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Il conte di Montecristo: la vendetta di Edmond Dantes

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conte di Montecristo Dumas Edmond Dantes

Il conte di Montecristo (Le Comte de Monte-Cristo) è uno dei più famosi romanzi d’appendice di Alexandre Dumas.

Alexandre Dumas (1802-1870) fu un maestro del romanzo storico e del teatro romantico, ebbe un figlio omonimo anch’egli scrittore. Dumas padre fu un autore straordinariamente prolifico, tanto da servirsi di una dozzina di collaboratori per stendere le puntate dei romanzi pubblicate su giornali e riviste. Fu un grande viaggiatore, appassionato di politica, prese parte alla Rivoluzione di Luglio nel 1830. Partecipò alle elezioni del 1848 e raggiunse Giuseppe Garibaldi in Italia nel 1860.

Dumas era molto ambizioso: fondò un teatro e alcuni giornali. I suoi grandi progetti però lo condussero sul lastrico ed ebbe problemi con i creditori. Morì nel 1870 a Puys, presso il figlio Alexandre.

Il conte di Montecristo

Considerata la sua opera migliore insieme a I tre moschettieri, fu completata nel 1844 e pubblicata come una serie in 18 parti tra l’agosto del 1844 e il gennaio del 1846. Il romanzo narra una storia di un’ingiustizia subita, riscattata da una vendetta portata alle sue estreme conseguenze.

– “Il conte di Montecrisco”.
– “Montecristo”, deficiente.
– Di Alessandro… Dum-azz… Due mazzi…
– È francese. Sì, si legge Dumas. Lo sai di che parla? Ti piacerebbe, parla di un’evasione.
– Allora va messo nel settore didattico. O sbaglio?
(dal film “Le ali della libertà”)

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Edmond Dantès in una illustrazione di Pierre Gustave Eugene Staal presente nell’edizione del 1888 del romanzo.

Per “Il conte di Montecristo” Dumas fu ispirato da una vicenda realmente avvenuta a inizio secolo a un uomo di nome François Piçaud: in procinto di sposare una donna con una dote non indifferente, Piçaud subì la medesima sorte di Edmond Dantès (con una differenza data dal momento storico: Piçaud fu condannato come spia inglese) e una volta scontata la sua pena tornò a vendicarsi dei suoi accusatori grazie all’ingente eredità di un frate conosciuto durante la prigionia.

Un romanzo sui forti sentimenti e sulle passioni negative che inquinano l’animo umano, la storia di un uomo che volle sentirsi uguale a Dio divenendo strumento della giustizia e della provvidenza divine. Il capolavoro di Alexandre Dumas, pubblicato per la prima volta nel 1844 e divenuto un modello per i romanzi d’avventura di Ottocento e Novecento, racconta le vicende di Edmond Dantès, tra peripezie e colpi di scena.

“Ciascun uomo ha la sua passione che lo rode internamente, nel fondo del cuore, come ciascun frutto ha il suo verme.”

Sbarcato a Marsiglia con il Pharaon, la nave mercantile di cui sta per essere nominato capitano, Dantès viene arrestato nel mezzo della sua festa di fidanzamento con la bella catalana Mercedes e accusato di bonapartismo. Dietro il suo arresto c’è l’invidia di tre uomini per la sua felicità e il suo successo: il pescatore Fernando, suo rivale in amore, il contabile Danglars, che aspira a conquistare il suo posto, e Cauderousse, un amico geloso.

I tre architettano un complotto e Danglars scrive una lettera anonima, con la quale denuncia Edmond di essere un agente bonapartista. La missiva finisce nelle mani del sostituto procuratore del re Gérard de Villefort.

“E Danglars, unendo l’esempio all’insegnamento, scrisse con la mano sinistra e con un carattere rovesciato, che non aveva alcuna analogia col suo carattere ordinario, le parole che egli passò a Fernando e questi lesse a mezza voce. –Il signor procuratore del Re è avvisato, da un amico del trono e della religione, che un tale, nominato Edmond Dantès, secondo del bastimento Pharaon giunto questa mattina da Smirne, dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, fu incaricato da Murat di una lettera per l’usurpatore, e dall’usurpatore di una lettera per il comitato bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo poiché si troverà questa, o nelle sue tasche, o in casa di suo padre, o nella cabina a bordo del Faraone.-”

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Lo stemma del Conte di Montecristo, che il brano originale francese descrive come «une montagne d’or, posant sur une mer d’azur, avec une croix de gueules au chef».

Villefort, desideroso di mostrarsi degno di entrare a far parte della ricca famiglia dei marchesi di Saint-Méran (filo monarchici) per poterne sposare la figlia Renée, e allo stesso tempo proteggere il proprio padre (bonapartista al quale era rivolta una missiva affidata a Dantès scritta di pugno da Napoleone), manifesta una particolare inflessibilità contro Dantès (nonostante sia consapevole della sua innocenza) e ordina il suo arresto.

Nonostante proclami la sua innocenza, Dantès viene incarcerato nel castello d’If, terribile prigione in mezzo al mare. Qui conosce l’abate Faria, uomo intelligente e coltissimo, che gli racconta di un tesoro nascosto sull’isola di Montecristo. Faria può essere “manzonianamente” inteso come simbolo della Provvidenza, elemento che tornerà a manifestarsi più volte all’interno del romanzo. Quando, dopo quattordici anni, Edmond riesce finalmente a fuggire sostituendosi al cadavere dello stesso abate, si impossessa di questo tesoro. Divenuto ricchissimo, torna in Francia con il nome di Conte di Montecristo e un unico obbiettivo: vendicarsi.

La vendetta di Edmond Dantès

Si ma di prigione si esce, e quando si esce di prigione, e si porta il nome di Edmondo Dantès, uno si vendica.

Edmond Dantés decide di farsi giustizia agendo in modo misterioso e al di fuori della legge a causa dei limiti del sistema di giustizia criminale. Le leggi hanno infatti lasciato impunito il terribile crimine che hanno architettato i suoi nemici contro di lui. Dantés crede inoltre che, se anche i loro crimini venissero alla luce, la loro punizione non sarebbe davvero giusta.

La giusta pena per coloro che lo hanno fatto marcire per anni nella terribile prigione del castello d´If è un´intensa sofferenza, crede Edmond, seguita dalla morte. Considerandosi un agente della Provvidenza, Dantés aspira a portare la luce della giustizia decidendo di uccidere i suoi nemici perché li ritiene colpevoli; decide di distruggere quanto di caro hanno, come loro hanno fatto a lui.

“Mercedes, bisogna che mi vendichi perché ho sofferto per quattordici anni, ho pianto, ho maledetto. Ve lo ripeto Mercedes, bisogna che mi vendichi! E il conte di Montecristo, temendo di cedere alle lacrime di colei che aveva amato tanto, chiamava in aiuto del suo odio il passato.”

Si vendicherà servendosi di mascheramenti e cambi di personalità e inoltre con l’aiuto di qualche collaboratore come Hydée, principessa greca/albanese, salvata dalla schiavitù dal conte e, al termine della vendetta del Conte, sua futura sposa. Di fronte al nemico ormai distrutto, Edmond decide finalmente di mettere una pietra sui dolorosi eventi del passato e di cominciare una nuova vita all’insegna della speranza nei confronti del futuro.

Politica e giustizia in Dumas

Nonostante non si parli realmente di politica all’interno del romanzo, principalmente perché il suo protagonista, Edmond Dantès, non è un personaggio politico ma si trova incastrato suo malgrado in trame che fondano su una motivazione di stampo politico intessi molto più semplici e quotidiani, il contesto storico ne permea ogni elemento, dall’iniziale condanna a Dantès, al bel mondo parigino in cui il conte di Montecristo si insinua per portare a compimento la sua vendetta.

La storia si colloca storicamente tra il periodo di prigionia all’isola d’Elba di Napoleone Bonaparte e il governo di Luigi Filippo d’Orléans, ultimo re di Francia prima dell’impero di Napoleone III, ed è ambientata principalmente tra il porto di Marsiglia, alcune isole del Mediterraneo, e Parigi.

“Il 24 febbraio 1815 la vedetta di Nostra Signora della Guardia segnalò il tre-alberi Pharaon che arrivava da Smirne, via Trieste e Napoli.
Come al solito, un pilota costiero partì immediatamente dal porto, costeggiò il castello d’If e raggiunse la nave tra il Capo Morgiou e l’isola di Rion. E tosto, come al solito, il belvedere del forte Saint-Jean si riempì di curiosi poiché a Marsiglia l’arrivo di un bastimento, soprattutto se è stato costruito, attrezzato e stivato nei cantieri della vecchia Phochée e appartiene a un armatore della città, è sempre un grande avvenimento” (incipit del romanzo)

Politica è anche l’evidente critica al sistema giuridico e carcerario del XIX secolo. Abbiamo infatti un imputato, Dantès, che viene condannato senza poter godere di un vero processo e di una vera difesa: l’unico momento concesso a Dantès per difendrsi è un dialogo a porte chiuse e senza testimoni con il procuratore che accoglie la denuncia.

Quello che Dantés scopre, intromettendosi nella vita di giusti e colpevoli, è che la giustizia dell’uomo è per natura limitata; i limiti della legge risiedono nella stessa indole umana.

Non possedendo sapere e potere illimitati, gli esseri umani sono semplicemente incapaci di decidere il corso della Provvidenza, e non sono giustificati a tentare di farlo. Riguardo questo tema, il messaggio che Dumas vuole lasciare con il sottile e arguto piano di vendetta di Montecristo è che gli uomini si devono semplicemente rassegnare, e lasciare che la giustizia divina faccia il suo corso.

“A tutti i mali ci sono due rimedi: il tempo e il silenzio.” 

Dantès, dunque, a fronte del fallimento della giustizia umana, si investe di una missione quasi provvidenziale, trasponendo la propria esperienza dal personale all’universale e scegliendo la vendetta come mezzo per mondare non solo le ingiustizie subite ma il concetto stesso di ingiustizia.

La sete di vendetta di Dantés deve tuttavia scontrarsi con i limiti dell’umano: laddove le sue azioni provocano una catena di dolore che, crescendo a dismisura ormai quasi indipendentemente da lui, investe anche gli innocenti, Dantès si rende conto che la giustizia dell’uomo sarà sempre fallibile poiché non è e non può essere la giustizia provvidenziale di Dio.

L’uscita dall’inferno di Dantès

La parabola umana ed emotiva di Edmond Dantès trasforma dunque l’uomo, da giovane di belle speranze e sguardo franco sul mondo, ad adulto indurito nell’animo come nell’aspetto. Il desiderio di vendetta pervade tutta la vita di Dantès post-prigionia. È diventato un uomo freddo e calcolatore, capace di passare dall’amicizia all’odio repentinamente ma con controllato distacco; ogni sua azione è finalizzata a nuocere a coloro che hanno trasformato il suo futuro in un incubo lungo quattordici anni.

Potremmo dire che la storia di Dantès si sviluppa nel senso di una vera e propria discesa all’Inferno: “Dantès”, d’altronde, richiama “Dante”, e come il poeta toscano nella Divina Commedia compie un percorso di perdizione e redenzione, che culmina alla conclusione del romanzo quando, dinanzi alle macerie della propria vendetta, perdona l’ultimo dei suoi traditori, Danglars, e decidere di chiudere definitivamente i conti con il passato in vista di un nuovo, ancora sconosciuto, futuro.

“…il conte non ci ha lasciato scritto che l’umana saggezza sta tutta intera in queste due parole: Aspettare e Sperare?”

Maurizio Marchese

 

Fonti:

Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, traduzione di Emilio Franceschini, Rizzoli, 1998.

Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, traduzione di Giovanni Ferrero, Fabbri Editori, 2001.

Immagini: google images

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