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L’artigianato Moghul, nell’India del XVI-XIX secolo

L’artigianato Moghul in India fu notevole e florido. I Moghul a partire dal 1526 dominarono su vaste aree, soprattutto nel subcontinente indiano, fino al 1858 quando tali regioni divennero parte dell’Impero britannico.

L’artigianato Moghul è l’argomento di questo articolo, all’interno del quale però ci sarà qualche cenno storico sulla dinastia.

L’artigianato Moghul e le arti durante la dinastia

L’artigianato Moghul fu cospicuo. Infatti gli imperatori di questa dinastia furono munifici protettori delle arti e dell’architettura. La cultura visuale e materiale di quest’epoca è di fatto una sintesi delle tradizioni artigianali locali, turco-mongole, persiano-islamiche ed europeo-cristiane. Diversi furono gli imperatori Moghul che rivestirono un ruolo di notevole importanza nella cultura indiana.

La struttura dell’Impero era di tipo feudale e tutti i territori erano sotto il controllo del governo centrale. I Moghul furono la più importante dinastia imperiale indiana di religione islamica che dominò su quasi tutta l’Asia meridionale. In generale furono piuttosto tolleranti verso le religioni non musulmane. Essi si sentivano eredi del retaggio dinastico turco-mongolo e di quello persiano-islamico.

In linea di massima i prodotti dell’artigianato Moghul avevano una duplice funzione. Infatti oltre ad avere ovviamente un’utilità pratica avevano anche la funzione di celebrare la magnificenza dell’Impero, con lo scopo ultimo di lasciare ai posteri prove di tale grandezza.

È importante però tenere presente che alla morte dell’Imperatore Aurangzeb, nel 1707, l’Impero iniziò il suo declino e di conseguenza anche l’artigianato Moghul ne risentì.

Il governo centrale cominciò gradualmente a disgregarsi. Questo fece sì che si formarono nei territori tanti piccoli regni, teoricamente sotto il controllo Moghul, ma che di fatto erano piuttosto indipendenti. Ognuna delle piccole corti creò il proprio stile di artigianato. Inoltre l’influsso della cultura europea che portò la Compagnia delle Indie Orientali diventò sempre più determinante ed influente nell’artigianato Moghul.

Di seguito alcuni cenni storici sulle origini e su alcuni degli imperatori più importanti della dinastia che segnarono maggiormente le arti e l’artigianato Moghul.

Origini della dinastia Moghul

L’impero Moghul durò ufficialmente dal 1526 al 1858, anno dell’annessione britannica. Di fatto però la dinastia si estinse nel 1707 alla morte dell’ultimo dei “Grandi imperatori Moghul”. In seguito infatti l’Impero cominciò a disgregarsi fino alla definitiva fine.

Il fondatore della dinastia fu un principe centroasiatico di nome Babur che nel 1526 arrivò a Delhi da Ferghana (nell’attuale Uzbekistan) conquistando la città. Questi ricollegò il proprio lignaggio ai Timuridi ed ai Mongoli, da questi ultimi deriva infatti il nome “Moghul”.

Babur era uno degli ultimi principi timuridi – quindi discendeva da Tamelano – e si insediò in Iran e nell’Asia centrale. Egli fuggì dalla propria patria di Ferghana in seguito alla perdita della città e di Samarcanda per mano degli uzbeki.

Babur ormai spodestato partì con un suo piccolo ma ben armato esercito e conquistò Kabul, nell’attuale Afghanistan, poi invase il sultanato di Delhi in India. Qui sconfisse il sovrano Ibrahim Lodi nel 1526 ed occupò i territori che si estendevano fino al Bihar nell’India orientale.

Durante il suo Impero egli cercò di stimolare le migrazioni turche islamiche dall’Asia centrale in India in maniera da aumentare il peso della cultura musulmana nel Paese. Queste popolazioni inoltre influirono anche sulla produzione dell’artigianato Moghul.

I discendenti di Babur continuarono a conquistare altri territori. L’Impero Moghul alla sua massima espansione governava l’India, l’Afghanistan (Kabul), il Bengala e quasi tutti i territori dell’Asia meridionale.

Alcuni importanti imperatori Moghul

Sotto l’Imperatore Akbar, nipote e successore di Babur, i Moghul divennero i principali sovrani dell’India. La dinastia espanse il proprio dominio fino al Bengala ad oriente, al Gujarat ad occidente e ad Ahmadnagar nel Deccan.

L’Imperatore Akbar (regno 1556-1605), celebre per essere illuminato anche se analfabeta, possedeva una vasta biblioteca. I contenuti dei suoi libri gli venivano letti e per questo li conosceva molto bene. Il suo interesse verteva soprattutto sulla filosofia, sulla storia e sulla religione di diverse culture. Per questo attirò presso la sua corte molti scrittori, pensatori ed artisti.

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Ritratto dell’Imperatore Akbar, pittura del periodo Moghul. Fonte Wikipedia.

Di conseguenza sotto il suo dominio anche la produzione dell’artigianato Moghul fu particolarmente intensa ed eccelsa. La sua apertura ad altri punti di vista si rifletteva anche sull’élite dominante dell’epoca che comprendeva turchi, persiani, indù indiani ed afghani.

Ad esempio Akbar concepì una religione sincretica che chiamò Din-i Illahi (ovvero “Religione di Dio”). Questo credo prevedeva una visione del mondo che sintetizzava alcuni aspetti dell’Induismo, del Buddismo, dell’Islam e del Cristianesimo. Quest’ultimo arrivò in India nel XVI secolo attraverso dei missionari gesuiti.

Dopo la morte di Akbar, nel 1605, suo figlio Jahangir mantenne il vasto impero che ereditò e divenne un convinto mecenate delle arti oltre che uno studioso con un vivo interesse per l’osservazione del mondo naturale.

A questi successe suo figlio Shah Jahan (regno 1628-1658), il quale commissionò diverse importanti opere, soprattutto architettoniche, come il celebre Taj Mahal ad Agra. Inoltre continuò ad estendere i confini dell’impero.

Infine gli successe l’ultimo dei “Grandi Moghul”, Aurangzeb (regno 1658-1707) momento di massima espansione territoriale. Alla sua morte nel 1707 l’Impero iniziò il suo declino che terminò ufficialmente con l’annessione all’Impero britannico nel 1858. A questo tracollo della dinastia seguì anche il declino dell’artigianato Moghul.

Artigianato all’epoca dei Moghul

L’artigianato Moghul, presente principalmente nei territori dell’Asia meridionale, dal punto di vista della cultura visuale e materiale mostra delle tradizioni stratificate. Queste racchiudono gli elementi ereditati da tutte le dominazioni che vi regnarono in precedenza, oltre alle peculiarità locali e regionali del luogo.

Infatti queste opere sono frutto del lavoro di artisti ed artigiani locali e stranieri nel corso dei secoli di mecenatismo. Mecenati sia da parte dei sovrani autoctoni sia di quelli forestieri, molti dei quali provenivano da ambienti religiosi e culturali altrettanto stratificati. Di conseguenza tutto questo si riversò nella produzione dell’artigianato, dell’arte, dell’architettura, della letteratura e della musica di queste aree.

Quindi è possibile ritrovare in questi lavori un miscuglio di elementi della tradizione turco-mongola, di quella persianizzata, europea, buddista, indù, islamica (sia sciita che sunnita) e cristiana.

Ispirandosi a questo genere di tradizioni tanti furono gli oggetti che gli artigiani crearono in questo periodo. Diversi erano in giada nefrite come ad esempio piccole sculture e brocchette che presentavano una complessa elaborazione. Diversi furono anche gli oggetti in marmo, come ad esempio pannelli spesso recanti incisioni di elogio del proprietario che spesso era un imperatore.

L’artigianato Moghul con il metallo bidri

Una delle tecniche dell’artigianato Moghul più caratteristiche della zona del Deccan (presente già prima della conquista Moghul e che continuò anche dopo) era quella di oggetti in metallo bidri. Quest’ultimo era una tecnica di incisione del metallo il cui uso avveniva su molti manufatti di corte. Per esempio bottiglie, brocche, bacini, vassoi, contenitori di pan (betel), basi di huqqa (pipa ad acqua) ed altri emblemi di rango.

Il metallo bidri proveniva dalla fusione di una lega di zinco (costituente principale) miscelata con rame, stagno e piombo. La superficie dell’oggetto presentava decorazioni con incisioni – motivi floreali, vegetali o geometrici – ed era ageminato in argento oppure in ottone con lamina o filo. Inoltre l’applicazione e la rimozione di una pasta a base di sale di ammoniaca aveva il fine di scurire la base metallica in maniera da produrre una lucentezza nera che lo caratterizzava. In questo modo risaltava la brillantezza dell’oggetto.

Il termine bidri deriva da Bidar, capitale del sultanato di Bihman, a cui è tradizionalmente associato ma in realtà le sue origini sono ancora poco chiare. Alcuni resoconti suggeriscono una connessione iranica attraverso l’India settentrionale. La datazione deriva principalmente da un confronto stilistico con le pitture ed i tessuti del Deccan nei quali ci sono delle raffigurazioni di oggetti o decorazioni in metallo bidri.

Gli oggetti bidri presentano anche forme ed ornamentazioni in comune con l’architettura Deccan che conferisce loro uno stile più regionalizzato. Tale peculiarità risulta distinta dalle altre arti della corte, seppure molto in uso durante l’epoca Moghul.

L’uso di sostanze inebrianti durante il periodo Moghul

Presso le corti e l’élite indiane era usanza comune il consumo di sostanze inebrianti come bere alcol, masticare pan o betel (una droga) e fumare tabacco. L’utilizzo di pan e di tabacco riflette sia la continuità con le pratiche autoctone, sia l’adattamento di elementi nuovi o stranieri ai rituali dell’India del Nord e del Deccan. Tali prove sono riscontrabili nell’artigianato Moghul.

Sottili fette di noce di palma d’areca mescolate con una pasta di lime e di spezie, il tutto avvolto da una foglia di betel costituivano il pan. Quest’ultimo ha fatto per molto tempo parte del cerimoniale indiano di corte e l’offerta di pan o di un pandan (il contenitore per il betel) ad un membro della corte rappresentava un grande onore.

Il nome pan è una parola hindi – dan (contenitore) è un suffisso persiano, benché il pan non si consumasse in Iran. Nello specifico il pandan conservava la noce di betel. All’interno di diverse raffigurazioni i pandan, insieme a coppe di vino, bottiglie e frutta appaiono assieme a coppie di cortigiani su terrazze. In periodi successivi l’offerta di pan ad una platea indicava la fine di un evento.

Il tabacco arrivò in India alla fine del XVI secolo attraverso i portoghesi che lo portarono con sé a Goa dal Nuovo Mondo.

Nel XVII secolo fumare tabacco con una pipa ad acqua (huqqa o hookah, comunemente nota come narghilè), era una pratica diffusa. Il contenitore d’acqua calda delle pipe che inizialmente era il guscio di una noce di cocco in seguito diventò di vetro decorato oppure di metallo.

Un resoconto di un nobile di origine iranica, che si recò a Bijapur per conto dell’imperatore Akbar, riporta un rendiconto dell’uso del caffè e la descrizione di una huqqa.

Artigianato Moghul con le miniature

L’artigianato Moghul relativo alle miniature si sviluppò durante l’Impero tra il XVI ed il XVIII secolo. Nello specifico tali pitture derivano dalla tradizione persiana a sua volta di origine cinese, piuttosto che da quella indiana antecedente ed in parte subirono anche l’influenza delle immagini occidentali che giravano a corte.

Le miniature servivano principalmente come illustrazioni di libri oppure di album (muraqqa). Ogni immagine aveva i bordi riccamente decorati come nella tradizione persiana.

I soggetti delle miniature si focalizzavano soprattutto sulla ritrattistica realistica (a differenza di altre tradizioni come ad esempio quella persiana). Le raffigurazioni erano perlopiù scene di vita di corte, di caccia e di battaglia. In generale le rappresentazioni erano immagini profane, anche se ne esistevano alcune religiose islamiche.

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L’Imperatore Babur riceve un cortigiano, miniatura del primo periodo Moghul. Fonte Wikipedia.

I personaggi dei ritratti presentavano sempre la testa di profilo mentre il resto del corpo girava a metà verso l’osservatore. Anche gli animali e le piante diventarono soggetti importanti, in particolare di molte miniature di album.

I libri minati furono diversi. Soprattutto sotto l’Imperatore Akbar il laboratorio imperiale produsse una serie di copie illustrate di libri in persiano.

La produzione di miniature dell’artigianato Moghul avveniva nei laboratori reali. Il sistema di produzione dei manoscritti di solito riuniva più artisti per ogni singola opera. In genere era il soggetto più anziano, che era il capo del gruppo di artisti, che decideva, progettava e delineava la composizione mentre gli altri svolgevano ciascuno uno specifico compito per l’esecuzione del lavoro. Sotto la miniatura spesso apparivano i nomi degli artisti, ma non sempre.

Con l’inizio del declino dell’Impero anche l’artigianato Moghul e le miniature ne risentirono. Nel tardo periodo Moghul molte furono le scuole che si diffusero anche a livello regionale sul territorio indiano. Inoltre l’influsso occidentale era sempre più evidente, ad esempio, nelle illustrazioni cominciò l’uso della prospettiva.

Caratteristiche generali dei gioielli indiani

L’artigianato Moghul ed in particolare l’oreficeria indiana di quel periodo raccoglie tutte le peculiarità delle epoche che l’hanno attraversata. Questa caratteristica in realtà vi è da sempre nella gioielleria indiana. Quindi a partire da quella dell’Antica India ma anche dei periodi successivi vi è questa peculiarità.

Anche le sculture dall’epoca più antica in avanti forniscono una ricchissima documentazione della gioielleria nelle varie aree del vasto del territorio. Inoltre le pitture di Ajanta (IV-V secolo d. C.) mostrano come uomini e donne indossassero più gioielli che indumenti.

Orecchini, armille, bracciali, cinture, acconciature, tiare, bracciali da gamba e anelli. Questi gioielli dalle forme complesse ornano le figure di questi capolavori dell’arte pittorica e forniscono una testimonianza della moda dell’epoca. Riflettono quindi l’immagine di un’India favolosa dagli addobbi sfarzosi.

Altra testimonianza sono i reperti degli scavi dell’antica Taxila dove arrivò l’influsso ellenistico. Infatti i ritrovamenti dei gioielli mostrano come questi siano in linea con elementi classici ma nel contempo presentino anche un caratteristico gusto indiano.

Nello specifico c’era la tendenza a frastagliare ogni più minuta superficie dei medaglioni incisi con fiori, elefanti e pavoni. Gli artigiani moltiplicavano i pendagli negli orecchini e nelle collane e infittivano i motivi a rilievo e l’incastonatura di piccole pietre nei larghi bracciali d’oro.

Gli elementi che componevano le collane esprimevano una particolare fantasia ed essi erano quasi sempre a ranghi multipli. Ognuno di questi monili presentava grani di varia forma e nello stesso rango si alternavano materiali, colori e forme. I ranghi erano spesso bordati, nella parte inferiore, da una frangia di catenine. Alle estremità di queste ultime si legavano dischetti o anellini d’oro.

La quasi fanatica predilezione ad adornarsi di gioielli in India ha avuto un’evoluzione. Infatti nel corso dei secoli l’inventiva di abilissimi artigiani produsse un’enorme varietà di forme.

L’uso in generale dei gioielli in India

Nell’artigianato Moghul ed in particolare nell’oreficeria di quel periodo c’era una grande varietà di prodotti. Soprattutto i principi portavano gioielli anche nella capigliatura, orecchini e sempre ricchissime collane e armille.

Nella sontuosa gioielleria indiana, su una base di oro e di argento, imperavano le gemme. Tra queste, ad esempio, le steatiti, le agate, le cornaline, i diaspri, le amazzoniti del Guejerat, le giade nefriti dell’Asia centrale e dell’attuale Myanmar, i lapislazzuli dell’Afghanistan, i rubini, gli smeraldi e le perle. Gli ornamenti delle donne erano ancora più numerosi ed ognuno di essi aveva un nome preciso.

Con il procedere del tempo le creazioni e quindi i gioielli aumentarono. Il copricapo degli uomini, il turbante o il berretto, divenne campo di una elaborata composizione di gioielleria. L’elemento dominante era, quasi sempre, al centro oppure in posizione laterale e poteva accogliere “una penna di un uccello raro” che di solito in realtà era una penna fantastica elaborata in oro, smalti e piccole perle.

Specialmente nell’antichità ma anche in epoca successiva le tiare costituivano dei veri e propri monumenti in miniatura. L’elaborazione dell’architettura delle tiare era complessa. Inoltre c’era un meticoloso uso di una grande quantità di elementi cromatici che sfociavano in composizioni ricche di idee originali, tutte di favoloso aspetto.

Ci fu una notevole espansione al di fuori dei confini dell’India del raggio d’influenza della cultura indiana e quindi anche dei gioielli. Ad esempio, a partire dal VII secolo circa, arrivò in Indonesia assieme all’arte consacrata delle grandi religioni dell’Induismo e del Buddismo.

L’artigianato Moghul nella gioielleria

L’artigianato Moghul, in particolare nella gioielleria, racchiudeva l’eredità del passato ma aveva anche delle caratteristiche proprie. Inoltre è importare considerare che la corte Moghul era molto sfarzosa e l’espressione di tale velleità avveniva anche con l’uso di gioielli sia tra le donne che tra gli uomini. Nello specifico, erano peculiari l’uso della smaltatura policroma e l’utilizzo di varie gemme preziose che si incastonavano nell’oro con la tecnica kundan.

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Bracciale del periodo Moghul. Fonte Wikipedia.

Nella tecnica kundan la montatura delle pietre avveniva incastonandole in un fondo d’oro molto raffinato. Poi questa lamina si poneva su uno strato di gommalacca, una resina naturale ed infine si applicava dell’altro oro attorno ai bordi per completare l’incastonatura.

In India ci furono oltre alle campagne militari ed al mecenatismo culturale su larga scala delle dimostrazioni di potere. Infatti già i sovrani indiani dell’India settentrionale e del Deccan e poi gli imperatori Moghul espressero la propria ricchezza, il proprio potere e status attraverso un’importante cerimonia nota come darbar.

A questa cerimonia la platea poteva includere, tra gli altri, funzionari governativi di alto rango e dignitari stranieri. Questi erano quindi testimoni dello sfarzo e della grandiosità sia della cerimonia sia dell’esposizione dei vari oggetti, la cui accumulazione sottolineava ulteriormente la ricchezza del sovrano.

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Scena del darbar con l’Imperatore Aurangzeb appena incoronato, pittura del periodo Moghul. Fonte Wikipedia

Quando questi oggetti non servivano all’interno della casa reale talvolta si regalavano. Tali omaggi erano per gli ospiti illustri – ciò avveniva frequentemente anche per i tessuti e gli indumenti, come il khil’at – oppure erano una donazione ad un tempio o ad una moschea.

Caratteristiche dei gioielli del periodo Moghul

In generale, nell’artigianato Moghul e nello specifico nella gioielleria, le modalità dell’utilizzo delle gemme ed in particolare delle giade nefriti rappresentavano le eredità timuridi più visibili. Del resto, come già sopraccitato, l’apprezzamento delle gemme era già in voga in India durante le epoche precedenti. Infatti il subcontinente aveva le sue antiche tradizioni e sofisticate tecnologie di lavorazione delle gemme.

Tenuta in grande considerazione nella tradizione turco-mongola la giada nefrite mantenne in India il suo status di “pietra della vittoria” e di talismano. Le giade nefriti timuridi ebbero una ricollocazione all’interno di un contesto moghul attraverso l’iscrizione del nome di un imperatore Moghul. Inoltre abili artigiani scolpivano nuove giade che spesso incastonavano anche con altre gemme.

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Pendente del periodo Moghul. Fonte Wikipedia.

I laboratori reali o karkhana ospitavano artigiani di diverse provenienze, autoctone e straniere, che contribuirono alla produzione artistica di corte e che in molti casi raggiunsero alti livelli nella propria professione. Tra questi artigiani c’erano gli orafi che avevano l’incarico di utilizzare la tecnica kundan dell’incastonatura delle pietre nell’oro.

Giulia Cesarini Argiroffo

Bibliografia

Akbarnia, L., Porter, V., Suleman, F., Mérat, A. (2019), Il mondo islamico. Una storia per oggetti, Torino, Einaudi.

Gregorietti, G. (1969), Il gioiello nei secoli, Milano, Mondadori.

Sitografia

http://www.treccani.it/enciclopedia/

http://www.sapere.it/enciclopedia/Moghūl.html

https://www.india.evolutiontravel.it/infovacanze/da-vedere/regno-moghul/

https://it.wikipedia.org/wiki/

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