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Il gabinetto del dottor Caligari e l’espressionismo tedesco

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Il gabinetto del dottor Caligari

Quando Il gabinetto del dottor Caligari viene proiettato nelle sale cinematografiche, in Europa si sentono ancora gli echi dell’artiglieria della prima guerra mondiale. Siamo nel 1920, e la società tedesca ha ormai messo alle spalle la Grande Guerra; è pronta a risollevarsi e ad immergersi nel mondo dell’espressionismo, di cui questo film è figlio. Diretto dall’esordiente Robert Wiene e sceneggiato da Hans Hanowitz e Carl Mayer (figura di spicco della corrente artistica), l’opera si pone come simbolo del cinema espressionista tedesco.

Di fatto, quando Il gabinetto del dottor Caligari venne girato nel 1919, l’espressionismo nell’arte era già un movimento noto e conosciuto, per cui il film ne segnò il punto più alto, aprendo una nuova strada anche nella cinematografia. Non sarebbe azzardato dire che la pellicola si colloca di diritto tra i progenitori del genere horror; inoltre sarebbe giusto affermare che l’opera di Wiene abbia fortemente influenzato film come: Nosferatu e Metropolis.

Il cinema espressionista risente fortemente dell’arte espressionista. Questo film, in particolare, non fa che richiamarsi ai mondi distorti, cupi e dimenticati dei quadri di Kirchner, c’è chi vede in questo film l’influenza della scenografia futurista, in particolar modo quella realizzata da Prampolini nel film Thaïs.

dottor caligari

Il dottor Caligari e Cesare

In un giardino, il giovane Francis (Friedrich Fehér) e un vecchio, seduti su una panchina, vedono avvicinarsi Jane (Lil Dragover), una donna vestita di bianco con lo sguardo fisso. Il giovane comincia allora a raccontare attraverso un flashback, una storia che ha vissuto insieme alla donna. I fatti si svolgono nel 1830 nella piccola cittadina di Holstenwall. In occasione dell’inizio di una fiera, arriva in città un personaggio oscuro, poco raccomandabile, che nessuno ha mai visto prima, il suo nome è Caligari (Werner Krauss).

Caligari ha intenzione di partecipare alla fiera per presentare il suo sonnambulo, Cesare (Conrad Veidt), che tiene sotto ipnosi in una cassa da morto. Il dottor Caligari sostiene che Cesare, una volta svegliato, predica il futuro. Intanto però cominciano nella città una serie di omicidi, che fanno cadere inevitabilmente il sospetto sul misterioso Caligari. Ne seguirà un rocambolesco inseguimento che troverà la sua incredibile conclusione fra le mura di un ospedale psichiatrico.

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La scenografia

Il principale punto di forza, il motore di quest’opera, è l’incredibile scenografia astratta, antigeometrica che dà alla scena una sensazione di onirismo e di spaventoso. Strade, finestre, tutto è reso in una forma zigzagata, le superfici sono spezzate, frantumate e le linee conducono verso percorsi inesistenti e insensati. Le architetture sono irregolari e uniscono elementi disgreganti e disgiuntivi. Lo spazio della città e quello della fiera restituiscono allo spettatore un labirinto in cui i gesti, gli oggetti e le persone acquistano una nuova profondità e accedono all’orizzonte delle maschere. Tutto ciò per trascinare lo spettatore direttamente nella follia di questo film; impedendogli di distinguere il limite tra sogno e realtà.

La gestualità

I gesti, anch’essi deformati, evocano uno stato di ansia ed una apparente voglia di urlare per la sofferenza insita nell’uomo. Una gestualità che con ovvi richiami ai personaggi ritratti da Munch, era già stata utilizzata nel teatro e nella pittura espressionista. Le inquadrature fisse e un montaggio “povero” creano una sorta di bidimensionalità, dando alle varie scene un effetto opprimente, come se l’inquadratura tendesse a chiudersi su se stessa e il mondo rappresentato fosse l’unico esistente, oltre il quale non esiste più nulla. Il film si presenta quindi come un viaggio nel regno della visione spaventosa e come una forte opposizione alla classica tradizione di realtà del cinema. Il mondo raccontato da Francis ha allontanato ogni aspetto naturalistico e si è trasformato in una scena deformata, distorta, degna di un racconto ai limiti del reale.

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La narrazione

La narrazione de Il gabinetto del dottor Caligari è innovativa e travolgente. Il racconto è prima narrato da un soggetto, che inizia a ricordare l’episodio. Alla fine del racconto però il narratore è in realtà un paziente dell’ospedale psichiatrico, con lui alcuni dei personaggi comparsi durante il racconto. Tra questi c’è anche Cesare, che non è sonnambulo ed è vivo. Memorabile l’ultima inquadratura del film, in cui il direttore della clinica, dalle fattezze del dottor Caligari, mostra un’espressione dura ed enigmatica, che ricorda in parte quella di Caligari e pone così uno dei più grandi quesiti nella storia del cinema, Francis è preda della follia o qualcosa di vero c’è nel suo racconto?

Roberto Carli

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