Revenge (2017): l’analisi del revenge movie di Coralie Fargeat

Revenge (2017) è il primo lungometraggio della sceneggiatrice e regista francese Coralie Fargeat. Il film vanta il titolo di primo rape&revenge movie diretto da una donna nell’era del MeToo. L’esordio della regista è stato presentato in anteprima a Toronto nel 2017 ed è diventato un instant cult assoluto per gli amanti del genere. Vediamone nel dettaglio le caratteristiche, attraverso l’analisi di questo particolare filone narrativo.

Coralie Fargeat: regista femminista nel cinema di genere

Coralie Fargeat nasce a Parigi nel 1976. La sua passione per i film nasce fin da adolescente. Come Céline Sciamma, l’aspirante regista frequenta La Fémis, una tra le scuole di cinema più prestigiose in Francia. Fa il suo esordio dietro la macchina da presa nel 2003, con il cortometraggio The Telegram, a cui seguirà uno fantascientifico dalRevenge (2017), Coralie Fargeat titolo Reality+.

Come molte registe del suo tempo, la formazione di Coralie Fargeat si svolge in un contesto accademico. La conoscenza profonda del cinema implica, di conseguenza, lo studio di forme e teorie che vengono declinate in un’ottica femminista. Questo aspetto è particolarmente evidente nello stile della Fargeat, che si nutre di una cinefilia estrema e di un citazionismo ben calibrato. Tra i suoi modelli, la regista annovera: David Cronenberg, Quentin Tarantino, il maestro dell’horror Wes Craven fino al cinema dell’eccesso sudcoreano, tra cui il famoso Old Boy di Park Chan-wook.

Il suo primo lungometraggio arriverà con Revenge, il film del 2017 che ha ridefinito le coordinate di un genere tanto complesso quanto abusato. Il successo del film tra gli amanti dell’horror d’autore ha portato il nome della Fargeat all’attenzione della critica e di Hollywood. Nel 2022 dirige un episodio per la serie Netflix The Sandman. È attualmente in lavorazione il suo prossimo film, dal titolo The Substance, con protagoniste Demi Moore e Margaret Qualley.

Revenge (2017): l’analisi del film

Le nuove ondate femministe hanno portato ad un cambiamento radicale nel mondo del cinema. Registe da ogni parte del mondo fanno il loro esordio dietro la macchina da presa, confrontandosi di volta in volta con generi sempre diversi e offrendo un punto di vista nuovo. È proprio questo ciò che accade con Revenge (2017), che si inserisce all’interno di un filone ben preciso.

Trama

La bella e sfacciata Jen, interpretata da Matilda Lutz, parte per un weekend romantico in una sfarzosa villa nel deserto, insieme al ricco amante Richard. L’idillio viene però interrotto dall’arrivo improvviso di due amici e colleghi di lui, che si riuniscono ogni anno per una tradizionale battuta di caccia. La preda, stavolta, sembra essere proprio Jen che, in assenza di Richard, viene violentata da uno dei due. Gli uomini cercheranno di sbarazzarsi di lei, gettandola da un dirupo. Ma, contro ogni aspettativa, Jen sopravvivrà e cercherà vendetta.

Revenge (2017): il Rape&Revenge secondo Coralie Fargeat

Il Rape&Revenge movie, letteralmente “stupro e vendetta”, è un sottogenere dell’horror che ebbe il suo momento di massima diffusione negli Stati Uniti degli anni Settanta. La trama è semplice e, a ben vedere, sempre la stessa: la protagonista subisce una violenza e si vendica dei suoi aggressori. Si tratta di un filone che, come lo slasher, punta sull’eccesso della rappresentazione, attraverso contenuti espliciti e cruenti.

Con L’ultima casa a sinistra del 1972, Wes Craven da una decisa ispirazione al nascente sottogenere, codificandone alcune dinamiche narrative. Il grande classico del filone, però, arriva nel 1978 con I spit on your grave di Meir Zarchi, in italiano tradotto come Non violentate Jennifer. Proprio il confronto con quest’ultimo offre uno spunto di riflessione interessante e permette di comprendere il modo in cui la Fargeat decostruisce le dinamiche del genere.

Sebbene il canovaccio di base sia praticamente lo stesso, la differenza, in Revenge, sta tutta nello sguardo. L’equilibrio tra i due blocchi narrativi, da una parte lo stupro, dall’altra la vendetta, è qui completamente capovolto a favore di quest’ultimo. Le problematiche che un genere come quello del rape&revenge porta con sé sono legate, in primis, ad una rappresentazione quasi estasiata dell’abuso. Se la violenza al cinema è sempre divertente, come ci ha ricordato tante volte Quentin Tarantino, le lunghissime e brutali sequenze di stupro del film di Zarchi non sono altro che puro intrattenimento piegato allo sguardo maschile.

Questo, nel film della Fargeat, non accade. La violenza sulla protagonista si svolge a porte chiuse ed è perpetrata da un solo uomo, al contrario dello stupro di gruppo rappresentato in I spit on your grave. La regista non rinuncia allo splatter e al gore, anzi, li concentra tutti nella seconda parte della pellicola. Dando molto più spazio alla vendetta, la Fargeat compie una decisa inversione di rotta rispetto ai suoi colleghi uomini.

Anche nelle modalità, Revenge è molto diverso dal film di Zarchi. Il piano di vendetta della Jennifer di I spit on your grave era fondato quasi su una pena del contrappasso: occhio per occhio, dente per dente. La protagonista sfrutta l’arma della femminilità per attirare le sue inconsapevoli vittime verso un castigo studiato e ragionato. La Jen di Revenge, al contrario, usa soltanto la violenza nuda e cruda. Non c’è alcun piano, solo una brutale carneficina in stile pop. Il film, nella seconda parte, va verso un iperrealismo allucinato e punta tutto sull’eccesso di sangue, sullo sfondo di un deserto abbandonato dall’uomo.

Da questo breve confronto, appare chiaro come la Fargeat abbia operato all’interno di forme e logiche conosciute e le abbia decostruite dall’interno per dare un punto di vista nuovo e tutto al femminile.

Revenge (2017): l’arco narrativo e l’evoluzione di Jen

Con Revenge (2017), Coralie Fargeat non lavora soltanto sul genere ma riesce a dargli anche una decisa spinta autoriale. La regista costruisce l’arco narrativo del film attraverso un ragionato uso di immagini, colori e musiche. Basti pensare che i minuti effettivi di dialogo sono soltanto quattordici, per lo più concentrati tutti all’inizio. È qui che si fa evidente l’estrema cinefilia di una regista come la Fargeat, formata nell’ambiente accademico. Anche le citazioni sono tantissime: a partire dal paesaggio desertico di Mad Max Fury Road fino alle formiche simbolo del cinema surrealista di Luis Buñuel.

Centrale, in Revenge, è chiaramente il personaggio di Jen, la cui caratterizzazione è avvalorata dalla brillante performance di Matilda Lutz. La regista orienta la macchina da presa intorno a lei, accompagnando lo spettatore attraverso le fasi della sua evoluzione. La protagonista è presentata all’inizio come esempio di una femminilità vuota e stereotipata, la classica bionda svampita e sexy. E in effetti, per tutta la parte del film che precede lo stupro, la Fargeat si diverte ad oggettificare all’estremo la fisicità della sua Jen, attraverso primi piani e dettagli ravvicinati del suo corpo. La stessa attrice ha confessato in un’intervista di essersi ispirata ai modi della diva Marilyn Monroe, una tra le sex-symbol più famose di Hollywood.

Revenge (2017)
Fonte: https://www.flickr.com/photos/136673070@N06/28999458428/in/photostream/
Revenge (2017)
Fonte: https://www.flickr.com/photos/136673070@N06/42153828114/in/photostream/

La prima parte si svolge nella scintillante e lussuosa villa di Richard, mentre lo sfondo violento del deserto incombe dall’esterno. Jen si muove all’interno di colori dalle connotazioni ben precise, presenti nel suo abbigliamento come nella scenografia. Nel momento in cui appare sullo schermo, il personaggio di Matilda Lutz è una lolita di prima categoria: gli occhiali e il lollipop sono un’esplicita citazione a Sue Lyon nell’omonima trasposizione di Stanley Kubrick. I suoi capelli sono biondissimi, i suoi costumi quasi sempre rosa shocking. Nella scena in cui vede per la prima volta Stan, il suo stupratore, Jen indossa soltanto una maglietta crop e la biancheria intima, mentre l’uomo la scruta attraverso una vetrata simbolicamente rosa.

Con il procedere dell’arco narrativo, i connotati delle immagini subiscono un cambiamento radicale, così come il corpo della protagonista. Dopo lo stupro, Richard cerca di corrompere Jen con un assegno per poi sbarazzarsi di lei, gettandola da un dirupo. Lei cade su un tronco, che la trafigge in pieno. Riesce, però, a liberarsi e a trovare rifugio in una caverna. A questo punto, l’azione si sposta tutta nel paesaggio selvaggio del deserto.

Quello costruito dalla Fargeat è un percorso catartico di rinascita: la lolita è morta, al suo posto ora c’è una spietata vendicatrice. Proprio una fenice comparirà sul ventre di Jen dopo essersi cauterizzata la ferita con una lattina di birra Phoenix. Il suo colore non è più il rosa, ma il nero; mentre i suoi capelli diventano sempre più scuri. Rimane solo il dettaglio squisitamente pop dell’orecchino fucsia a forma di stella, abbinato ad una mise total black composta da top e pantaloncino.

Nonostante non sia più vestita di quanto lo fosse in precedenza, lo sguardo su di lei è totalmente cambiato. Jen non è più corpo erotico, ma una macchina da guerra, una sorta di Rambo al femminile. Il film si sviluppa in un crescendo di violenza, fino allo scontro finale con Richard che ci riporta all’interno della villa. Qui la Fargeat si cimenta in una divertita citazione di una tra le dinamiche più classiche dello slasher: la scena della doccia. Solo che, stavolta, non è il personaggio femminile ad essere attaccato. Mettendo nella stessa situazione il personaggio maschile, che si ritrova a dover combattere senza vestiti, la regista opera un chiaro ribaltamento dei canoni.

L’evoluzione è compiuta: la brillante sequenza finale vede Jen come vero soggetto dello sguardo. La Fargeat capovolge visivamente la logica che sottende tutta la prima parte del film. Se prima era Stan a guardarla dalla vetrata rosa, adesso è lei a guardare Richard da quella blu. La villa si tinge di rosso sangue e fa da sfondo al compimento della vendetta. L’ultimo e significativo sguardo in macchina di Jen rappresenta l’atto finale di consapevolezza per un decisivo riscatto del femminile.

Con Revenge (2017), Coralie Fargeat firma un’opera potente, che sarà sicuramente d’esempio per le prossime generazioni del cinema horror.

Martina Pedata

Bibliografia