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Esilio e letteratura: Giuseppe Ungaretti

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Ungaretti

Si è spesso identificato il 900 come una delle epoche emblematiche per quanto riguarda l’esilio. Rispetto alle epoche precedenti l’intellettuale non viene cacciato dalla patria per aver commesso torti contro l’autorità, ma per il semplice fatto di essere un intellettuale e di pensare con la propria testa.Tuttavia persiste ancora un esilio culturale con cui l’uomo scopre di essere privo di radici e che tenta disperatamente di cercare. Se tra 700 e 800 il simbolo italiano di questa ultima visione era il Foscolo, nel 900 lo trova in Ungaretti.

Vi arriva il poeta

e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde

Di questa poesia

mi resta

quel nulla

d’inesauribile segreto

(Giuseppe Ungaretti – Il porto sepolto)

Ungaretti: l’esilio nel segno dello sradicamento

Se dovessimo usare un solo termine con cui definire l’esilio umano e letterario di Ungaretti, senza dubbio sarebbe perfetto quello di sradicamento. Prendiamo in esame la poesia In memoria, scritta nel 1913 e prima poesia della raccolta Il porto sepolto (che poi confluirà in una sezione de L’allegria). Ungaretti dedica il componimento alla memoria di un suo amico morto suicida, Mohammed Sceab.

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

La rievocazione del tragico destino a cui l’amico si è sottoposto è un’occasione che Ungaretti usa per riflettere. Lo sradicamento ungarettiano non va inteso con la mentalità romantica di Foscolo, Byron o Goethe. Quello compiuto da Ungaretti non è soltanto un esilio psicologico, ma anche fisico. Il poeta arriva in Francia assieme a Mohammed nel 1912 e qui il giovane arabo si trova improvvisamente fuori dal mondo. Cambia nome in Marcel, si trova lontano dalla tranquillità sacrale del deserto e improvvisamente si trova gettato in mezzo al caos della città. Decide allora di farla finita e di interrompere la propria esistenza.

Per Ungaretti il destino è diverso: anche lui si sente uno sradicato, ma decide di sciogliere il canto a differenza dell’amico e usa la letteratura per intraprendere un viaggio che lo porterà ad una piena coscienza di sè e delle proprie radici.

Alla ricerca di una propria identità

Nel 1914 l’Italia entra in guerra e Ungaretti, trasferitosi a Milano, si arruolerà nell’esercito l’anno dopo come soldato semplice di fanteria. Lo stretto contatto con la morte lo porta a scrivere le trenta poesie che formano la già accennata raccolta Il porto sepolto.

Ungaretti
Ungaretti in divisa

La guerra però ha un altro effetto: priva la poesia del senso salvifico e distrugge ogni punto di riferimento dell’Ungaretti parigino. Testimonianza di tutto questo è la poesia Girovago.

A ogni
Nuovo
Clima
Che incontro
Mi trovo
Languente
Che
Una volta
Già gli ero stato
Assuefatto

E me ne stacco sempre
Straniero

Nascendo
Tornato da epoche troppo
Vissute

Godere un solo
Minuto di vita
Iniziale
Cerco un paese
Innocente

Qui Ungaretti diventa un pellegrino, un vagabondo che si sente straniero da ogni parte e che tenta di ritrovare la pace perduta (Cerco un paese/ Innocente). Tale ricerca lo porta allora ad un viaggio a ritroso, in cui il poeta scava tra gli archivi della propria memoria. L’operazione confluisce ne I fiumi.

(…)

Stamani mi sono disteso
in un’urna d’acqua
e come una reliquia
ho riposato

L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso

(…)

Questo è l’Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo

L’Isonzo, il fiume presso le cui acque gli italiani combatterono contro gli austriaci, ci trasporta nel presente della guerra. Ungaretti, nelle poche ore di riposo concesse, vi si immerge e ripercorre tutti i fiumi che hanno caratterizzato le varie fasi della sua vita.

Questi sono
i miei fiumi

Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil’anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre

Questo è il Nilo
che mi ha visto
nascere e crescere
e ardere d’inconsapevolezza
nelle estese pianure

Questa è la Senna
e in quel suo torbido
mi sono rimescolato
e mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
contati nell’Isonzo

(…)

Ungaretti
Il fiume Isonzo, in Slovenia

In questi versi vengono rimembrate le origini lucchesi ( il Serchio), la nascita ad Alessandria d’Egitto (il Nilo) e la maturazione artistica a Parigi (la Senna). Sono tre tasselli che costruiscono l’identità di un eterno nomade come Ungaretti, al punto che lo stesso poeta definirà la poesia come la sua personale “carta d’identità“. Ecco allora che i fiumi aiutano il poeta a ricostruire il proprio io, nonostante la poesia si chiuda sotto l’ombra della nostalgia e del ritorno alla cruda realtà della guerra.

(…)

Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch’è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre.

Ciro Gianluigi Barbato

Bibliografia

G. UngarettiVita d’un uomo – Meridiani

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