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Donne e potere: retorica classica e ruoli di genere

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retorica classica

Donne e potere è una raccolta di due discorsi di Mary Beard che riguardano il potere e i ruoli di genere, passando per la retorica classica. Risalenti rispettivamente al 2014 (La voce pubblica delle donne) e al 2017 (Donne al potere), risalgono a conferenze per la «London Review of Books». Sono stati poi raccolti nell’edizione uscita in Italia per Mondadori nel 2018. Mary Beard, studiosa di antichità, rivolge particolare attenzione alla posizione delle donne. Così questo libro nasce con l’intento di analizzare il ruolo femminile attuale in politica attraverso gli assunti culturali occidentali, che inevitabilmente sono (soprattutto, ma non esclusivamente) eredità del mondo classico.

La retorica classica e la legittimazione

Tutto comincia col mythos, la parola. In greco questo termine non aveva l’accezione di mito, ma di «discorso pubblico autorevole». Discorso pubblico da cui le donne erano escluse per salvaguardare la stabilità stessa dello stato.

Quando si studia lo stato antico, infatti, si scopre che uno dei suoi elementi fondanti e imprescindibili è il criterio inclusione-esclusione, attuato con la cittadinanza. Le donne (assieme agli schiavi e ai bambini) erano sempre escluse dalla cittadinanza (per lo meno piena – includendo in questa categoria la partecipazione politica e il possesso di beni). Non ci stupisce, dunque, che le loro parole non fossero ritenute adatte al discorso politico, all’aspetto pubblico della vita. Ma come può il discorso politico di una donna minare la stabilità dello stato?

Mary Beard ci informa che attraverso il mythos, attraverso l’oratoria, l’uomo affermava la sua virilità, la sua maturità. Una donna che parlasse in pubblico scardinava l’ordine sociale.

Il discorso pubblico e l’oratoria non erano, io credo, semplicemente attività che le donne del mondo antico non svolgevano, ma erano pratiche e abilità esclusive, che definivano la mascolinità in quanto genere.

Eccezione alla regola è il discorso per difendere l’onestà lesa di una donna. Quando le donne parlano da vittime – soprattutto di violenza sessuale –, l’ordine non è violato, anzi. Una violenza contro una donna onesta è un crimine terribile contro lo stato e la società; tanto che i romani si spiegavano il passaggio da monarchia a Repubblica proprio a causa della tracotanza del re che osò violare una nobile fanciulla casta.

Le regole della retorica classica

In questo è proprio la retorica classica che ci viene in aiuto.

« Presso gli antichi », dice Cicerone (De Oratore, III 57) a commento di un passo del IX libro dell’Iliade riguardo l’educazione di Achille presso Fenice, « a quanto sembra, il medesimo ammaestramento insegnava sia ad agire onestamente sia a parlare correttamente, e gli insegnamenti non erano distinti: gli stessi uomini erano maestri di vita e di oratoria ».

Aristotele, nella Retorica, indica quale siano le qualità del buon eloquio. Un buon oratore deve saper suscitare emozioni, persuadere, sfruttando il funzionamento dei sentimenti umani (che Aristotele analizza).

L’eloquio è educazione paideutica, è affermazione dell’identità maschile; ma stranamente ricorda un incantesimo, è paragonato nei suoi effetti alla seduzione femminile.

I più brillanti studiosi antichi di retorica riconoscevano che le tecniche maschili di persuasione oratoria più raffinate avevano inquietanti affinità con quelle della seduzione femminile. Ma allora, si chiedevano, la retorica era davvero così esclusivamente maschia?

A questo interrogativo Mary Beard risponde con l’esempio di Fulvia, moglie di Marco Antonio, nonché bersaglio costante degli attacchi retorici violenti di Marco Tullio Cicerone. Quando l’oratore nel 44 a.C. fu fatto assassinare, Fulvia portò omaggi alla sua testa decapitata, trafiggendogli la lingua ripetutamente con uno spillone.

retorica classica
Pavel Svedomsky, Fulvia.

Secondo Mary Beard, questo esempio violento esprime bene i conflitti sopiti nella società antica, nonché insiti nelle caratteristiche della retorica classica. Gli attacchi di Cicerone a Fulvia, del resto, non erano soltanto motivati da rigidità morale; erano veri e propri attacchi politici. Del resto, nel 52 a.C. Fulvia e Cicerone si erano già fronteggiati: sul campo del processo a Milone, capo della banda armata che aveva ucciso il primo marito di Fulvia, Publio Clodio Pulcro. Le ferite del marito, che Fulvia mostrò nella sua casa a chi vi si recasse, e soprattutto il suo intervento di vedova addolorata durante il processo, ebbero la meglio contro la difesa di Milone ad opera di Cicerone.

Admeto e Alcesti: la sophrosyne attica

Nell’Alcesti, tragedia più antica della produzione di Euripide, il poeta mette in scena un racconto straziante. Alcesti, moglie di Admeto, sacrifica la sua vita per salvare quella dello sposo. Perfino i genitori di Admeto si erano sottratti all’atto eroico del sacrificio estremo, ma non Alcesti.

La donna più eccellente che abbia visto la luce del sole si accinge a dire addio a suo marito, ai figli, alla casa, prima di consumarsi nella malattia che la condurrà nella stretta di Thanatos. Le sue prime parole di commiato sono rivolte al talamo, che l’ha vista perdere la sua verginità e che accoglierà la futura sposa di Admeto, che la soppianterà.

Pochi versi dopo (vv. 280-325), tuttavia, Alcesti saluta il suo sposo e gli fa promettere che non prenderà più moglie; la motivazione delle sue parole non è esaurita nel desiderio di protezione di Alcesti nei confronti della figlia femmina, ma è invece Admeto che chiarisce la reale intenzione della donna.

Secondo Guido Paduano, dunque, questo brano della tragedia sarebbe uno dei più chiari esempi di sophrosyne attica (letteralmente: mitezza, saggezza): nel dramma una forma di pudica censura degli aspetti più passionali dell’amore, che vengono mediati e sottaciuti. Alcesti richiede una forma di fedeltà che vada oltre i confini della morte, un amore eterno; ma la sua bocca di donna non può formulare esplicitamente questa richiesta, così la dissimula con la premura materna. Admeto – che pure è sottoposto alla sophrosyne, ma con meno rigidità in quanto maschio – fa appello specialmente alla nobiltà e alla bellezza impareggiabili di Alcesti. Non potrà mai essere sostituita nel cuore dello sposo.

Il dialogo tra i due personaggi è pieno di pathos, è un elegante quadro di un amore passionale (l’origine del connubio di amore e morte, secondo Paduano) che, più che ogni altro aspetto, mette in risalto il capovolgimento di topoi: è Alcesti l’eroina che sacrifica la sua vita, che ha una morte eroica; è Admeto che le sarà fedele, ma ben oltre i confini sanciti dal matrimonio greco. Al tempo stesso abbiamo prova della parola femminile, ancor meno aperta alla passione di quella maschile – seppure il sacrificio di Alcesti sarebbe inspiegabile senza presupporre l’eros.

La retorica classica e la politica contemporanea

È a partire dalla retorica classica che Mary Beard cerca di spiegare la riluttanza (soprattutto maschile) all’idea di donne al potere. Una donna di potere causa disordine. È compito dei media – e del pubblico fornito del megafono dei social network – quello di delegittimare la sua posizione, minandone autorevolezza e credibilità.

È il caso della nostra ex Presidente della Camera, Laura Boldrini, esponente di Liberi e Uguali. Sostenitrice di posizioni di sinistra, è vittima di campagne infamanti almeno dal 2014, quando Beppe Grillo chiedeva ai seguaci del suo blog cosa le avrebbero fatto se fosse stata seduta sul sedile posteriore della loro auto; un post vergognoso che permise agli italiani del web di sfogare irrefrenabilmente le proprie frustrazioni misogine.

Da allora, gli insulti e le stoccate contro Laura Boldrini (da parte del Movimento 5 Stelle ma anche dalle forze di destra) non si sono mai fermati. Il suo peccato è che offre di sé un’immagine autorevole, coerente; è una voce forte e chiara, che non è possibile silenziare.

Medusa

retorica classicaLe donne da censurare sono rappresentate come Medusa, la Gorgone dalle chiome di serpenti. È l’immagine cui sono ricorsi i seguaci di Donald Trump durante l’ultima campagna presidenziale: Trump un novello Perseo, uccisore della Gorgone Hillary Clinton. Medusa è rimasta nel nostro immaginario, simbolo di una femminilità a metà tra l’umano e il divino, mostruosa (come Medea, personaggio cui subito corre il pensiero per ogni madre snaturata); la sua esistenza è un’anomalia.

Sembra che le donne di potere non trovino ancora una collocazione nel loro contesto sociale. La presenza femminile ai vertici del potere genera confusione.

Prima delle tornate elettorali del 4 marzo in Italia, Laura Boldrini e l’attuale ministro degli Interni, Matteo Salvini, si incontrarono per un faccia a faccia nella trasmissione Otto e mezzo di Lilli Gruber. I due, schierati agli opposti della questione immigrazione, erano in posizioni antitetiche anche nello stile retorico: Salvini fervido negli slogan, Boldrini quasi didascalica (forse Cicerone oggi descriverebbe: uno asiano, l’altra attica…). A seguito del dibattito, però, i seguaci di ciascuno erano certi che il proprio campione ne fosse uscito vincente. Perché? Certo perché l’esperienza ha insegnato loro come rivolgersi al proprio elettorato. Ma chi ha celebrato la corona d’alloro di Salvini, l’avrebbe fatto anche se al suo posto ci fosse stata una donna? O la sua tecnica avrebbe perso immediatamente di mordente?

La risposta di Mary Beard è molto chiara: gli elettori sono molto più intransigenti verso gli errori dei politici donna.

Capacità

Ancora oggi una delle principali obiezioni all’assunzione di una donna è che non abbia sufficienti capacità. Alle donne assunte in posizioni dirigenziali sono richieste maggiore produttività e maggiore esperienza. Il sistema richiede alle donne di essere competitive, competenti e flessibili quanto gli uomini. Se donne e uomini sono diversi, la società non è pronta però ad accogliere in toto lo specifico contributo femminile alla forza lavoro.

Tutto ciò c’entra con la retorica classica molto più di quanto la stessa Mary Beard ammetta con chiarezza: la retorica classica è ancora oggi la storica fondazione della nostra aggregazione sociale e politica; è il fondamento della nostra analisi del discorso persuasivo. La cultura, in quanto elaborazione del mondo in cui viviamo, passa soprattutto per il linguaggio. E il nostro è un linguaggio maschilista.

Oriana Mortale

Bibliografia

M. Beard, Donne e potere, Mondadori, 2018, Milano.

G. Paduano, «Amore e morte» in Euripide, Alcesti, BUR, 2016, Milano.

F. Piazzi, «Retorica e oratoria», HORTUS APERTUS – Autori, testi e percorsi, Coppelli, 2010.

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