Meditazioni: Cartesio e la metafisica

Tra i testi che costituiscono la storia della filosofia, Le Meditazioni metafisiche è uno dei più citati, riconosciuto come tappa essenziale dell’evoluzione del pensiero occidentale. In questo articolo lo analizziamo passo passo e forniamo una sintesi chiara dei suoi contenuti.

Introduzione alle Meditazioni

Più note come Meditazioni metafisiche, il nome originale di tale scritto è il titolo latino Meditationes de prima philosophia, dove per “filosofia prima” va intesa la metafisica. Cioè, quella branca della filosofia che studia ciò che è al di là del mondo fisico. Dunque, essa include i ragionamenti intorno Dio e l’anima umana. In effetti, il titolo è in latino perché l’autore, anche se francese, scrive il testo in latino, consuetudine per la stesura dei trattati scientifici durante l’età moderna. Infatti, le Meditazioni risalgono al 1628, scritte forse in due anni.

Innanzitutto, l’autore dell’opera è René Descartes, più noto in italiano come Renato Cartesio. In effetti, questi ha alle spalle già altre pubblicazioni quando inizia Le Meditazioni, in particolare il Discorso sul Metodo. In effetti, questi due trattati sono in genere visti in continuità, date le tematiche comuni. Tuttavia, lo stile è diverso: il Discorso sul Metodo è una spiegazione analitica. Invece, le Meditazioni possiedono un elemento narrativo che scandisce le sue parti e lo rendono più simile a un racconto. Infatti, in questa finzione narrativa, Cartesio afferma che ogni parte corrisponde a una giornata in cui egli compie un ragionamento che prosegue quello della giornata precedente. Dunque, l’intera opera costituirebbe un’unica meditazione iniziata e conclusa nell’arco di sei giorni consecutivi. Perciò, Cartesio consiglia al lettore la lettura del testo in sei giorni e lo invita, alla fine di ogni parte, all’abbandono temporaneo della lettura.

In effetti, il nome stesso “meditazione” è nel quindicesimo secolo usato perlopiù in ambito religioso su modello degli esercizi spirituali praticati dai Gesuiti. Anche se i trattati su queste tematiche ricorrono nel XVII secolo e nei precedenti, l’elemento di originalità è proprio la presenza dell’autore che parla in prima persona al lettore e lo accompagna nel corso della meditazione.

Prima meditazione

«Ora che ho sgombrato l’animo da ogni preoccupazione, mi sono procurato tranquillità e agio, e mi ritrovo in solitudine, mi dedicherò finalmente, con serietà e in libertà, ad una distruzione generale delle mie opinioni.»

Cartesio ritratto nel suo studio, accanto al camino, intento a scrivere. Fonte immagine: Picryl.com.

Innanzitutto, Cartesio scrive un proemio indirizzato al “Decano e ai Dottori della sacra Facoltà di teologia di Parigi”, nel quale spiega il senso della sua opera. Difatti, da un punto di vista religioso la dimostrazione dell’esistenza di Dio e dell’anima è inutile, dato che vi è la fede che dà la certezza della loro esistenza. Tuttavia, secondo Cartesio, quando San Paolo afferma che “Dio è manifesto negli uomini” intende che lo è nella loro facoltà di ragionamento, ed ecco perchè la dimostrazione razionale di Dio è legittima.

Così, scrive Cartesio nella Prima meditazione, egli mette in dubbio tutto ciò che ha appreso fin dall’infanzia e su cui ha costruito tutte le sue certezze. Difatti, l’uomo conosce il mondo tramite i sensi. Ma i sensi spesso traggono in inganno, e se lo fanno certe volte, potrebbero farlo sempre senza che ce ne rendiamo conto. Così, «si può dubitare […] che io ora sto qui, seduto accanto al fuoco, con addosso una vestaglia da inverno, maneggio questo foglio di carta su cui vado scrivendo, e così via».

Insomma, tutto può essere come un sogno, una pura illusione. In effetti, la religione induce nella credenza di un Dio buono che di certo non crea un mondo in cui l’uomo viene illuso. Ma forse anche l’idea di Dio è un illusione inculcata nella mente umana da un genio maligno. Dunque, bisogna scoprire se le cose stanno in questo modo. Così, con questo proposito termina la prima delle meditazioni.

Seconda meditazione

«Dopo la meditazione di ieri sono in preda a tanti dubbi […] ne sono sconcertato, come se, caduto all’improvviso in un gorgo profondo,non mi riuscisse né di poggiare il piede sul fondo né di risalire alla superficie».

Dunque, in questa sezione Cartesio cerca qualcosa di cui non poter dubitare per “rifondare” l’immagine del mondo su certezze più solide. Così, giunge alla conclusione che c’è qualcosa su cui non può dubitare: l’esistenza del suo dubitare stesso, ergo del suo io. Dunque, l’io esiste fintanto che pensa. Tuttavia, noi affermiamo che l’uomo è tale in quanto dotato di un corpo e di un’anima, come già scrive Aristotele che definisce l’uomo animale razionale. Infatti, Aristotele afferma che è dell’animale il nutrirsi, il muoversi e il pensare. Ma per il momento, è comprovata solo la facoltà del pensare. Ecco perché io, intelletto ed anima allo stato attuale coincidono.

Però, tutto il resto, compreso il corpo umano, può essere un‘illusione dell’io pensante. Ma tali illusioni, che in quanto tali sono immaginazioni, appartengono all’io. Dunque, l’io non solo pensa ma immagina. Inoltre, è sempre l’io che percepisce le cose corporee tramite i sensi.

Poi, l’attenzione passa a ciò che non è io, gli oggetti, i quali sembrano cambiare sempre pur essendo sempre gli stessi. Cioè, ad esempio, una barretta di cera se esposta al calore si scioglie e cambia aspetto, odore e sapore. Eppure, la chiamiamo ancora cera. In effetti, non è necessario sciogliere la cera per apprendere il suo cambiamento, lo possiamo cogliere piuttosto con la nostra immaginazione.

Insomma, la cera risulta essere una nostra proiezione mentale, in quanto sempre percepita dalla mente, la quale giudica che quella che si scioglie resta cera. In effetti, il giudizio è un’operazione più attinente al ragionamento, ecco perché è più corretta l’affermazione che la conoscenza delle cose avviene non attraverso i sensi, bensì con l’intelletto.

Terza meditazione

Così, nel “terzo giorno” Cartesio affronta le meditazioni su Dio. Difatti, che l’io pensa Dio non significa che di conseguenza Dio esiste, come quando si pensa una qualsiasi cosa che può non esistere al di fuori della mente che la pensa. Dunque, per superare questo impasse, il filosofo richiama il concetto di idea. Cioè, nella mente umana Dio costituisce una idea.

In effetti, le idee sono di due tipi: quelle che derivano dall’io e quelle che derivano dal mondo esterno. Quindi, non vi è differenza tra l’immaginare una capra o immaginare una chimera, sono entrambe idee umane, solo che la prima fa riferimento a qualcosa di esterno e la seconda a qualcosa di interno la mente umana. Tuttavia, è possibile un’ulteriore distinzione delle idee non in due tipi ma in tre tipi: innate, avventizie e fittizie. Cioè, le idee innate sono quelle che derivano dalla natura stessa dell’uomo, come l’idea di verità o l’idea di pensiero. Poi, quelle avventizie sono derivate dall’esterno (il Sole, o i rumori, o il calore…) e quelle fittizie sono ad esempio gli ippogrifi. Ma come verificare tale distinzione? Esaminiamo l’origine di quest’ultima: le idee a noi esterne non dipendono dalla nostra volontà, cioè esistono che noi lo vogliamo o no (come il caldo).

Però, si potrebbe dire che ciò è un inganno, o che magari abbiamo una percezione distorta dell’esterno, come quando abbiamo l’impressione che il Sole è più piccolo della Terra. Tuttavia, in ogni causa c’è tanta realtà quanta ce ne è nel suo effetto, e dato che dal nulla deriva solo il nulla, ne segue che se le idee sono differenti tra loro derivano da cause differenti. Ma come assicurarci che idee come Dio, gli angeli, gli altri uomini, sono idee che hanno una causa esterna, e non che siano una nostra costruzione?

La cera e Dio

Così, Cartesio opta per l’analisi delle idee avventizie, dato che sono le uniche (a differenza di quelle innate e fittizie) che derivano dall’esterno, o almeno così sembra. Se riprendiamo l’esempio della cera, notiamo che di essa cogliamo in modo distinto l’estensione (lunghezza, larghezza, profondità), il numero, la durata, e l’essere sostanza. Invece, le altre caratteristiche le cogliamo in modo confuso (colore, odore, sapore, temperatura). Cioè, queste ultime caratteristiche possono avere una falsità materiale, vale a dire presentano una non-cosa come fosse una cosa, come ad esempio l’idea del caldo e del freddo, di cui non è chiaro se il caldo è privazione dell’idea del freddo o il contrario. Infatti, nel primo caso è falsa l’idea del caldo, nel secondo lo è quella del freddo.

Invece, vi è un’idea avventizia della quale non si può dubitare: Dio. Difatti, se la mente (che corrisponde all’io, di cui abbiamo già visto non si può dubitare) funziona in un determinato modo, è perché una causa ha voluto che funzionasse così, e il modo in cui funziona, che ne risulta essere l’effetto, somiglia alla causa stessa. Dunque, la mente umana somiglia a Dio come il marchio che imprimiamo nella cera somiglia al sigillo che lo imprime. Perciò, è in questo senso che Dio fa l’uomo a sua immagine e somiglianza. Insomma, Dio non è un’idea fittizia, non la formiamo per negazione di un’altra idea, quella del finito (lo si può pensare dato che Dio è infinito).

Dunque, Dio risulta la seconda idea certa dopo quella dell’io che l’uomo possiede. Ecco perché, a differenza di quanto sostiene Tommaso d’Aquino, l’idea di Dio è la più chiara tra tutte quelle che l’uomo possiede.

Quarta e quinta meditazione

Ma è mai possibile che un Dio perfetto, onnipotente e infinito ricorre all’inganno? No. Dunque, ecco risolto il dilemma che il mondo è un inganno. Tuttavia, l’inganno esiste in quanto errore. Cioè, quando ad esempio l’uomo scambia qualcosa per qualcosa d’altro a causa di un errore dei sensi. Però questo, è evidente, è un errore legato a una conoscenza non totale, e non da un inganno di Dio. Ma perché Dio lascia in ogni caso spazio a questo margine di errore? A questa domanda Cartesio dà più risposte. Cioè, la prima è che in qualche modo ciò ha un senso, ma non lo comprendiamo perché la volontà infinita di Dio è per noi in parte incomprensibile. Inoltre, la perfezione del Creato va colta osservando non una singola specie quale l’uomo, ma l’opera della Creazione intera. Infine, Dio lascia all’uomo la libertà, che sussiste solo con la possibilità di sbagliare.

Così, passiamo alla quinta meditazione, nella quale si argomenta riguardo le idee relative alle forme geometriche e le regole matematiche, e poi i corpi esterni. Dunque, riguardo al primo gruppo, esse esistono e sono valide in quanto idee innate che Dio pone nella mente umana, e che come tali non possono essere false. Invece, in quanto alle cose materiali, la loro essenza è l’estensione, di cui si è già appurata la verità. Dunque, si può affermare con certezza che le cose materiali possono esistere, dato che tutte le cose possiedono un’estensione, la quale esiste senza dubbio. Tuttavia, non possiamo anche affermare se tale possibilità si concretizzi oppure no.

Sesta meditazione

Meditazioni
Frontespizio di un’edizione in latino dell’opera. Fonte immagine: Wikipedia.org.

Perciò, l’ultima meditazione affronta questo punto, e trova la soluzione nella facoltà dell’immaginazione, la quale, in quanto facoltà della mente, cioè dell’io, di certo esiste. Tuttavia, la mente esiste anche senza immaginazione in qualità di solo intelletto, ecco perché ci deve essere una causa esterna alla mente che permette all’immaginazione il suo svolgimento. Dunque, l’immaginazione funziona in quanto si rivolge a dei corpi, il che significa che esiste il nostro corpo umano, dotato di estensione, e che esso entra in contatto con altri corpi. Quindi, proprio ciò permette ai sensi di cogliere informazioni che attivano l’immaginazione. Insomma, tra la mente e il corpo c’è un’unione reale, cioè una interazione causale fra di essi.

Insomma, con la sesta meditazione si possono dire risolti tutti i dubbi, ecco perché anche l’interrogativo sulla distinzione tra il sogno e la veglia, posto nella prima meditazione, decade. Comunque, per rafforzare tale distinzione, Cartesio nota che un criterio è dato dalla continuità spazio-temporale delle nostre percezioni, che nella dimensione del sogno manca.

Le Meditazioni

Le Meditazioni sono un testo che ha subito, oltre agli elogi, anche forti critiche, motivate dalla posizione che su alcuni punti Cartesio risolve solo in modo parziale le problematiche, e quindi il testo non è una prova inoppugnabile delle affermazioni in esso poste. Del resto, va notato come al filosofo qui, proprio come nel suo Discorso sul Metodo, interessa soprattutto fornire al lettore un metodo valido di riflessione, le meditazioni appunto.

Luigi D’Anto’

Bibliografia

Descartes, Meditazioni metafisiche, traduzione e introduzione di S. Landucci, Laterza 2010.

Sitografia

Il filosofo Tullio Gregory parla delle Meditazioni durante il Festival della filosofia 2018.

Nota: l’immagine di copertina è ripresa da Creazilla.com.