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Agave, Penteo e le Baccanti: l’ebbrezza vien bevendo

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Penteo e Agave

Dioniso, andata e ritorno a Tebe

Dopo un parto travagliatissimo ed un’infanzia difficilissima, prima perché fu strappato dal grembo di Semele rimasta fulminata da Zeus, poi, per ordine di Hera, maciullato da titani, riassemblato da Rea, affidato ad Ino ed Atamante poi impazziti, Dioniso fu affidato a delle ninfe che vivevano sul monte Nisa in Elicona. Penteo

Quivi il dio rimase sino alla maggiore età ed in quel frangente inventò l’arte della viticoltura; inseguito, con una folta schiera di seguaci emigrò per insegnare le sue arti prima in Egitto presso l’isola di Faro e poi in India dove istituì leggi e fondò varie città. Di ritorno, il dio si stabilì prima in Frigia per purificarsi dei numerosi delitti commessi e per imparare, direttamente dalla nonna Rea, i culti misterici, poi in Tracia dove affrontò la collera di Licurgo, re degli Edoni, dove riuscì a batterlo non facilmente.

Successivamente, il dio ritornò in Beozia dove si stabilì sul monte Citerone vicino la sua città d’origine, ovvero Tebe, ora governata dal cugino Penteo. Quivi Dioniso istituì i culti misterici legati alla sua persona.

I culti misterici, dionastici e le Baccanti

Che cosa sono i “culti misterici” o semplicemente “misteri”? Sono riti religiosi occulti che venivano celebrati in varie parti del mondo antico: Grecia, Egitto, Turchia, India ed infine anche a Roma. Questi riti consistevano nel celebrare divinità locali o straniere in modo diverso rispetto alle funzioni ufficiali svoltesi nei templi.

Partecipavano agli incontri non tutto il volgo, ma soltanto alcune persone, chiamati “iniziati”, con l’obbligo di non rivelare a nessuno gli incontri e le celebrazioni, pena la loro stessa esistenza. Dentro questi riti segreti s’idolatravano il “principio dell’immortalità dell’anima” e la “concezione della vita futura” in diverse forme ideologiche a seconde dei luoghi dove si svolgevano; infatti i protocolli erano molto diversi a seconda delle usanze locali: ad esempio sull’isola di Samotracia tutti potevano partecipare ai misteri, di qualsiasi stratificazione sociale, in quanto tutti sono eguali di fronte alle divinità, invece ad Eleusi, ai misteri potevano partecipare solo i nobili e pochi “eletti”.

Un altro esempio per capire meglio i protocolli dei “misteri”: a Samotracia si celebravano i riti in qualunque periodo dell’anno, invece ad Eleusi solo in primavera. Il rito comunque, valido per tutte le celebrazioni misteriche, sta nell’iniziazione di una persona, ovvero in una cerimonia iniziale, dove l’iniziando doveva affrontare una prima prova che consisteva nel riconoscimento, davanti un sacerdote, dei peccati loro commessi.

La seconda fase è l’espiazione e qua il contesto era molto vario sempre a seconda delle tradizioni e delle culture locali, ad esempio ad Eleusi, il rito finale consisteva nel gettarsi da una rupe in acqua, quale elemento purificatore dello spirito, invece a Samotracia, dopo che gli stessi iniziandi venivano fatti stordire con droghe varie, tra cui l’oppio e l’essenza del loto, si praticava coiti in assoluta libertà (etero, omo e con più partner) quale elemento per l’immortalità della razza umana in posizioni varie (50 sfumature per fare un esempio più attuale).

I misteri istituiti da Dioniso si avvicinano molto a quelli di Samotracia soprattutto per la parte legata al sesso, in più c’è una trasmutazione della persona che perde il “ben dell’intelletto” a favore d’un istinto bestiale che consisteva nello smembramento di prede, anche umane. Questi riti avvenivano nelle foreste e nelle montagne ed erano praticate prevalentemente da donne chiamate in vari modi: Menadi, Tiadi o, col nome più conosciuto, Baccanti.

Il rito era questo: le donne ebbre correvano all’impazzata con delle fiaccole in mano ed un cerbiatto (incarnazione di Dioniso) vivo al seno masticando delle erbe inebrianti, arrivate alla frenesia totale, sbranavano con le unghie e coi denti il cerbiatto per berne il sangue per arrivare così alla comunione col dio.

Il “gran rifiuto” di Penteo

Penteo, figlio di Agave e di Echione, uno degli “Sparti”, diventò re subentrando a Cadmo. Avendo saputo dalla madre che Dioniso in realtà è figlio “non divino”, né proibì il culto ed ovviamente l’ingresso in città.

Un giorno però, approfittando dell’assenza del re, un uomo biondo coi lineamenti femminini ed un gruppo di donne spettinate con indosso solo pelle di cerbiatto con in mano dei lunghi bastoni di tirso avvolti nell’edera si presentarono dinnanzi alla reggia.

L’uomo si presentò dicendo: “Suol di Tebe, a te giungo. Io son Dïòniso, generato da Giove, e da Semèle figlia di Cadmo, a cui disciolse il grembo del folgore la fiamma … Voglia o non voglia, deve Tebe intendere che priva è ancor dei riti miei, che deve me per mia madre celebrar, ch’io sono figlio di Giove, e Nume apparvi agli uomini. Cadmo il regio poter diede a Pènteo che di sua figlia nacque, e ch’ora lotta contro la mia divinità, m’esclude dai sacrifici, e nelle preci oblia. Dunque, a lui mostrerò che Nume io sono, ed a tutti i Tebani…”

Agave gli andò incontro e l’affrontò; il dio di contro la invitò ad unirsi con lui dato che il suo ruolo all’interno della politica cittadina era pressoché, se non del tutto, nullo. La cadmida rifiutò l’invito e lo licenziò in malo modo servendosi dell’esercito. Quella sera stessa però Dioniso e le Baccanti riuscirono ad entrare in città smembrando tutte le guardie, la gente così si riversò in strada e tambureggiando il dio gridò per più di cento volte:

Liberatevi dai telai, sbarre delle vostre prigioni domestiche! Liberatevi dai figli e dai mariti, tiranni che nutrite con le vostre paure. Regalate a Dioniso le vostre catene, le spezzerà per voi! Seguitelo sul monte!”.

Quasi per magia, così tutte le donne aggredirono come forsennate i loro compagni unendosi di fatto alla schiera delle Baccanti e fra loro anche Agave che divenne la loro guida. Compiuta così una razzia tra uomini e piccoli animali alle pendici del monte Citerone, le donne festanti ritornarono sul monte in attesa della risposta di Penteo che non tardò ad arrivare. Al ritorno della spedizione con il vecchio Cadmo e Tiresia, infatti Penteo corse subito alla ricerca della madre, poco dopo su suo tragitto incontrò una persona che lo condusse nel luogo dove si trovavano le Baccanti, ovvero sonnecchianti su un bel prato fiorito.

Il re, su invito del suo accompagnatore, s’arrampicò su un pino per meglio osservarle, a questo punto l’uomo, che in realtà era Dioniso, si mostrò alle Baccanti e le ordinò di attaccare quel leone che sta sull’albero pronto a sbranarle. Le donne, ancora invasate dall’alcool, obbedirono, così a finire sbranato fu il povero Penteo. La madre, non avendolo riconosciuto, prese la testa del figlio, l’attaccò all’estremità del tirso e s’avviò verso Tebe dove la mostrò come un “trofeo” a tutta la disgustata popolazione tebana.

Marco Parisi

Bibliografia:

  • Graves, I miti greci, Longanesi e C.
  • D. Cinti, Dizionario mitologico, Sonzogno Editore
  • M. Parisi, Hiperionidi – l’alba degli dei, Monte Covello Edizioni
  • Andreani & B. Traversetti, Miti degli dei e degli eroi, Gherardo Casini Editore
  • Mythos, fascicolo n°49, De Agostini Edizioni
  • Euripide, Le Baccanti

 

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