Home Antica Grecia Mitologia greca Creonte, re di Tebe: tiranno e statista

Creonte, re di Tebe: tiranno e statista

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Creonte

Creonte, figlio di Meneceo, discende direttamente da Penteo ed è il personaggio più influente della vita politica tebana. Più volte sovrano e consigliere, lo si può paragonare al Giovanni Giolitti italiano o a Giulio Andreotti, anche se questo personaggio è più orientato ad una figura inflessibile ed autoritaria.

Creonte tra Laio ed Edipo

Laio non succedette a Labdaco, suo padre, per via della sua giovanissima età (neanche due anni). Dopo il cataclisma provocato da Niobe, Laio andò al potere della città con affianco un giovanissimo Creonte nel ruolo di suo consigliere politico più stretto. Il re condivise il regno con Giocasta, la sorella di quest’ultimo. La coppia però non ebbe figli, così Laio consultò l’oracolo delfico che gli vaticinò di non avere figli, altrimenti suo figlio l’avrebbe ucciso e sposato sua madre.

Laio così ripudiò Giocasta la quale, ignorando il responso dell’oracolo, lo fece ubriacare e gli diede un figlio. Laio ordinò così ai suoi servi di esporlo sul monte Citerone dove fu salvato da un pastore corinzio che lo portò alla corte del re Polibo.

Dopo un po’ di anni, Tebe fu devastata dalla presenza della sfinge che in poco tempo devastò le campagne ed i raccolti uccidendo chiunque osasse entrare nella città. Molte persone la sfidarono e furono tutte massacrate e sventrate, tra questi anche uno dei figli di Creonte. Laio così decise di ritornare a consultare l’oracolo, quand’ecco che incontrò un baldo giovane nello stretto tra Corinto e Delfi.

Costui stava scappando da Corinto perché spaventato dalla predizione dell’oracolo delfico, appena consultato: gli era stato vaticinato che avrebbe ucciso il padre e sposato sua madre. Qui ci fu una colluttazione dove Laio fu ucciso. Edipo, questo il nome del ragazzo, s’avviò così verso le porte di Tebe dove incontrò la sfinge, la sfidò e vinse.

Creonte tra Edipo ed Eteocle

Creonte
Antigone giving burial to her brother Polynices. 1825. Sebastian Louis Guillaume Norblin.

Edipo entrò a Tebe come un eroe ed osannato dal popolo divenne il loro re convolando a nozze con la regina Giocasta. Dopo molti anni, a Tebe scoppiò una terribile pestilenza; Creonte andò a consultare l’oracolo di Delfi che sentenziò che l’assassino di Laio doveva essere punito ed allontanato dalla città per porre fine all’epidemia.

Dopo vari indizi, emerse che Edipo fu adottato dai sovrani corinzi e abbandonato sul Citerone da Laio; assassinò il padre e sposò sua moglie rendendola madre di quattro figli. Giocasta non resse alla vergogna e s’uccise, Edipo si accecò e fu decretato dal nuovo sovrano di Tebe, ovvero Eteocle, che il padre/fratello venisse allontanato dalla città e la pestilenza cessò.

Creonte tra i Sette contro Tebe e Antigone

Poco dopo Polinice, germano di Eteocle, fu cacciato dalla città; questi trovò riparo da Adrasto il quale organizzò una potentissima corazzata di sette eserciti e partì alla volta di Tebe.

Eteocle consultò Tiresia che disse che avrebbero vinto solo se un volontario si fosse immolato al dio Ares. Megareo, figlio di Creonte, così si uccise e l’esercito tebano sconfisse gli argivi. La perdita più grande per i tebani fu la morte di Eteocle e Polinice.

Creonte, infuriato con Polinice per aver tradito la sua città, ordinò una degna sepoltura solo per Eteocle. Antigone, sorella di entrambi, disobbedì agli ordini del re e fu murata viva. Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, tentò di fargli cambiare idea, ma vanamente.

Il re però fu convinto da Tiresia, ma per la ragazza era troppo tardi. Appena fu disseppellita, Antigone era già morta, così Emone s’uccise davanti al padre e poco dopo anche Euridice, moglie di Creonte, si uccise per la disperazione.

L’ira di Anfitrione

 

Elettrione, figlio di Perseo ed Andromeda, re di Micene, affidò temporaneamente il trono al nipote Anfitrione, figlio di suo fratello Alceo, promettendogli in cambio la mano di sua figlia Alcmena; alcuni pirati telebani e tifi capitanati da un certo Pterelao – che ne reclamava anche il trono miceneo – rubarono al sovrano degli armenti e nello scontro morirono otto dei suoi figli.

Un supplice dei tifi andò così a Micene da Anfitrione e, con l’inganno, il reggente pagò un immenso riscatto per riavere il bestiame. Al suo ritorno, Elettrione s’arrabbiò moltissimo con Anfitrione il quale, incollerito, causò accidentalmente la morte del sovrano: scagliò una clava contro una vacca, questa rimbalzò sulle sue corna e lo colpì violentemente alla testa. Stenelo, fratello di Elettrione e di Alceo, salì al potere e condannò all’esilio sia lui che Alcmena.

Il rifugio a Tebe e lotta contro i pirati

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La morte di Procri, il cane sulla destra è Lelapo

I due arrivarono così a Tebe dove chiesero asilo a Creonte. Il re acconsentì e li purificò dai peccati. Alcmena non voleva avere figli con lui fino a quando non si fosse vendicato della morte dei suoi otto fratelli, così Creonte aiutò Anfitrione nel mettere insieme un esercito di beoti per annientarli a patto solo di cacciare dalla terra tebana una volpe – chiamata Teumessia dal nome del monte Teumesso che sorge poco distante dal Citerone – che infastidiva i contadini nella raccolta della frutta.

Anfitrione chiamò l’ateniese Cefalo il quale aveva un cane di nome Lelapo che rapidamente la catturò e la uccise. Anfitrione potette così contare su un nutrito esercito e in poco tempo riportò la vittoria sui pirati. In quella stessa giornata, Zeus nelle vesti del marito sedusse e giacque con Alcmena rassicurandola di aver vinto la guerra. Il giorno successivo, Anfitrione giacque con la moglie e dopo nove mesi nacquero due gemelli: uno fu chiamato Alcide in onore di Alceo e l’altro Ificle.

Più tardi, Anfitrione seppe da Tiresia che in realtà solo uno di quei bambini era il suo, ovvero Ificle, l’altro era figlio di Zeus. Anfitrione – molti narratori dicono – accettò il verdetto degli dei.

La guerra contro Orcomeno

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Alcide, più noto Ercole

Durante le feste di Poseidone ad Onchesto, antica città della Beozia, ci fu un incidente che suscitò la collera dei tebani: un auriga di nome Meneceo scagliò un sasso contro il re Climeno della dinastia dei Mini di Orcomeno e lo ferì mortalmente. Nell’esalare l’ultimo respiro, il sovrano incitò i propri figli alla vendetta contro i tebani.

Il primogenito Ergino così mosse guerra contro i tebani ancora molto provati per le conseguenze della guerra contro gli argivi e li sconfisse rovinosamente. Il tributo fu molto alto: ogni anno, per venti anni, Tebe avrebbe dovuto corrispondere ad Orcomeno cento capi di bestiame.

Alcide, di ritorno a Tebe dopo essere stato sull’Elicona per combattere contro un leone, quindi assente durante l’assedio di Orcomeno contro Tebe, s’imbatté contro gli araldi mini chiedendo loro delle spiegazioni. Gli araldi lo schernirono dicendo che il pegno da pagare era questo per non essere costretti a tagliare orecchi, naso e mani ad ogni contadino di Tebe. Alcide s’arrabbiò e non poco: si riprese il bestiame e rimandò a casa gli araldi privi di naso, mani ed orecchie.

La morte di Anfitrione

Ergino mandò un ultimatum a Tebe: la consegna di Alcide ad Orcomeno oppure una nuova guerra. Creonte era disposto a cedere anche perché nel primo conflitto l’esercito mino aveva sequestrato tutte le armi, quindi la città era senza difese. Alcide però non si fece intimidire e raccolse in tutti i templi della città le armi per combattere i mini incitando i giovani a battersi per la libertà della città.

Scaduto l’ultimatum, i mini marciarono su Tebe, ma Alcide gli tese un’imboscata: loro erano forti con la cavalleria e quindi li attirò su una collina per combattere ad armi pari e la strategia fu vincente. Alcide con alcuni uomini a suo fianco tra cui anche suo padre, espugnò Orcomeno imponendo agli abitanti un tributo due volte più alto di quello da loro imposto a Tebe. In questo scontro finale, però, Anfitrione morì per aver riportato molte ferite.

Il trionfo, la pazzia di Alcide e la morte di Creonte

Al loro ritorno, i vincitori furono ricevuti con tutti gli onori dovuti a veri eroi.

Pochi giorni dopo si celebrarono le nozze tra Alcide e Megara che lo rese padre di tre figli. Hera, seccata dei continui successi di Alcide, si vendicò sull’uomo facendolo impazzire: una sera l’eroe scambiò la moglie per una leonessa ed i suoi tre figli per tre leoncini. Alcide non esitò e li trafisse a fil di spada.

Creonte, così, dopo l’ennesimo lutto che aveva colpito la sua famiglia, lo espulse e dopo non molto tempo la città fu invasa da Lico II, il figlio di quel Lico che governò la città col fratello Nitteo. Lico II uccise Creonte usurpando così la corona di Tebe sino a quando Alcide, ribattezzato “Ercole”, ritornò a Tebe con un esercito e liberò i tebani dagli stranieri mettendo sul trono Laodamante, il figlio di Eteocle.

Marco Parisi

Bibliografia:

  • Karoly Kerenyi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore
  • Robert Graves, I miti greci, Longanesi e C.

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