Home Cinema e Serie TV Cinema italiano Michelangelo Antonioni, il “compositore” di immagini

Michelangelo Antonioni, il “compositore” di immagini

2000

«Antonioni è un ipnotizzatore geniale, mi ha comunicato la passione, l’ossessione per l’immagine. C’è qualcosa di ossessivo nelle suo immagini, le “compone” con una cura straordinaria. Vien voglia di paragonarlo a certi pittori ferraresi come Cosmé Tura e Francesco del Cossa. Le sue immagini sono molto ricercate, ma sempre necessarie. Antonioni maestro dell’astrazione al cinema? Io lo vedo piuttosto come un artista figurativo, perché fa sempre sentire con molta precisione dove ci troviamo.»[1]

Alain Resnais

Michelangelo Antonioni nasce a Ferrara il 29 settembre del 1912 ed è considerato uno dei più grandi autori del dopoguerra italiano. Fin da Cronaca di un amore (1950) è l’autore di riferimento del cinema moderno dedicandosi alla narrazione del conflitto dell’individuo in continua lotta con una realtà sfuggente e sempre più complessa.

Antonioni

Dopo aver preso il diploma da ragioniere si laurea in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Bologna e durante il periodo universitario comincia ad avvicinarsi al mondo del teatro mettendo in scena i testi di Pirandello, Cechov e Ibsen con la compagnia studentesca universitaria, risale anche a questo periodo anche l’avvicinamento al mondo del cinema. Di fatto, alla fine degli anni Trenta, comincia a scrivere articoli di cinema nel Corriere Padano e dopo, nel 1940, si trasferisce a Roma ed entra a far parte della redazione di Cinema, dove incontrerà Cesare Zavattini, Umberto Barbaro e Massimo Mida.

Frequenterà il Centro Sperimentale di Cinematografia e nel 1942 partecipa alla stesura della sceneggiatura di Un pilota ritorna (di Roberto Rossellini). Diventa aiuto regista di Marcel Carné per il film Les visiteurs du soir e nel 1943 gira il suo primo cortometraggio: Gente del Po che, con Ossessione di Luchino Visconti, viene considerato uno dei primi esempi di cinema neorealista.

Già nei suoi primi lavori ci sono gli elementi chiave della poetica che caratterizzerà tutta la filmografia successiva di Antonioni: desiderio di rottura con la narrazione classica e quindi un montaggio che mette in primo piano la discontinuità, messa in relazione allo scorrere frammentario e altalenante dell’esistenza. Altro elemento chiave è sicuramente un ampio uso del piano-sequenza, che usa per pedinare i protagonisti e per rivolgere l’attenzione ai tempi morti, quelli che nel montaggio classico sarebbero stati del tutto tagliati.

Nel 1950 gira il suo primo lungometraggio, Cronaca di un amore.

«Cronaca di un amore mi era piaciuto, ma non era stato il colpo di fulmine; non avevo visto le novità nella messa in scena, ero stato colpito dall’aspetto di “romanzo noir americano”. L’entusiasmo è venuto vedendo il secondo film, La signora senza camelie. Ho adorato Le amiche, sono tornato a vederlo il giorno dopo, e allora Cronaca di un amore si è ricomposto in modo diverso nella mia mente e mi è apparso totalmente “pavesiano”.»

Alain Resnais

Cronaca di un amore è un solido intreccio noir in cui si fa luce su una storia di adulterio ambientata nel mondo della borghesia di Milano e di Ferrara. Antonioni vuole espressamente descrivere, attraverso una crisi di coppia, la società borghese del dopoguerra, prendendo quindi le distanze dai soggetti che venivano scelti di solito dal cinema neorealista.

Antonioni

Con Il grido (1957) riuscirà concentrarsi per la prima volta sull’individuo e racconta di un operaio disoccupato che, abbandonato dalla compagna si da al vagabondaggio nella Pianura Padana fino ad arrivare a suicidarsi. Tuttavia, l’insuccesso commerciale del film lo costringe a cominciare a lavorare anonimamente a film altrui ma gli darà anche il modo di riavvicinarsi al teatro.

Antonioni e la sua trilogia esistenziale

«La sua utilizzazione della profondità di campo ci imprigiona come mosche in una tela di ragno.»

Alain Resnais su L’avventura

Antonioni, nel 1960 torna al cinema con L’avventura (che sarà sequestrato dalla magistratura per qualche giorno per oscenità). Presentato a Cannes, la visione provoca reazioni contrastanti. Per L’avventura Antonioni si ispira a un fatto di cronaca (una ragazza scompare nelle isole Eolie che non sarà mai più ritrovata) e ottiene definitivamente l’attenzione mondiale e soprattutto quella francese che conia la definizione di neorealismo interiore. La notte (del 1961) e L’eclisse (del 1962) completano la trilogia esistenziale (a volte chiamati anche trilogia della malattia dei sentimenti).

«C’è qualcosa di terribile nella realtà, e io non so cosa sia. E nessuno me lo dice.»

Giuliana, Deserto rosso

Deserto rosso (o Il deserto rosso) è il primo film a colori di Antonioni ed è infatti la grande sperimentazione cromatica uno dei tratti di fondamentale importanza del film il quale gli fa vincere il Nastro d’Argento per la migliore fotografia.

Antonioni stesso, in una conferenza stampa a Venezia tenutasi dopo la proiezione del film dice:

«La storia è nata a colori, ecco perché dico che la decisione di fare il film a colori non l’ho mai presa, non era necessario prenderla. (…) nella vita moderna mi pare che il colore abbia preso un posto molto importante. Siamo circondati sempre più da oggetti colorati, la plastica che è un elemento molto moderno è a colori, (…) e che la gente si stia accorgendo che la realtà è a colori. Nel film ho cercato di usare il colore in funzione espressiva, nel senso che avendo questo mezzo nuovo in mano, ho fatto ogni sforzo perché questo mezzo mi aiutasse a dare allo spettatore quella suggestione che la scena richiedeva.»[2]

Antonioni

L’avventura all’estero

Dopo la trilogia esistenziale, Antonioni firma un contratto con la Metro Goldwyn Mayer per girare tre film in lingua inglese.

Fanno parte di questi tre film Blow-Up (1966), Zabriskie Point (1970) e Professione: reporter (titolo originale The Passenger, del 1975). Con Blow-Up, ambientato a Londra e ispirato da una storia di J. Cortázar, entra a far parte definitivamente del gruppo di autori che hanno segnato la storia del cinema. Il film condivide con La conversazione (di Francis Ford Coppola) quel senso di inadeguatezza, quell’impossibilità di districare e di discernere il vero dal falso.

Antonioni

Zabriskie Point è, invece, incentrato sulla contestazione giovanile ed è celebre la scena finale, nel quale viene ripresa da 17 punti di vista diversi (ripresi da altrettante 17 telecamere diverse contemporaneamente) l’esplosione di una villa di F. L. Wright.

Professione: reporter è la prima collaborazione di Antonioni con il direttore della fotografia Luciano Tovoli e si avvale, nel cast di Jack Nicholson e di Maria Schneider (divenuta famosa due anni prima per Ultimo tango a Parigi di Bertolucci). Professione: reporter è interessante per il punto di vista narrativo scelto ed è celebre il piano sequenza finale nel quale diviene palese l’impenetrabilità della realtà.

Gli ultimi lavori

Nel 1995 gli viene assegnato tardivamente l’Oscar alla carriera e dopo dodici anni di inattività torna dietro alla macchina da presa con Wim Wenders con il film Al di là delle nuvole (dove prendono corpo dei racconti scritti nel suo libro Quel Bowling sul Tevere).

Il 30 luglio del 2007 muore a Roma (lo stesso giorno in cui muore anche Ingmar Bergman), dopo un lungo periodo di malattia che gli ha impedito per anni di comunicare.

Cira Pinto

Bibliografia:

*Introduzione alla storia del cinema, Paolo Bertetto

*Al di là delle immagini.

1 Aldo Tassone, I film di Michelangelo Antonioni : un poeta della visione
2 Rivista del Cinematografo, archivio.

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