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Minosse, il re di Creta: dal mito greco a Dante

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Minosse, nella mitologia greca, fu il mitico re di Cnosso: era figlio di Zeus e di Europa, sposo di Pasifae e padre, tra gli altri, di Deucalione, Androgeo, Arianna e Fedra.

Chi era Minosse?

Nonostante avesse due fratelli, si racconta che Minosse regnò su Creta da solo. Infatti, precedentemente, egli, Sarpedone e Radamanto, innamoratisi di un giovane di nome Mileto, litigarono per lui; tuttavia Mileto sembrava preferire Sarpedone. Fu per questo che Minosse lo scacciò da Creta ed egli salpò alla volta dell’Asia Minore.

Quindi, quando prese il potere, i suoi fratelli provarono a ostacolarlo, ma deciso a governare, Minosse rispose che egli era stato scelto dagli dèi. Per dimostrarlo, fece un sacrificio a Poseidone e chiese di far uscire un toro dal mare, promettendo che lo avrebbe poi sacrificato. Così fu, e ciò gli servì come prova del suo incontestabile potere.

Tuttavia, il re dimenticò di sacrificare il toro e lo mandò tra le sue mandrie per perpetrarne la razza. Invece, secondo un’altra versione, Minosse non volle sacrificarlo per la sua estasiante bellezza e pensò di ingannare il dio sacrificando un altro toro.

La vendetta del dio

Minosse sposò Pasifae, figlia di Elio e della ninfa Creta; Poseidone, per vendicarsi del torto subìto, fece innamorare Pasifae del toro bianco che Minosse avrebbe dovuto offrire al dio. La donna confidò la sua insana passione a Dedalo che viveva in esilio a Cnosso, il quale le offrì il suo aiuto costruendo una vacca di legno ricoperta da una pelle di vacca e montata su quattro ruote nascoste con grande artificio. Dedalo spinse la vacca finta nel pascolo e Pasifae, inseritasi dentro, si fece montare dal toro e soddisfò il suo desiderio.

Da questa malsana unione nacque un mostro con la testa di toro e il corpo di uomo, il cosiddetto Minotauro. Minosse, vergognandosi di questa mostruosità, lo rinchiuse in un labirinto, fatto costruire da Dedalo, e periodicamente (alcuni dicono ogni anno, altri ogni tre anni, altri ancora ogni nove) gli dava in pasto sette giovani e sette fanciulle inviati dalla città di Atene.

Gli amori di Minosse

Secondo il mito, Minosse avrebbe avuto molteplici avventure amorose, sia con ragazzi che con ragazze. Infatti, si dice che proprio lui (e non Giove) avrebbe rapito Ganimede; fu anche amante di Teseo e, dopo il rapimento di Arianna, si sarebbe riconciliato con lui e gli avrebbe concesso come sposa sua figlia Fedra.

Poi si innamorò anche della giovane Britomarti, la quale si nascose in un boschetto per nove mesi per sfuggire a Minosse che la cercava ma, ormai sfinita, si gettò in mare per non cedergli; altro amore fu Peribea, una delle fanciulle che fu portata da Atene per il tributo. Per la gelosia nei confronti di Minosse, si racconta che Pasifae fece un’opera di magia; infatti, ogni volta che egli giaceva con altre donne, esse morivano, poiché spandeva in loro non seme, ma millepiedi, scorpioni e serpenti.

Solo Procri, figlia di Eretteo, re di Atene, recatasi a Creta, riuscì a liberarlo dal sortilegio. Infatti, Procri era stata lasciata dal marito Cefalo a causa dell’amore di Eos. Dopo un po’ di tempo, fu costretta a lasciare Atene a trasferirsi a Creta; Minosse la sedusse offrendole “un cane da caccia che non mancava mai la preda e una freccia che non mancava mai il bersaglio”.

Procri accettò, ma chiese, come condizione a Minosse, di bere un decotto fatto di radici magiche per evitare che lui la uccidesse con ciò che usciva dal suo corpo. Il farmaco funzionò e liberò Minosse dal maleficio, ma Procrì fuggì velocemente ad Atene per paura che Pasifae trovasse un altro modo per vendicarsi.

Scilla e Minosse

Altro amore del re di Creta fu Scilla. Minosse, dopo l’uccisione del figlio Androgeo da parte degli Ateniesi, per vendicarsi navigò per l’Egeo raccogliendo navi e alleati. Giunto a Nisa (successivamente denominata Megara), governata da Niso, l’assediò. Il re Niso aveva una figlia di nome Scilla, la quale era solita stare lunghe ore su una torre al centro della città e far cadere dei sassolini su una pietra che risuonava come una lira; Apollo, infatti, vi aveva deposto la sua.

Anche durante la guerra, ella saliva sulla torre per osservare il combattimento; così si innamorò di Minosse, estasiata dalla sua bellezza. Tuttavia, questo amore per il re di Creta fu per lei così perverso da portarla alla rovina. Infatti, Scilla, recatasi nella stanza di suo padre, gli tagliò la ciocca dorata a cui erano legati il suo regno e la sua stessa vita.

Si recò allora da Minosse e gli offrì la ciocca in cambio del suo amore. Minosse accettò di buon grado e, dopo aver conquistato la città, giacque con Scilla. Tuttavia, il re decise di non portare con sé la fanciulla fino a Creta, poiché provava molto ribrezzo per il parricidio perpetrato da Scilla.

Salpò allora alla volta di Creta, ma Scilla inseguì a nuoto la nave e si aggrappò al timone; l’ombra del padre, però, la attaccò in forma di aquila marina e Scilla, mollata la presa, annegò. Si racconta che la sua anima fu trasformata in un uccello ciris, mentre secondo un’altra versione si trasformò in pesce ciris.

La morte di Minosse

In seguito alla spedizione punitiva contro Atene, Minosse si recò in Sicilia per riportare Dedalo a Cnosso. Egli era fuggito e aveva trovato riparo presso il re Cocalo. Tuttavia, in Sicilia Minosse trovò la morte, inflittagli dalle figlie del re che si rifiutarono di consegnargli Dedalo.

Così, i soldati che lo avevano accompagnato in Sicilia, vi fondarono la città di Eraclea Minoa. Sembra che i compagni di Minosse avessero eretto lì la sua tomba; avevano posto le ceneri di Minosse in una sala interna, mentre in una seconda sala sorgeva un santuario in onore di Afrodite. Tuttavia, si racconta che tale tomba fu rasa al suolo da Terone, durante la fondazione di Agrigento e che, quindi, le ceneri di Minosse furono trasferite a Creta.

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Minosse

Minosse legislatore e re

La fama di Minosse è legata anche alla talassocrazia, cioè al suo potente dominio sul mare; infatti, egli estese il suo impero su tutto il Mar Egeo e conquistò moltissime isole intorno a Creta, fino in Caria, nel continente asiatico.

Inoltre Minosse fu considerato un grande e saggio legislatore, autore dell’antica Costituzione Cretese. Secondo il mito, tali leggi gli erano state suggerite da Zeus in persona.

Secondo una tradizione, sotto il nome di Minosse si estendeva un periodo di storia cretese di circa due secoli; questo ha portato a ipotizzare l’esistenza di due personaggi: con il primo si identificherebbe il saggio legislatore, mentre con il secondo il nipote del legislatore e marito di Pasifae.

Tuttavia, secondo altri studiosi, con il nome Minosse si indicherebbe il titolo dei dinasti propri di Creta, e non un nome di persona.

Minosse, giudice dei morti

La fama di saggio legislatore che è stata attribuita a Minosse ha contribuito certamente alla sua personificazione come giudice dei morti. Infatti, egli nell’Odissea è posto negli Inferi, insieme al fratello Radamanto e a Eaco, a presiedere al giudizio delle anime dei morti:

Là vidi dunque Minosse, il figlio illustre di Zeus,

che ai morti rendeva giustizia stringendo lo scettro d’oro,

seduto: intorno chiedevano, a lui sovrano, sentenze,

seduti o ritti nella casa di Ade dalle larghe porte.

(Odissea XI, 568-571)

Anche nel VI libro dell’Eneide si ritrova la figura di Minosse in qualità di giudice infernale. Egli è collocato alle soglie degli inferi, lì dove trovano posto gli infanti morti precocemente, coloro che furono condannati a morte per false accuse e i suicidi.

Il passo è controverso, ma varie sono state le ipotesi degli studiosi a riguardo: secondo alcuni Minosse sarebbe stato collocato lì da Virgilio per rivedere le cause dei condannati e, forse, ricollocarli nelle giuste sedi infernali; invece, secondo altri, il suo compito sarebbe quello di stabilire che essi debbano rimanere nel limbo tra le anime sospese. Inoltre, non è chiaro se Minosse debba giudicare solo queste anime o tutte le anime infernali.

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Incisione di Baccio Baldini

Chi era Minosse nella Divina Commedia?

L’Eneide e in particolare il canto VI e la discesa agli inferi di Enea fungono da modello principale per l’Inferno di Dante. Il Minòs dantesco segue infatti come modello il personaggio descritto da Virgilio ed è posto quindi nell’Inferno ad assegnare alle anime la propria sede.

Tuttavia, come accade con gli altri guardiani infernali, Dante lo trasforma in un personaggio demoniaco ed è degradato da giudice dei morti a giudice dei dannati. Infatti, mentre negli antichi c’era nei suoi confronti un senso di riverenza, dovuto alla grandezza e giustizia che Minosse incarnava, in Dante le cose cambiano. Il Minosse dantesco non ha nessuna caratteristica di grandezza e dignità, bensì è delineato come un demonio, “la cui funzione di giudice è ridotta ad una passiva esecuzione della giustizia divina” (De Michelis-Berto).

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

giudica e manda secondo ch’avvinghia.

(Inferno V, 4-6)

Infatti, il personaggio di Minosse, pur essendo espressione della volontà divina, è caratterizzato sin da subito come una belva, come mostrano l’“orribilmente”e il “ringhia”. Egli è posto poi subito dopo il Limbo, all’entrata “dell’inferno delle pene” (Chiavacci Leonardi), nel secondo cerchio dove trovano posto i lussuriosi; tutte le anime che giungono nell’Inferno dantesco devono passare dal cerchio in cui è collocato Minosse che deve esaminare, giudicare e collocare i peccatori nella loro giusta sede.

Il processo infernale

I termini che Dante utilizza per caratterizzare la presenza di Minosse servono a delineare la scena come un vero e proprio processo; le anime si presentano davanti a lui e confessano i loro peccati, secondo il volere della giustizia divina. Quindi è allora che, attraverso un atto propriamente bestiale, avviene la manifestazione del giudizio di Minosse: egli avvolge la coda su di sé tante volte quanti sono i cerchi che il dannato deve scendere per trovare il cerchio nel quale è destinato a scontare eternamente la sua pena.

Accanto alla mostruosità del giudice infernale, angoscioso appare anche l’inesorabile giudizio infernale, governato da regole ben precise e al quale nessuna anima può sottrarsi.

Inoltre, l’immagine della coda è stata interpretata dagli antichi commentatori come tipico tratto demoniaco; per la sua straordinaria lunghezza essa può avvolgersi compiendo più giri intorno al corpo. Per altro indicherebbe, allegoricamente, l’ultima parte della vita del peccatore, durante la quale questi non ha mostrato pentimento alcuno. Invece, i moderni interpretano tale gesto come se Minosse lo ripetesse più volte, scartando l’ipotesi dell’estrema lunghezza della coda.

L’avvertimento di Minosse

Successivamente, il giudice infernale, accortosi della presenza di Dante, cioè di un vivo nel regno dei morti, “lasciando l’atto di cotanto offizio” si rivolge a lui. Come già aveva fatto Caronte, anche Minosse cerca di dissuadere Dante dal suo cammino verso la salvezza. Ma il suo intento, diversamente da quello di Caronte, è quello di insinuare nell’anima di Dante il dubbio; egli lo invita a riflettere su chi sia la guida nella quale ha riposto fiducia e che ha seguìto in questo viaggio nell’aldilà; inoltre, cerca di dissuaderlo dal recarsi in un mondo in cui è facile entrare, ma difficile uscire, com’era anche nella tradizione pagana.

Tuttavia, immediata è la risposta di Virgilio che incarna la ragione umana: ripetendo la frase che ha detto a Caronte, egli dichiara che il viaggio di Dante è fatale”, voluto dal fato, cioè da Dio e, perciò, nulla e nessuno può ostacolarlo.

Quindi c’è in “fatale” la “trasposizione in chiave cristiana” di tutti quei valori tipici del mondo classico che caratterizzerà la Divina Commedia e che era propria della cultura medievale.

 Emma Piscitelli

Bibliografia:

  • Dante Alighieri, Commedia. Inferno, commento a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1991.
  • Cesare De Michelis, Giuseppe Berto, Commento al canto V dell’Inferno, in Lettere Italiane, vol. 67, n. 3, 2015, pp. 445-467.
  • Tommaso Di Salvo, Lettura Critica della Divina Commedia. Volume 1. Inferno, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1973.
  • Mary Gilson-Rosetta Palazzi, Dizionario di Mitologia e dell’Antichità classica, Zanichelli, Bologna 1997.
  • Robert Graves, I miti greci, Longanesi, Milano 1983.
  • Pierre Grimal, Mitologia, edizione italiana a cura di Carlo Cordiè, L’Universale, Garzanti, Milano 2005.
  • Omero, Odissea, trad. a cura di Aurelio Privitera, Oscar Mondadori, Torino 2014.
  • Giorgio Padoan, ‘Minosse’, in Treccani, Enciclopedia Dantesca, 1970.
  • Publio Virgilio Marone, Eneide, trad. a cura di Alessandro Fo, note di Filomena Giannotti, Einaudi, Torino 2012.
  • Voce ‘Minosse’ in Treccani, Enciclopedia Online.

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