frammentarietà sul territorio dello Stato della Chiesa, che ormai era un insieme di centri autonomi.

Quindi nel Quattrocento il papato si concentrò sul rafforzare il proprio potere e la presa sul suo territorio, non solo metaforicamente, ma riconquistandolo militarmente. Il pontefice che più si dedicò a riprendere in mano le terre sfuggite al suo controllo fu Giulio II, impietoso nella riconquista.

Dopo la figura guerriera di Giulio II, salì al soglio pontificio Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico. Amante dell’arte, fu anch’egli un grande mecenate.

Se Giulio II era ricordato come il “papa guerriero”, Leone X era il “papa angelico”. Non solo in contrapposizione al suo predecessore ma perché si pensava fosse il papa di una profezia, la quale preannunciava un papa santo che avrebbe portato la pace e riconquistato Gerusalemme. Questo non deve stupirci, era cosa comune nell’età moderna credere a segni divinatori e profezie. In particolare negli anni a cavallo tra XV e XVI secolo si susseguirono una serie di segni che significavano cambiamento, come una particolare congiuntura astrale predetta dagli Arabi o avvistamenti di creature mostruose.

Roma rinascimentale a capo di uno stato moderno

In questo periodo la figura del papa assumeva sempre più una connotazione sacrale e assoluta, non solo come pontefice ma come monarca del proprio Stato.

Lo storico Prosperi definisce lo Stato pontificio come «prototipo dello stato moderno» [1], nel senso di uno stato unitario, con a capo un sovrano che aveva il controllo del territorio e della burocrazia. 

La corte romana era di fatto una corte principesca e come tale doveva e voleva apparire. Il mecenatismo dei papi non era dovuto soltanto dal loro amore per l’arte, ma perché Roma rinascimentale doveva essere il simbolo di uno Stato moderno e forte, in grado di dialogare con le altre potenze europee. Per questa ragione si sostituì a Firenze come città d’arte in cui pittori, scultori erano cercati e accolti, per manifestare la sua potenza.

Chi erano i papi mecenati della Roma rinascimentale?

Tra il Quattrocento e il Cinquecento il volto della città cambiò, urbanisticamente e artisticamente. Una serie di papi mecenati, chiamarono nella Roma rinascimentale i maggiori artisti del tempo. Possiamo dire che questo processo inizia con Pio II, mentre l’ultimo importante mecenate rinascimentale è Leone X.

Pio II, al secolo Enea Piccolomini (1405-1464) fu una delle personalità più significative del Quattrocento. Proveniva da una famiglia della nobiltà senese caduta in disgrazia. Amante degli studi e della cultura sin da giovane, coltivò questa caratteristica infatti è ricordato come un uomo di cultura e abile diplomatico. Non si servì delle sue capacità intellettuali sono per scrivere opere e trattati, ma la penna era la sua arma migliore anche in politica. Famosa è infatti la lettera che scrisse al sultano Maometto II, contro il quale voleva organizzare una crociata per difendere la cristianità, definita un capolavoro retorico e di arte politica. Era un sostenitore della supremazia papale sul concilio e questa fu l’indirizzo che seguì durante il suo pontificato.

Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici (1475-1521) era il secondogenito di Lorenzo il Magnifico. Era stato destinato sin da piccolo alla vita ecclesiale, infatti ricevette la tonsura a soli sette anni. Era cresciuto in un clima di ricchezza culturale, in accordo anche con le sue inclinazioni naturali. Egli infatti era amante dell’arte e della letteratura, passioni che coltivò anche una volta diventato papa. Fu protettore e mecenate di numerosi artisti e letterati, come Raffaello, Sannazzaro, Bembo. La sua munificenza però significava anche affrontare molte spese, cosa che aggravava l’immagine della Chiesa sperperona e superficiale che circolava in quel tempo.

Le opere d’arte rinascimentali

Oltre ai papi anche cardinali, vescovi e nobili commissionavano opere per abbellire le loro case e dar lustro alla loro famiglia. Così Roma si trasformò grazie alla mano di scultori, pittori e architetti.Tra i grandi artisti ricordiamo:

il progetto di Bramante per San Pietro

Bramante che realizzò a Roma tra le altre: il chiostro di Santa Maria della Pace, il tempietto di San Pietro a Montorio, il cortile del Belvedere, palazzo Caprini (ora distrutto) e fece un progetto per la basilica di San Pietro. Anche se il suo progetto finale non fu realizzato, il tipo di pilastro che aveva progettato non solo rimarrà ma sarà poi imitato per la sua portata innovativa.

Michelangelo: la Pietà, la monumentale tomba di Giulio II, per la quale abbiamo tre progetti, la volta della Cappella Sistina e il Giudizio Universale (dipinto molti anni dopo il resto degli affreschi), la piazza del Campidoglio, palazzo Farnese e il progetto definitivo per la basilica di San Pietro.

Raffaello: un ciclo di affreschi nelle Stanze Vaticane (Stanza della Segnatura, Stanza di Eliodoro, Stanza dell’incendio di Borgo, mentre la Stanza di Costantino fusolo progettata da lui, ma non realizzata), oltre a numerosi quadri e ritratti. Progettò la cappella Chigi, nella quale riprendeva elementi di Bramante a cui era legato, Villa Madama. Anche Raffaello preparò una pianta per la basilica di San Pietro, ma non andò a buon fine.

La corruzione della Roma rinascimentale

La lista sopracitata contiene solo alcune delle opere più importanti degli artisti più famosi, ma in quegli anni Roma rinascimentale brulicava di creatività artistica. Per i contemporanei questa attenzione all’arte, soprattutto vista come simbolo di potere, poteva essere considerata in negativo. In particolar modo se nell’agenda c’erano altre priorità.

La città era non solo il simbolo dell’arte ma anche del vizio e del peccato: la corruzione e l’ipocrisia dei cardinali e degli alti prelati era proverbiale. Anche per il basso clero c’era malcontento. Cioè sacerdoti e religiosi che avevano piccole parrocchie e che non erano in alto alla gerarchia spesso erano ignoranti, non sempre sapevano leggere, e i loro comportamenti non erano diversi da quelli dei laici superstiziosi

Già da tempo si chiedeva dall’interno della Chiesa stessa un rinnovamento. Nel 1517 Lutero pubblicò le Novantacinque Tesi dando inizio alla Riforma e alla scissione del mondo cattolico. Le profezie e i presagi di cui si è detto prima acquistavano un senso anticlericale: Roma, spesso paragonata Babilonia, la città meretrice, era simbolo del peccato, in quest’ottica vedeva Roma chi aderiva alla riforma.

Il “Sacco di Roma”

Roma rinascimentale

Nel 1527, Clemente VII firmò un’alleanza con il re di Francia in funzione antimperiale, l’imperatore Carlo V, allora,inviò le truppe di lanzichenecchi a Roma. Il sacco di Roma fu uno degli eventi più drammatici ricordati dai contemporanei. Non solo perché si violava una città che non era stata più attaccata dal 401, ma anche per la violenza con cui avvenne. Per i lanzichenecchi il papa era l’Anticristo, punire lui e la città che lo rappresentava era il giusto castigo divino.

Come scrive Elena Bonora: «l’umiliazione della Roma cristiana aveva messo in ginocchio non solo una città, non solo il papato, ma la stessa fede nel primato culturale e politico dell’Italia rinascimentale fondato sulla continuità con Roma antica[2]

Miriam Campopiano

Bibliografia

  • Cricco, Di Teodoro, Itinerari nell’arte, versione rossa, vol III, Bologna, Zanichelli 2012.
  • P. Adorno, A. Mastrangelo, Segni d’Arte, Messina-Firenze, G. D’Anna 2006.
  • O. Niccoli, La vita religiosa nell’Italia Moderna, Secoli XVI-XVIII, Roma, Carocci 2017.

[1] P.Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime:la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna 1984, p 17.

[2] E. Bonora, La Controriforma, Roma.Bari, Laterza 2001, p6.

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