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Il Ciclope di Euripide: analisi della tragedia greca

Il Ciclope di Euripide trae spunto dal celeberrimo episodio omerico. Lo scontro tra Odisseo e il Ciclope rappresenta, per esteso, la contrapposizione tra razionalità e bestialità, civiltà e ferinità. L’immagine di questo mostro rimanda ad un’età primitiva di un mondo pastorale arcaico; in più, Polifemo si rivela pure tracotante (ὕβρις), dato che ignora volontariamente le dinamiche dell’ospitalità umana, offendendo Zeus. 

Introduzione al Ciclope di Euripide

Dopo Eschilo e Sofocle, Euripide è il terzo grande tragediografo del mondo antico. Il suo teatro è innovativo sotto molti punti di vista: la nuova centralità data alla sensibilità femminile e all’irrazionale (Medea, Alcesti, Fedra nell’Ippolito, Baccanti) e una rappresentazione negativa della guerra (Troiane, Elena, Ecuba, Andromaca).

Un ulteriore dettaglio è la modifica del mito (come nell’Ifigenia in Aulide, Ifigenia in Tauride e nell’Elettra). Tutte queste caratteristiche ritornano nel suo dramma satiresco: Il Ciclope. Se nell’Odissea il Ciclope viene rappresentato come una sorta di pastore selvaggio dal corpo mostruoso, in Euripide tale figura assume un aspetto civilizzato e intellettualistico. L’avventura del Ciclope narrata dall’Odissea, ripresa anche nella commedia a volte, doveva allontanarsi dallo stile epico. 

Riassunto del Ciclope di Euripide

Catturati dopo un naufragio, Sileno e i suoi compagni sono diventanti gli schiavi di Polifemo in Sicilia. Quando Odisseo arriva, riesce a ottenere da Sileno agnelli e formaggi, che il satiro ruba dall’antro del Ciclope, in cambio di buon vino. Quando però quest’ultimo arriva, Sileno accusa falsamente Odisseo di aver rubato le provviste dal Ciclope. Odisseo inutilmente si difende e fa riferimento ai principi sacri dell’ospitalità umana e alle leggi religiose:

Dio lo volle! Non dar colpa ai mortali! Or ti preghiamo e franchi ti parliamo, del Dio del mare o generoso figlio: non voler, no, sgozzare ed empio pasto far dei tuoi denti uomini amici, giunti alla tua casa! Noi salvammo, o sire, nel cuor d’Ellade i tempî di tuo padre. è di Tènaro illeso il sacro porto, e di Malèa gli eccelsi anfratti: salvi i Gerestî recessi, e l’argentifero Sunio, diletto alla divina Atena. Né condonammo i temulenti affronti ai Frigi. E sei di ciò tu pur partecipe, tu che nel cuore d’Ellade hai dimora, sotto la rupe etnèa fuoco stillante. E se queste ragioni non ti valgono, è legge fra i mortali, ai peregrini naufraghi offrir doni ospitali e vesti, non infilarli a madornali spiedi, ed empirtene il ventre e il gorgozzule. Già vedovò di Priamo la terra tanto la Grecia, e tanto sangue bevve d’eroi caduti sotto l’aste, ed orbe di figliuoli e di sposi e spose e madri rese, e padri canuti. Or, se i superstiti arrostisci, e ne fai truce banchetto, dove salvarsi piú? Ciclòpe, ascoltami: della tua gola l’ingordigia frena, e meglio ch’empio essere pio ti piaccia; ché l’empietà fruttò castigo a molti.

Il Ciclope non vuole sentire ragioni e ridicolizza il valore delle leggi e della civiltà. Odisseo, allora, gli offre da bere ed elabora un piano per scappare: fa ubriacare il Ciclope e lo acceca con un palo ardente. Quando, alla fine, Odisseo riesce a scappare, Polifemo gli predice tutte le sventure che l’eroe di Itaca dovrà subire per il suo gesto.

Riflessione sull’inutilità delle leggi

Importante è la riflessione sull’inutilità delle leggi portata avanti da questo Ciclope che sembra davvero il prodotto della migliore retorica sofistica:

Il dio di chi capisce, ometto mio, sono i quattrini: tutto quanto il resto sono fanfaronate e belle frasi. Tanti saluti ai promontorî dove mio padre ha i tempî: a che li tiri in ballo? Io, forestiere mio, non ho paura del fulmine di Giove; e non capisco perché mai Giove sia piú dio di me. Del resto, poi, non me ne importa nulla. E sai perché? Perché, quando l’amico di lassú versa pioggia, io sto al riparo in questa grotta: e lí, pappando qualche vitello arrosto, e qualche buon boccone di selvaggina, mi consolo il buzzo, a pancia all’aria; e poi ci bevo sopra una secchia di latte, e avvento peti, e coi miei tuoni tengo testa a Giove. Quando poi versa neve il tracio Borea, m’avvolgo in buone pelli, e attizzo il fuoco, e della neve me n’infischio tanto. E la terra, volere o non volere, produce l’erba, e ingrassa le mie greggi; ed io non le sacrifico a nessuno, tranne che a me, e a questo ventre, il primo degl’Immortali: e i Numi a becco asciutto! Ché bevere e mangiare alla giornata, questo è il dio della gente che capisce; e non stare a pigliarsela. E quei tali che scrissero le leggi, e complicarono la vita dei mortali, te li mando a quel paese. Io mai non lascerò di far quel che mi gusta… e di papparti. E per non farmi criticare, voglio darti doni ospitali: il fuoco, e l’acqua, e la caldaia, che col suo bolllore ti terrà caldo meglio d’un vestito. Ma entrate, via: ché stando intorno all’ara del dio dell’antro… m’ammanniate il pranzo!

L’Atene dell’epoca di Euripide, coinvolta nella Guerra del Peloponneso, è ormai fin troppo convinta dei suoi valori razionali, tanto da giustificare nel suo imperialismo anche gli atti più atroci.Nel fare ciò, la polis spesso mette al primo posto la legge brutale della forza rispetto ai grandi valori etici, ma meramente teorici, presenti nelle leggi ateniesi.

Il Ciclope euripideo e la deportazione dei Melii sono due facce della stessa medaglia

Si pensi, per esempio, al famoso passo del dialogo tra i Melii e gli ambasciatori ateniesi narrato dallo storico Tucidide nell’opera Storia del Peloponneso.

In questo episodio, i Melii chiedono di rimanere sostanzialmente neutrali nel conflitto di Atene e Sparta. Gli Ateniesi si oppongono fermamente a questa loro presa di posizione: temono di dare prova di debolezza non riuscendo a far cambiare idea ai Melii. Si appellano, dunque, alla ferrea logica per distruggere le argomentazioni degli avversari, essendo consapevoli di avere maggiore forza militare.

In questa dialettica verbale, i Melii fanno appello agli stessi valori di giustizia, la stessa fiducia nelle leggi che tanto caratterizza l’ideologia ateniese del tempo e di cui il Ciclope in Euripide rappresenta la parodia. Ma a nulla serve appellarsi al senso di giustizia: gli Ateniesi, al posto di seguire i principi etici e giuridici di cui tanto vanno fieri, scelgono come unica legge quella brutale della forza.

Tucidide dà ampio spazio al dialogo dei Melii per conferirgli, al di là dei riferimenti attuali, il significato generale di spiegazione delle dinamiche belliche. Per tale motivo gli oratori delle due parti (atieniesi e melii) del dialogo restano autonomi. I primi, gli ateniesi, sono indifferenti a qualsiasi forma di riguardo o di appello al diritto o all’onore. I secondi, cioè i Melii, possono soltato discutere razionalmente le loro tesi. La forma è dialogica, quindi singolare per un’opera di storiografia. 

A fare da padrona è, dunque, la logica machiavellica che porta gli Ateniesi a distruggere la popolazione della piccola isola di Melo. Come lo definisce lo stesso Del Corno, questo è un passo in cui c’è «maggiore densità storico-politica ed etica» [2].

Il Ciclope di Euripide si fa portavoce di un messaggio universale

Nell’ultima parte del dramma satiresco Odisseo fa ubriacare il Ciclope con il vino e progetta di accecarlo con un tronco infocato. Esattamente come nelle Baccanti, anche qui è Dioniso, dio del vino, a trionfare.

ULISSE: Toh! (Si accinge a versargli in gola il vino)

Silèno: Cospettone, ha proprio un bell’odore!

ULISSE: Che, lo vedi, l’odore?

Silèno: Eh, no, lo fiuto.

ULISSE: Non per intesa, hai da lodarlo! Gustane. (Gli versa vino nella gola)

Silèno: Bene mio! Bacco già m’invita a danza! Uh, uh, uh! (Ballonzola) [1]

Il messaggio finale che si vuole trasmettere è che la ragione (Odisseo) ha anche bisogno dell’irrazionale (Dioniso) per poter assoggettare ciò che è disumano (il Ciclope, ma anche l’atteggiamento brutale dell’imperialismo ateniese).

Bibliografia

[1] passo tratto da: https://www.filosofico.net/euripideciclope42.htm

[2] Dario Del Corno, Letteratura greca, Milano, Principato, 2020, p.336

 

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