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Laocoonte: un dramma tra mito e arte

1996
Laocoonte

Quella del Laocoonte è una storia resa famosa soprattutto da Virgilio nell’Eneide, e dalla scultura conservata oggi nei Musei Vaticani. Si inserisce tra i vari miti relativi alla guerra di Troia, ed è una delle vicende più drammatiche: Laocoonte dà la propria vita, e quella dei suoi figli, per la difesa della sua patria.

Il mito del sacerdote troiano

La storia di Laocoonte ci è nota appunto soprattutto grazie a Virgilio, che nel secondo libro della sua celeberrima Eneide, la racconta ricorrendo ad alte punte drammatiche. Laocoonte era un sacerdote troiano, di Apollo Timbreo. Il dio era particolarmente adirato con lui perché aveva generato i suoi due figli, Antifate e Timbreo, proprio nel tempio del dio. Durante la guerra decennale contro i Greci, egli era stato estratto a sorte come sacerdote di Poseidone.

Laocoonte, quando i Greci presentano in dono ai Troiani il cavallo di legno, progettato dall’astuto Ulisse per poter sferrare un attacco dall’interno della città, è, assieme a Cassandra, l’unico a voler rifiutare il “regalo”. Si oppone in particolare scagliando la sua lancia contro l’impalcatura del cavallo.

Così facendo, Laocoonte causa l’ira della dea Atena, protettrice dei Greci, che gli scatena contro due enormi serpenti, Porcete e Caribea. I due mostri marini avvolgono il sacerdote e i due figli, fino a strangolare il primo e divorare i due bambini.

“ED ECCO GEMELLI DA TENEDO, PER L’ALTO MARE TRANQUILLO (RABBRIDIVISCO A NARRARLO), CON GIRI IMMENSI DUE DRAGHI INCOMBON SULL’ACQUE E TENDONO INSIEME ALLA SPIAGGIA”.

Laocoonte
Atena Algardi, la dea che scatena i mostri marini contro Laocoonte

“MA QUELLI DIRITTO SU LAOCOONTE PUNTAVANO: E PRIMA I PICCOLI CORPI DEI DUE FIGLI STRINGENDO, L’UNO E L’ALTRO SERPENTE LI LEGA, DIVORA A MORSI LE MISERE MEMBRA; POI LUI, CHE ACCORREVA IN AIUTO E L’ARMI TENDEVA, AFFERRANO, AVVINGHIANO FRA LE SPIRE TREMENDE”.

Laocoonte così muore, come ci dice Virgilio, emettendo dei lamenti simili a muggiti, preda di un dolore immenso. La sua terribile fine però, non ne causa la dimenticanza; anzi, la sua storia diventa ancora più nota grazie alla scultura che lo vede protagonista, proprio nel momento drammatico della sua morte.

La storia di Laocoonte nell’arte

La sfortunata storia di Laocoonte veniva utilizzata già nell’antica Grecia come un ammonimento: il sacerdote troiano è morto in modo atroce perché ha osato opporsi alla volontà degli dei. Nella cultura romana però, la sua vicenda cominciò a essere considerata necessaria per la fine di Troia, l’inizio del peregrinare di Enea, e alla fine, la nascita di Roma.

Per questo il soggetto del Laocoonte cominciò a essere replicato molte volte nell’ambito artistico. La scultura più celebre, e conservata attualmente nei Musei Vaticani di Roma, è opera di tre scultori rodii: Agesandro, Polidoro e Atanodoro. È Plinio a tramandarci i nomi degli autori, ed è sempre lui a dirci che la statua era conservata nella villa dell’imperatore Tito, sul colle Oppio.

Laocoonte
Il celebre gruppo del Laocoonte

La scultura venne alla luce a Roma, il 14 gennaio 1506. Fu scoperta da un contadino, in una vigna nei pressi del Colosseo. Papa Giulio II (il pontefice che commissionò a Michelangelo la decorazione della Cappella Sistina), comprò la vigna per 600 ducati. Subito dopo, chiamò proprio Michelangelo, che all’epoca si trovava a Roma, per supervisionare il recupero della scultura. Il celebre artista fu dunque uno tra i primi a poter ammirare questo capolavoro dell’arte ellenistica.

Il dolore di Laocoonte

Nella scultura vediamo dunque Laocoonte dal fisico poderoso, mentre cerca di liberarsi dalle spire mortali dei serpenti. Alla sua destra, il figlio si sta già abbandonando alla stretta letale, mentre l’altro giovane sembra liberarsi da questa. Pare infatti, secondo una versione alternativa del mito, che uno dei due figli sarebbe riuscito a sfuggire alla trappola mortale.

A colpire da sempre è la straordinaria drammaticità dipinta sul volto e sulle membra di Laocoonte: l’uomo si tende all’indietro, mentre con la mano sinistra trattiene uno dei due mostri marini. Nel suo volto vediamo la fronte aggrottata, gli occhi infossati e la bocca semiaperta: tutti espedienti artistici per rendere intensamente la sofferenza del sacerdote.

I critici dibattono sull’origine dell’opera. Certi sono i nomi dei tre autori, Atanodoro, Agesandro e Polidoro; non è chiaro però se la loro opera sia un originale capolavoro dell’ultimo Ellenismo, oppure una copia romana di un originale bronzeo. Occorre ricordare che questo giudizio per gli antichi poteva risultare ininfluente: spesso infatti, troviamo opere artistiche che sono in realtà copie di altri lavori. Gli antichi però (e soprattutto i romani), non si mostravano particolarmente sensibili al concetto di copia. L’importante per loro era il piacere destato dall’opera e il suo preciso adattamento al contesto di inserimento, piuttosto che la sua origine o lo scopo per cui questa poteva essere stata progettata.

La fama immortale di Laocoonte

La statua, subito dopo il ritrovamento, fu posta da Giulio II nel Cortile delle Statue di forma ottagonale, all’interno del giardino del Belvedere in Vaticano, e divenne da subito un’attrazione per i visitatori.

Attualmente la statua è conservata all’interno del Museo Pio-Clementino, parte dell’enorme complesso dei Musei Vaticani. La sua fama è immensa: la tragica vivacità della scultura, nel volto del Laocoonte e dei figli, appassiona da secoli i turisti. Si tratta di una delle espressioni più riuscite dell’arte di fase ellenistica, in particolare della scuola di Rodi. Certo è che, però, quest’opera ha garantito, assieme ai versi di Virgilio, fama immortale al sacerdote troiano, che ha cercato di salvaguardare la propria città, causando però l’ira tremenda della dea dagli occhi di civetta: Atena.

Maria Teresa Caccin

Bibliografia:

  • Bejor, Castoldi, Lambrugo, Arte greca, Mondadori Education S.p.A., Milano, 2013;
  • Virgilio, Eneide, a cura di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi Editore, Torino, 1967;
  • C. Kerènyi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Torino, 1963.

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