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Erich Neumann: stadi psicologici dello sviluppo femminile

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In che modo si evolve la psicologia femminile dal periodo infantile a quello adulto? La risposta di Erich Neumann, psicoanalista tedesco del ‘900, implica l’attraversamento di vari stadi psicologici e chiama direttamente in causa l’Animus, cioè la componente maschile insita in ogni donna. Intrecciando l’analisi psichica alla mitologia, lo psicologo presenta il processo di conquista di sé che riguarda la donna. Questo si concretizza solo raggiungendo un equilibrio tra l’istanza maschile e quella femminile.

Carl Gustav Jung: Anima e Animus

Erich Neumann
Carl Gustav Jung (1875-1961)

Per comprendere la riflessione che Erich Neumann espone nello scritto “Stadi psicologici dello sviluppo femminile” occorre considerare alcuni assunti di fondo elaborati da C. G. Jung. L’allievo di Freud, infatti, sostiene che in ognuno di noi vi sia una componente maschile ed una femminile, che prescinde dal genere sessuale di appartenenza. Si tratta di Anima e Animus, entrambe indispensabili per il processo di individuazione del soggetto. La prima corrisponde all’aspetto femminile proprio dell’uomo, mentre la seconda a quello maschile proprio della donna. Con Neumann, inoltre, la disamina dello psicanalista svizzero si evolve, grazie all’interesse che egli mostra per il simbolismo. Lo stesso Jung gli riconosce questo merito asserendo:

Erich Neumann ha dato un contributo decisivo per risolvere gli innumerevoli e difficili problemi che si presentano ovunque in questo terreno inesplorato (il simbolismo).

Ancora, l’idea di una ontogenesi che ricapitola la filogenesi, già espressa da Freud, viene avvalorata dallo psicologo tedesco anche quando si porta avanti il confronto tra coscienza dell’umanità e dell’individuo. Bisogna, dunque, tenere conto del doppio binario che include la lettura simbolica del soggetto e della società anche nel testo preso in esame.

Erich Neumann: l’uroboro materno

La distinzione tra uomo e donna è presente sin dall’origine della vita dell’individuo, così come nelle società primitive. Secondo la simbologia, il maschile si identifica con la coscienza mentre il femminile con l’inconscio. Per dirla in altri termini, il maschile serve alla donna per permetterle di liberarsi verso la coscienza. Il femminile, invece, serve all’uomo per liberarsi dalla coscienza.

Va detto anche che il contesto primordiale comune ad entrambi è l’uroboro materno. È il primo stadio in cui tutto è indifferenziato. Ciò vuol dire che l’Io è totalmente immerso nell’inconscio. La simbologia dell’uroboro richiama alla mente il serpente che si morde la coda. Si tratta di una figura circolare, ove manca la distinzione tra femminile e maschile tra inizio e fine. Di lì a poco, però, c’è una evoluzione psichica differente. Erich Neumann scrive:

il maschile sperimenta come un non-Sé la situazione originaria, l’identità con la madre[…] l’autoidentificazione maschile è legata per sua natura all’evoluzione della coscienza e alla separazione del sistema conscio-inconscio.

Questa esperienza di differenziazione con il rapporto originario dà maggiori chance all’uomo di giungere ad un consolidamento di Sé. Ricordiamo che tale Sé è il fulcro centrale della psiche e non va confuso con l’auto-identificazione maschile, che avviene in seguito. Questa fase originaria è vissuta diversamente dal femminile.

Per la fanciulla cadono tutte le complicazioni con l’esperienza della diversità crea nel ragazzo. L’identità con la madre nel rapporto originario può continuare ad esistere anche quando il femminile arriva a “sé” come femminile.

Pertanto la donna può rimanere ancorata all’uroboro materno con tutto ciò che ne consegue. Ci riferiamo in particolare alla condizione di infantilismo che impedisce il suo sviluppo sul fronte della coscienza.

Erich Neumann: dall’autoconservazione all’irruzione dell’uroboro patriarcale

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Dallo stadio suddetto può derivare quello dell’autoconservazione della donna nel Sé materno, che è mitologicamente rappresentato dal rapporto che lega Demetra e Persefone. In tale accezione ella non riesce a sviluppare il suo rapporto con il maschile né internamente né esternamente e viene meno la sua completezza individuale. Nella società questa condizione può causare nella donna frigidità, disinteresse per i figli oppure riduzione del rapporto con l’uomo alla mera esperienza sessuale. L’uomo, infatti, rimane così un nemico o un estraneo.

Segue poi il terzo stadio che prevede l’irruzione dell’uroboro patriarcale. Erich Neumann lo descrive così:

corrisponde a un soggiogamento ebbro del femminile, a un esser preso e afferrato da parte di qualcosa di <<potentemente penetrante>> che non viene riferito e proiettato su un uomo concreto, ma sperimentato come Numen anonimo e transpersonale.

Per “numen” si intende la potenza divina. Non a caso mitologicamente lo stadio evoca la divinità che violenta la fanciulla sotto forma di eventi atmosferici come vento, pioggia etc… Anche la storia di Ade che rapisce Persefone rispecchia questo stadio. La donna viene, infatti, presa nella morsa di una forza inconscia, cioè il maschile, che la porta all’estasi e ad un mutamento della sua personalità.

La rinuncia di sé

Se la donna resta imbrigliata in questo stadio, disgiunta dalla sua femminilità e assoggettata al maschile, le conseguenze possono essere pericolose. Laddove predomina l’elemento maschile, ella viene a identificarsi con la figura della donna angelo, l’ispiratrice, l’Anima di lui. Crea cioè un rapporto di dipendenza con il maschile che la estirpa dalla terra che l’ha generata, la allontana dalla realtà e la estranea persino dal suo corpo. La controparte positiva è data dalla rottura del rapporto originario materno e dall’incontro con ciò che è diverso da sé. Questa subordinazione, però, le impedisce di assumere in modo positivo il maschile e sviluppare la propria personalità.

Per uscire da questo stato è necessario l’intervento dell’eroe. Si tratta di quel maschile che in forma individuale/personale si scontra con l’uroboro patriarcale. Può anche non essere il partner, ma il maschile presente nella donna. Neumann scrive anzi:

Nella maggior parte dei casi avvengono tutte e due le cose contemporaneamente, poiché la qualità maschile interiore della coscienza femminile viene proiettata sull’uomo esterno.


Il rischio della fissazione in questo stadio è il passaggio dall’uroboro patriarcale al patriarcato. Questo significa sul fronte sociale che la donna rinuncia alla sua propria essenza: l’energia creativa. Eppure non tutto è come potrebbe sembrare.

Il paradosso della simbiosi patriarcale

Se apparentemente infatti è l’uomo a dominare, il più delle volte in questa condizione è la donna che si fa portavoce dell’interiorità dell’uomo. Lui dipende, cioè, emotivamente da lei. Si innescano così subdoli meccanismi di dipendenza e talvolta, ad una analisi più attenta, si evince che è l’archetipo femminile a dettare legge. Se, infatti, nel matrimonio l’uomo si interessa solo delle questioni sociali, relegando la donna alle altre, finirà per perdere la sua Anima. A livello individuale questa è una sconfitta per la realizzazione di sé. Sul fronte sociale può rappresentare addirittura un dramma.

Questo è ciò che Neumann fa presagire e che in effetti darebbe adito ad ulteriori riflessioni che non è possibile esporre in questa sede. Basti pensare alle dinamiche soggiacenti il fenomeno della violenza sulle donne da parte dell’uomo. Senza considerare le conseguenze di un predominio dell’inconscio che il soggetto non realizzato non è in grado di contenere. Ne derivano, a detta dello psicoanalista, anche altri fenomeni: sadismo, svalutazione della donna e forme di dipendenza sessuale e psichica. Questo spiega il perché dell’utilizzo dell’espressione “simbiosi patriarcale” per descrivere questo stato.

La conquista di Sé nell’incontro

Quando la donna – che nella fase della liberazione confida nell’eroe – si accorge che il maschile rispecchia i valori di volontà, attività e coscienza solo da un punto di vista collettivo e non individuale, allora è possibile la trasformazione. Ella delusa e sofferente può abbracciare l’ultimo stadio, quello dell’incontro. L’uomo può iniziare ad accogliere la propria Anima e la donna il proprio Animus. Questo comporta enormi difficoltà per entrambi. L’uomo deve iniziare a sperimentare se stesso anche nella sofferenza e la donna se stessa anche come coscienza. Ella deve rinunciare al mito dell’eroe e all’idealizzazione del partner. D’altra parte se l’uomo non è incentivato dalla società a incontrare la sua componente femminile, alla donna si richiede sia virilità che femminilità.

Qui termina la psicologia del patriarcato e ha inizio la psicologia dell’incontro, della dedizione di sé, dell’individuazione e dell’autoindividuazione del femminile, che sono gli ultimi e più alti stadi dello sviluppo psichico femminile.

Nel caso della donna, è opportuno riportare in auge il rapporto che ella aveva con l’uroboro patriarcale. Il tutto deve essere fatto a prescindere dal partner. Ella deve cioè salvarsi da sé, integrare l’elemento maschile-divino ad un livello superiore e individuale. In tal modo potrà fare a meno dell’eroe e divenire eroina di se stessa, ricongiungendo così la componente maschile a quella femminile. Non è un caso, allora, se il mito che ingloba l’intero percorso descritto è per Erich Neumann quello di Amore e Psiche, che rappresenta l’emblema della fusione nell’amore tra due soggetti singolari e distinti.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

C. G. Jung, Simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, Torino 1970.

Erich Neumann, Gli stadi psicologici dello sviluppo femminile, Marsilio Editori, Padova 1972.

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