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Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, splendore e degrado

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Non tutti forse sanno che l’Anfiteatro di Pozzuoli, noto anche come Anfiteatro Flavio, è il terzo in Italia tra i suoi simili del mondo romano, battuto solo dagli esemplari di Roma e di Capua. Risale alla seconda metà del I sec. d.C., secondo alcuni voluto dall’imperatore Vespasiano e completato da Tito. Secondo altri fu Nerone a soprintendere i lavori, ma le tracce della sua attività sarebbero state affidate a quella damnatio memoriae cui fu sottoposto tutto l’operato dell’imperatore piromane.

I sotterranei dell'Anfiteatro Flavio
I sotterranei dell’Anfiteatro Flavio

L’anfiteatro flavio era collocato al tempo in una posizione strategica, nei pressi dell’incrocio delle strade provenienti da Napoli, Capua e Cuma. Ha tre ordini sovrapposti, quattro ingressi maggiori e dodici secondari e una cava per circa 40.000 spettatori.

Secondo molti studiosi l’anfiteatro fu progettato proprio dagli architetti del Colosseo romano. Le similitudini sono molteplici, a partire proprio dai 3 ordini utilizzati, completati anche qui da un attico. Lungo l’arena si trovano aperture comunicanti con le gabbie nei sotterranei da cui potevano entrare le bestie spesso utilizzate durante gli spettacoli.

Negli stessi sotterranei, posti a circa 7 metri di profondità, sono tuttora visibili parti degli ingranaggi per sollevare le gabbie che portavano sull’arena belve feroci e probabilmente altri elementi di scenografia degli spettacoli. Una delle caratteristiche più affascinanti per i visitatori, quando però non sono colpiti da piogge che ne mettono in pericolo l’attraversamento, risultando così chiusi al pubblico.

Sembra abbastanza certo invece che l’Anfiteatro Flavio non fu mai usato, né poteva essere usato per le naumachie, ossia le battaglie acquatiche ricreate all’interno degli spazi teatrali.

Anfiteatro Flavio - archi esterni
Anfiteatro Flavio – archi esterni ph. Antonella Pisano

L’anfiteatro flavio, usato per gli spettacoli dell’antichità, fu tristemente noto anche ai cristiani per essere luogo dei supplizi cui venivano sottoposti i martiri che non rinnegavano la loro fede.

La storiografia antica ci riporta infatti in numerosi testi la leggenda secondo cui San Gennaro, imprigionato nel 305, fu portato proprio qui e sottoposto alla condanna a morte: sbranato da bestie feroci, insieme ad altri 6 cristiani, tra cui i più noti compagni Eutichete ed Acuzio. Secondo la tradizione, la mattina del 19 Settembre furono portati proprio nell’arena e furono liberate le belve dopo uno strategico digiuno preparatorio. Ma queste, quasi fossero ipnotizzate, si fermarono in prossimità dei prigionieri addolcite e mansuete. Il giudice Draconzio, allora, decise di commutare la pena “ad bestias” in decapitazione, avvenuta poi il 23 settembre, sulla collina della Solfatara o, secondo altri, sempre nell’Anfiteatro flavio.

Grazie al miracolo avvenuto, il luogo divenne nel corso dei secoli importante anche dal punto di vista devozionale: nel sito in cui sorgeva la cella dove furono rinchiusi prima dell’escuzione fu costruita una chiesetta, nel 1689, dedicata al culto dei santi lì imprigionati, soprattutto a quello di San Gennaro, al quale venne intitolata; ciò è testimoniato da due lapidi poste al suo ingresso. Distrutta all’epoca degli scavi nell’ Ottocento e sostituita da una cappellina tuttora visibile nell’ambulacro, fu decorata con un altare maiolicato e una statua in ceramica raffigurante i santi Gennaro e Procolo che si abbracciano.

La loggia dell’attico, abbellita da statue e da altri elementi marmorei, fu demolita nel Medioevo per finire pezzo a pezzo nelle fornaci, che fornirono calce ai costruttori dell’epoca. Le ceneri dell’eruzione del 1158, nonché il continuo afflusso di materiali alluvionali hanno permesso di preservare gli elementi architettonici dei sotterranei, così da permetterne una lettura chiara sul funzionamento degli spettacoli, specie delle venationes (cacce con bestie feroci).

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Percorso d’accesso all’anfiteatro ph. Antonella Pisano

Nel corso dei secoli successivi la struttura non ha avuto grande fortuna, e neanche con gli scavi iniziati nell’800, e terminati negli anni ’40 dello scorso secolo, e con l’apertura al pubblico la situazione ha visto grandi miglioramenti.

L’anfiteatro flavio non ha avuto la felice sorte turistica del fratello romano ed è balzato molto spesso agli onori della cronaca per le cattive condizioni di manutenzione e/o per le richieste continue di sovvenzioni per lavori che, pur costando milioni, permetterebbero invece la messa in sicurezza del sito.

Numerosi reperti sono accatastati nel vialone di ingresso e privi di una sistemazione accurata che li valorizzi. Invece la presenza di una gradinata in ferro costruita pochi decenni fa permetterebbe l’utilizzo del luogo come struttura adatta ad accogliere eventi, ovviamente in linea con la funzione culturale del luogo: basterebbe pensare alle tragedie greche ancora oggi messe in scena nell’antico anfiteatro di Siracusa, per trovare ispirazione e dare un utilizzo dignitoso ad uno splendido luogo della nostra storia antica.

Oltretutto, il costo per i visitatori è davvero irrisorio. Il biglietto di ingresso costa solo 4 euro e permette di accedere in 2 giorni a 4 siti puteolani davvero magnifici: Museo Archeologico dei Campi Flegrei a Baia, Zona Archeologica di Baia, Anfiteatro Flavio e Serapeo a Pozzuoli, Scavi di Cuma.

Intanto, la giunta del sindaco Figliolia ha richiesto 530mila euro da investire, secondo il Programma Operativo Regionale, per la realizzazione di un piano di marketing territoriale del Rione Terra in vista degli accordi per l’Expo di Milano. 26 luoghi, tra cui lo stesso Anfiteatro flavio, saranno inseriti in un itinerario di promozione tutto incentrato sul gusto e sull’alimentazione, in linea con il tema dell’evento mondiale.

Poca roba, se si pensa ai veri interventi che andrebbero effettuati su tutto il territorio flegreo per una reale riqualificazione culturale e turistica di un immenso patrimonio archeologico che ogni giorno lotta contro un degrado inarrestabile.

Antonella Pisano

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