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Il popolare nel Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

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Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi

La rappresentazione del mondo popolare è fondamentale nella narrativa neorealista e Carlo Levi ne fa l’elemento principale nella sua narrazione in Cristo si è fermato a Eboli che focalizza l’attenzione proprio sul mondo contadino.

Carlo Levi
Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli

La rappresentazione del mondo popolare è uno dei cardini della narrativa neorealista. Nel secondo dopoguerra, la letteratura d’impegno civile fa tutt’uno con l’esigenza di dar cittadinanza all’elemento popolare nella narrativa.

Ha sostenuto infatti il grande critico Auerbach nel suo lavoro capitale, Mimesis, che una delle grandi conquiste del romanzo realista nell’Ottocento è la conquista della dignità letteraria dell’elemento popolare.

Prima dell’Ottocento, infatti, il mondo popolare non era rappresentato se non in funzione di effetti comici-parodizzanti, in atmosfere carnevalesche o in commedie. Tutti i narratori del neorealismo e dintorni, al di là delle loro pretese ideologiche ed esistenziali hanno una comune istanza: narrare il popolare. Pavese, Vittorini, Pasolini, Pratolini, Levi, per fare qualche nome.

Narrare il popolo

popolare
Antonio Gramsci

L’elemento popolare è fondamentale nella narrativa del periodo preso in considerazione, ancora di più nei paesi, come l’Italia, in cui una delle più potenti forme di organizzazione della cultura è operata dai partiti comunisti, che in quel periodo facevano i conti con i rigidi canoni zdanovisti.

In Italia, in più, si è svolta la straordinaria riflessione di estetica letteraria operata da Antonio Gramsci, che interrogava le potenzialità conoscitive della nostra letteratura ed operando un confronto con quelle straniere riscontrava che in Italia è del tutto assente l’elemento popolare.

In Inghilterra Dickens, con le lacrimevoli storie di Oliver Twist o di David Copperfield, aveva dato dignità letteraria al mondo popolare, e, il più delle volte, i suoi personaggi-protagonisti, estratti dal mondo popolare, avevano esito felice. Lo stesso discorso in Francia con Dumas o in Russia con Tolstoj; ma in Italia niente di tutto questo. In Italia i personaggi come quelli dei Promessi sposi o di altri romanzi erano sempre stati rappresentati privi di alto spessore psichico. Scrive infatti Gramsci nei Quaderni del Carcere:

Il carattere aristocratico del cattolicismo manzoniano appare dal compatimento scherzoso verso le figure di uomini del popolo (ciò che non appare in Tolstoj), come fra Galdino (in confronto di frate Cristoforo), il sarto, Renzo, Agnese, Perpetua, la stessa Lucia […] i popolani, per il Manzoni, non hanno vita interiore, non hanno personalità morale profonda; essi sono animali e il Manzoni è benevolo verso di loro proprio della benevolenza di una cattolica società di protezione di animali […] niente dello spirito popolare di Tolstoi, cioè dello spirito evangelico del cristianesimo primitivo. [1]

Il mondo popolare, i personaggi e le trame di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.

popolare
opera di Gustave Courbet

Uno dei romanzi scritti in questo periodo, che più di tutti focalizza l’attenzione sul mondo popolare è senza dubbio il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. Esso è essenzialmente la descrizione degli anni di confino in Lucania trascorsi dall’autore.

Carlo Levi è condannato all’esilio per antifascismo in un paese sperduto della Lucania, Aliano, chiamato Galiano nel romanzo. L’essenza del romanzo non sta nella trama, piuttosto esile, ma nelle osservazioni lucide che l’intellettuale opera del mondo contadino, dei personaggi, dei luoghi. Le tematiche affrontate sono molte e tutte hanno nell’elemento popolare il denominatore comune e il cardine.

L’arretratezza culturale in cui vivono i contadini lucani è spunto innanzitutto per trattare della questione meridionale, e non c’è formula più esplicativa che le parole stesse di Carlo Levi:

Senza una rivoluzione contadina, non avremo mai una vera rivoluzione italiana, e viceversa. Le due cose si identificano. Il problema meridionale non si risolve dentro lo Stato attuale, né dentro quelli che, senza contraddirlo radicalmente, lo seguiranno. Si risolverà soltanto fuori di essi, se sapremo creare una nuova idea politica e una nuova forma di Stato, che sia anche lo Stato dei contadini; che li liberi dalla loro forzata anarchia e dalla loro necessaria indifferenza. [2]

Da qui deriva anche una sensata spiegazione del fenomeno del brigantaggio, considerato come “eroica follia“, come una guerra persa in partenza, un’esplosione irrazionale di rabbia derivata da anni e anni di soprusi e ingiustizie. Ciò che dunque, più di tutto, è l’asse portante del romanzo è la rappresentazione del mondo contadino, delle sue figure, dei suoi miti.

La figura del contadino è totalmente staccata dalla storia, in essa non c’è spazio per la ragione e a tal proposito ne offre Levi (affrontando trasversalmente anche il tema del brigantaggio) una descrizione icastica:

Il loro cuore è mite, e l’animo paziente. Secoli di rassegnazione pesano sulle loro schiene, e il senso della vanità delle cose, e della potenza del destino. Ma quando, dopo infinite sopportazioni, si tocca il fondo del loro essere, e si muove un senso elementare di giustizia e di difesa, allora la loro rivolta è senza limiti, e non può conoscere misura. È una rivolta disumana, che parte dalla morte e non conosce che la morte, dove la ferocia nasce dalla disperazione. I briganti difendevano, senza ragione e senza speranza, la libertà e la vita dei contadini, contro lo Stato, contro tutti gli Stati. Per loro sventura si trovarono ad essere inconsapevoli strumenti di quella Storia che si svolgeva fuori di loro, contro di loro; a difendere la causa cattiva, e furono sterminati. [3]

Il romanzo ebbe un successo enorme tanto da meritare molti commenti, tra cui quelli celebri di Italo Calvino e di Jean-Paul Sartre.

Luca Di Lello

Bibliografia 

[1] A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, in Id. Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Roma Editori riuniti, 1975.

[2] C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Einaudi, 1990.

[3] Ibid.

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