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Il Convivio di Dante Alighieri: analisi dell’opera

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Il Convivio di Dante Alighieri
Dante Alighieri

Il Convivio è un trattato filosofico scritto da Dante Alighieri. Tradizionalmente viene inserito tra le “opere minori” del grande poeta, un’etichetta che ha inevitabilmente contribuito a oscurarne l’importanza. In realtà il concetto di opera maggiore o minore è molto relativo, e in questo caso è frutto del confronto con un capolavoro impareggiabile quale è la Divina Commedia.

Infatti, il Convivio è un’opera di grande interesse sia per conoscere Dante e il suo pensiero, sia perché si tratta di uno dei più importanti trattati filosofici del Medioevo. Pur essendo rimasto incompiuto rispetto al progetto iniziale, rimane un’eccellente testimonianza di prosa filosofica medievale, e può essere a tutti gli effetti considerato uno dei primi esempi di scrittura di contenuto “alto” ma con esplicito scopo divulgativo.

Che cos’è il Convivio?

Il Convivio è un trattato filosofico e dottrinario di Dante Alighieri rimasto incompiuto. Il principale modello su cui si basa l’opera è quello della lectio (cioè la lezione) universitaria, legata al commento di testi esemplari. Infatti, Dante inserisce nel suo trattato tre canzoni dottrinali da lui composte facendone un auto-commento. Dal commento delle canzoni, poste all’inizio delle diverse sezioni, prende il via la trattazione, attraverso l’inserzione di numerose digressioni.

Il Convivio è diviso in quattro “trattati”, il primo dei quali funge da introduzione, mentre gli altri tre costituiscono un ampio e dettagliato commento alle tre canzoni dantesche: Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete, Amor che ne la mente mi ragiona e Le dolci rime d’amor ch’i’ solia. L’opera mostra una chiara ricerca di simmetria, soprattutto fra il II e il III trattato, costituiti da 15 capitoli ciascuno, mentre il IV ne ha 30.

Sappiamo con certezza che il Convivio rimase interrotto, infatti da alcuni riferimenti interni si apprende che dovevano essere commentate in tutto ben 14 canzoni. Dal momento che l’opera è composta sia di versi (le canzoni) sia di prosa, può definirsi “prosimetro” come la Vita nova; tuttavia in questo caso il rapporto fra prosa e versi è diverso, cioè consiste nel tradizionale rapporto che intercorre tra commento e testo commentato. Il Convivio si presenta dunque come un’opera enciclopedica, rivelando fin da subito un’esplicita vocazione didattica.

Per quanto riguarda la cronologia, alcuni riferimenti interni rivelano che l’opera fu scritta alcuni anni dopo l’esilio: il primo trattato almeno nel 1304, mentre il quarto probabilmente fra il 1306 e il 1308. Invece le canzoni furono composte in precedenza, tra il 1293 e il 1295.

Titolo e contenuto del Convivio di Dante

Il titolo dell’opera è certamente d’autore, lo stesso Dante infatti afferma: «la presente opera, la quale è Convivio nominata e vo’ che sia» (I, I, 16). Il termine “convivio” è equivalente a quello di “convito” e significa “banchetto”, benché in una forma più rara e dotta (da cum bibere, cioè “bere in compagnia”).

Infatti, Dante immagina di offrire una sorta di “banchetto” di sapere e di conoscenza a tutti coloro che non hanno potuto dedicarsi agli studi a causa di occupazioni familiari o civili. Da questa intenzione divulgativa deriva anche la scelta di scrivere l’opera in volgare, una lingua che tutti potevano comprendere. Tale scelta era del tutto inusuale per un trattato filosofico, dal momento che per testi di questo tipo si era sempre usato (e si continuerà ad usare per molto tempo) il latino.

Il Convivio. Un banchetto medievale
Un banchetto medievale

Trattato I

Il primo trattato del Convivio non commenta alcuna canzone poiché ha una funzione introduttiva. Qui l’autore invita il lettore a un metaforico banchetto per assecondare il naturale desiderio di conoscenza dell’uomo. Di questo banchetto, le 14 canzoni che Dante si propone di offrire saranno la “vivanda”, cioè il cibo, mentre il commento sarà il pane con cui questo si accompagna. Nel secondo capitolo l’autore previene alcune eventuali obiezioni che possono essere fatte alla sua opera, smontandole. Egli afferma di non parlare di sé per vanagloria, ma perché la sua esperienza può essere utile al prossimo, nonché per difendersi dalle accuse infamanti. Inoltre, contro chi lo potrebbe accusare di leggerezza leggendo le sue canzoni amorose, mostrerà il loro vero significato, nascosto sotto il velo dell’allegoria, dando allo stesso tempo un utile insegnamento.

Poi Dante spiega i motivi della scelta del volgare: se il commento ai testi poetici fosse stato scritto il latino non sarebbe potuto essere subalterno, poiché il latino è una lingua di dignità superiore; ma l’uso del volgare è dovuto anche alla generosità dell’autore che vuole essere compreso da tutti per giovare a molti, oltre che per un naturale amore verso la propria lingua.

Il pubblico a cui Dante si rivolge è composto da persone delle classi elevate e spiritualmente nobili, che a causa di una vita ricca di impegni e della mancata conoscenza del latino sono esclusi dalla scienza. Una significativa novità è dovuta al fatto che Dante si rivolge sia a uomini sia a donne, in un tempo in cui le donne non avevano accesso né alla conoscenza del latino né alla cultura filosofica e scientifica.

Trattato II

Il secondo trattato del Convivio si apre con la canzone Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete. Qui Dante rappresenta il conflitto interiore tra la devozione verso Beatrice e l’amore per una nuova donna. Il poeta loda questa donna dall’ineffabile bellezza e nell’ammirarla la sua anima si smarrisce; nel congedo finale si afferma che solo poche persone possono comprendere il senso della canzone, ma tutti possono comunque godere della sua bellezza.

Nel commento Dante espone i quattro sensi della scrittura: il primo è il senso letterale, dal quale bisogna sempre partire; il secondo è quello allegorico, cioè il vero significato nascosto sotto la favola; il terzo è il significato morale, cioè l’insegnamento che si ricava dal testo; infine il quarto è quello anagogico, cioè il senso che rinvia a verità spirituali e ultime. Successivamente il poeta spiega che la canzone fu scritta dopo la morte di Beatrice per la “donna gentile” che consolò il poeta. Nella canzone Dante si rivolge agli angeli che muovono il cielo di Venere, e da qui parte una digressione sui nove cieli. Si tratta poi delle gerarchie angeliche, dei cieli che governano e delle loro influenze; in particolare il cielo di Venere è governato dai Troni e induce negli uomini l’amore.

Nel sesto e settimo capitolo Dante fa un’esposizione letterale della prima e della seconda stanza, mentre in quello successivo inserisce una digressione sull’immortalità dell’anima. Dopo l’esposizione letterale delle altre stanze, passa all’esposizione allegorica: la donna gentile che consolò il poeta dopo la morte di Beatrice rappresenta la filosofia; invece i cieli rappresentano ciascuno una scienza: Venere, cui il poeta si rivolge nella canzone, rappresenta la retorica. Proprio lo studio della retorica indusse nell’autore l’amore per la filosofia, della quale la canzone intesse le lodi.

Trattato III

All’inizio del terzo trattato del Convivio Dante inserisce la canzone Amor che ne la mente mi ragiona. Nel componimento il poeta loda la medesima donna gentile, ma la sua natura è difficile da comprendere e da esprimere con il linguaggio umano: ella piace a Dio e mostra le gioie del paradiso. Infine, nel congedo rivolto alla stessa canzone, il poeta si riferisce a una “sorella” di quest’ultima (cioè un altro componimento), che apparentemente dice il contrario di questo (chiamando la donna “fera e disdegnosa”).

Nel commento, Dante spiega perché lodò la donna gentile con questa canzone; poi espone letteralmente la prima stanza e spiega cosa sia “amore” e cosa “mente”. Amore si manifesta diversamente a seconda del grado di perfezione della creatura; proprio dell’uomo è l’amore razionale, che opera nella mente, rivolto alla virtù e alla verità. Segue una digressione sui movimenti del Sole e, tra le esposizioni letterali della prima e della seconda stanza, altre digressioni sulle ore del giorno e sulla diversa capacità della creatura di ricevere la virtù divina.

Dopo l’esposizione letterale della quarta stanza si tratta di come l’anima si riveli principalmente nel viso, nella bocca e negli occhi; poi si affronta il tema dei vizi innati e di quelli dovuti a consuetudine. Nella spiegazione del congedo il poeta rivela che il componimento in apparenza contrastante con la canzone (la ballata Voi che savete ragionar d’amore) in realtà chiama la donna “fera e disdegnosa” solo perché la considerò dalle apparenze (si riferisce alla difficoltà di comprendere la filosofia). Qui si lega una digressione sulle alterazioni del senso della vista. Infine viene spiegato il significato della parola “filosofia”, lodando questa disciplina in quanto Sapienza ed emanazione divina.

Trattato IV

Il quarto e ultimo trattato del Convivio si apre con la canzone Le dolci rime d’amor ch’i’ solia. Con questo componimento Dante abbandona le rime allegoriche, per parlare direttamente di contenuti filosofici. L’argomento è la nobiltà: il poeta dimostra la falsità dell’opinione di coloro che ritengono che essa derivi dalla ricchezza o da una stirpe illustre; poi spiega che cosa sia la vera nobiltà e quando si possa giudicare nobile un uomo.

Nel commento il poeta spiega di aver scritto questa canzone per correggere le false opinioni su cosa sia la nobiltà. Dopo aver esposto letteralmente la prima stanza, Dante confuta la tesi secondo cui la nobiltà sta nella ricchezza (sostenuta da Federico II e avallata da Aristotele). Il quarto capitolo ha per argomento la natura e i limiti dell’autorità imperiale, mentre il quinto la natura provvidenziale dell’impero romano. Segue una digressione sull’autorità filosofica, su Aristotele e le varie scuole filosofiche.

Per il resto dei capitoli il tema principale resterà quello sulla nobiltà. Dante mette in evidenza come l’opinione dei più su questo argomento, anche se si basa sull’autorità imperiale, sia sbagliata, poiché l’imperatore non ha giurisdizione in questo campo. Inoltre la nobiltà non può dipendere dalle ricchezze, perché le ricchezze sono vili. Non è vero che un uomo è nobile se il padre è nobile, perché tutti gli uomini derivano da un unico progenitore: la nobiltà si riconosce dalle virtù intellettuali e morali e non può essere privilegio di una famiglia, ma è una grazia divina data alla persona. Infine il poeta spiega come riconoscere l’uomo nobile e negli ultimi capitoli passa in rassegna le età dell’uomo: adolescenza, gioventù, “senettute” e “senio”. Il trattato si conclude con il commento letterale del congedo.

Dante Alighieri
Dante Alighieri

Fonti e modelli del Convivio di Dante

Severino Boezio
Severino Boezio

Il primo modello di riferimento del Convivio è certamente Boezio con il suo De consolatione Philosophiae. Boezio parla sia di sé stesso, sia dei sui carmi, offrendo un ottimo esempio di prosimetro; per altro la donna gentile lodata da Dante sembra essere modellata sull’immagine boeziana della Filosofia in figura di donna. Lo stesso Boezio viene citato all’inizio del primo trattato per giustificare il fatto che Dante parli di sé. Insieme a lui viene citato anche Sant’Agostino; infatti, proprio le Confessiones di quest’ultimo hanno fornito un altro modello importante per la componente autobiografica dell’opera.

Una certa influenza è da attribuire anche al Tresor di Brunetto Latini, che condivide con il Convivio il progetto di fornire un sapere enciclopedico. Tuttavia, Dante entra in polemica con il suo maestro Brunetto, in quanto quest’ultimo aveva utilizzato il francese: infatti nel Convivio il poeta si scaglia contro coloro che lodano il volgare altrui e sprezzano il proprio.

Aristotele
Aristotele

Oltre a queste, vista la grande vastità di argomenti affrontati, è possibile rintracciare numerose altre fonti. Come base filosofica possiamo ritrovare le opere di Aristotele, che Dante conosceva soprattutto grazie ai commenti di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, ma anche di commentatori arabi come Averroè o Avicenna. Per la trattazione sulle intelligenze angeliche, l’autore si serve del Liber de causis (trattato di metafisica scritto in arabo e tradotto il latino da Gerardo da Cremona) e di Dionigi l’Aeropagita. Invece, per le scienze naturali e l’astronomia vanno ricordati Restoro d’Arezzo, con la Composizione del mondo, e Alfragano, con il Liber de aggregationibus (compendio dell’Almagesto di Tolomeo). Infine, per le enciclopedie, nel testo del Convivio si ritrovano le Etimologiae di Isidoro di Siviglia, le Magnae derivationesdi Uguccione da Pisa e lo Speculum di Vincenzo di Beauvais.

La lingua e lo stile del Convivio di Dante

Con il Convivio Dante creò la prima prosa filosofica in volgare italiano, che in precedenza era rappresentata solo da alcuni volgarizzamenti di opere latine. Per fare ciò si serve di uno stile elevato (quello “excellentissimum” di cui parla nel De vulgari eloquentia), facendo ampio ricorso agli strumenti della retorica, tra questi spicca soprattutto la metafora. Però gli strumenti retorici non hanno mai uno scopo puramente esornativo, ma sono finalizzati a una buona rappresentazione dello svolgersi del pensiero e alla volontà di persuadere il lettore.

Per il lessico usato nel Convivio, Dante attinge a piene mani dalla trattatistica scientifica e filosofica latina; da ciò deriva l’abbondante uso di latinismi sia generici sia tecnici. Tuttavia è evidente anche l’influenza del latino biblico (di cui compaiono veri e propri calchi) e solo secondariamente di quello classico. Nel Convivio si nota anche una grande varietà di registri stilistici, da quello più tecnico ed elevato, fino a quello più colloquiale.

Anche la sintassi risente dell’influenza della lingua latina, in particolare nell’inversione del normale ordine delle parole e soprattutto della collocazione del verbo alla fine. La prosa del Convivio si distacca molto da quella della Vita nova, dove la coordinazione prevale sulla subordinazione; qui è molto più presente l’ipotassi, per la necessità di dare al dettato una struttura molto più logica e consequenziale. Il modello di riferimento è chiaramente il linguaggio della filosofia scolastica, lo stesso che Dante utilizza nei suoi trattati latini.

Rosario Carbone

Bibliografia

Dante Alighieri, Convivio, a cura di G. Fioravanti e C. Giunta, in Opere, Volume secondo, edizione diretta da M. Santagata, Milano, Mondadori, 2014.

Saverio Bellomo, Filologia e critica dantesca, Brescia, La Scuola, 2008.

Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, Dalle origini al Quattrocento, Milano, Mondadori, 2012.

Giuseppe Ledda, Dante, Bologna, Il Mulino, 2008.

Enrico Malato, Dante, Roma, Salerno, 2010.

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