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“Il coraggio della verità” di Michel Foucault

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coraggio della verità
Michel Foucault (1926-1984). Foto di Thierry Ehrmann

Il valore filosofico de “Il coraggio della verità” di Michel Foucault si affianca a quello simbolico. Si tratta, infatti, di un libro che raccoglie la trascrizione dell’ultimo corso che l’intellettuale francese, nel 1984, tenne già malato al Collège de France.

Al centro della riflessione vi è un excursus storico sul concetto di parresìa, cioè l’arte del “dire-il-vero”. Ciò che interessa al filosofo è analizzare il tema dal punto di vista “aleturgico“, cioè l’atto attraverso il quale il parlar franco si manifesta.

Non ci si sofferma, dunque, su come distinguere il vero dal falso, quanto piuttosto sul modo in cui si costituisce il soggetto che dice la verità e sulla produzione di quest’ultima. Proprio in questa prospettiva il cinismo, corrente filosofica che si sviluppa nel IV secolo a.C., assume un ruolo centrale in questa disamina.

Cosa significa parresìa?

Parresìa deriva dal greco “parresiazesthai” che significa “dire tutto”. Il parlare apertamente, però, presenta una duplice valenza. In senso positivo vuol dire esprimersi sinceramente e senza dissimulazioni o riserve. Nel secondo caso significa parlare senza freni e raziocinio.

Ne Il coraggio della verità Foucault tratta la nozione in modo multitematico, associandola ora all’ambito del bìos (la vita) ora a quella dell’èthos (l’etica). Prima di addentrarci in ciò che si costituisce come il passaggio dalla prima alla seconda area, è opportuno considerare alcuni caratteri della parresìa e magari distinguerla da altre tipologie del dire il vero.

Il coraggio della verità: i quattro modi di dire il vero

Il coraggio della verità
La copertina del libro di Michel Foucault

In primo luogo nella cultura greco-romana l’atto di dire la verità è legato all’idea di fondo che bisogna essere sinceri verso se stessi. Tale principio sarà anche l’assunto su cui si fonderà la psicoanalisi freudiana.

In secondo luogo, la parresìa si distingue dalla retorica perché, a differenza di quest’ultima, implica un legame tra chi parla e ciò che dice. Il retore, invece, può anche non credere realmente a quanto afferma, giacché il suo obiettivo è solo quello di convincere l’interlocutore sulla verità delle sue asserzioni.

Foucault elenca a questo punto quattro modi di dire il vero, rintracciabili nei dialoghi platonici e tutti inglobati nella persona di Socrate. Si tratta di profezia, saggezza, insegnamento e parresìa.

Il dire il vero del profeta è quello di colui che parla per enigmi, per conto di qualcun altro e, pertanto, si pone come mediatore. C’è poi il dire il vero del saggio, ovvero di colui che non ha neppure bisogno di parlare. In tal caso la verità è insita nella sua saggezza, che lo porta ad esprimersi con riserbo e a vivere in un luogo appartato.

Abbiamo, ancora, il dire il vero del tecnico/insegnante, cioè di colui che ha delle conoscenze sul mondo e le trasmette agli altri mediante la tecnica. Infine, c’è il parresiasta che non parla del destino (come fa il profeta), né dell’essere (come fa il saggio), né di altro (come fa il tecnico). La verità della parresìa chiama in causa l’etica, ergo egli parla a nome di se stesso e per tale motivo rischia la sua vita.

La democrazia non favorisce la verità

Stando così le cose, anche nel contesto democratico la parresìa assume un particolare ruolo. Non a caso Foucault fa notare che molti antichi hanno messo in discussione il fatto che la democrazia potesse essere luogo di esercizio della parresìa. Egli scrive:

In democrazia, la parresìa è anzitutto pericolosa per la città. Pericolosa se la si intende come libertà di prendere la parola concessa a tutti, concessa a chiunque. […] Ora la parresìa appare pericolosa nella misura in cui richiede, a colui che vuole farne uso, un certo coraggio, che in una democrazia rischia di non essere stimato.

Ricapitolando, la parresìa è pericolosa sia perché tutti possono dire la loro senza alcuna distinzione sia perché chi ha il coraggio di dire la verità spesso corre il rischio di inimicarsi chi non è d’accordo con lui. La democrazia, inoltre, non permette di distinguere tra il buono e il cattivo oratore, poiché anche i peggiori hanno diritto a parlare. Viene meno la differenziazione etica. Ecco allora che abbiamo un primo spostamento della parresìa dal piano politico a quello etico.

Socrate e il coraggio della verità

Apologia di Socrate
La Morte di Socrate, dipinto di
Jacques-Louis David

Con Socrate l’aspetto etico del dire il vero emerge in primo piano. Egli pratica l’arte della maieutica con la consapevolezza che questo comporta il rischio di perdere la vita. La verità ora non si struttura solo sul piano semantico, ma chiama in causa il modo di vivere.

In particolare sono rintracciabili due filoni che rinveniamo rispettivamente nell’Alcibiade e nel Lachete. Nel primo caso il rendere conto di sé si traduce nell’idea di doversi occupare della propria anima. Nel secondo caso la costituzione del proprio sé si allinea al modo in cui si vive.

La parresìa occidentale viene così espletata o come metafisica dell’anima o come estetica della vita. Si tratta di due atteggiamenti che non si escludono a vicenda, ma non sono necessariamente legati. Anche la morte di Socrate segna un punto di svolta. Foucault, infatti, scrive:

La morte di Socrate fonda davvero la filosofia, io credo, come una forma di veridizione che non è quella della profezia, della saggezza, della tékhne […] al suo interno, l’esercizio del coraggio, spinto fino alla morte, rappresenta una prova dell’anima che non può trovare il suo spazio nella tribuna politica.

Concretamente, però, per il filosofo francese l’unica corrente filosofica che è riuscita a fondere, più di Socrate, la pratica di dire-il-vero con il modo di vivere è stato il cinismo.

Il cinismo: lo scandalo della verità

Il coraggio della verità del cinico non necessità della mediazione della dottrina, perché si realizza nelle modalità di vivere la propria esistenzaDi fatto in Europa il cinismo si evolve storicamente in almeno tre forme diverse. Ne troviamo traccia nell’ascetismo cristiano, ma anche nel cinismo rivoluzionario del XIX secolo e, infine, nell’arte intesa come ciò che dà all’esistenza la forma della vita vera.

Molte interpretazioni che tendono ad accentuare alcuni aspetti del cinismo, come chi lo associa all’individualismo, sono per Foucault fallaci. Innanzitutto occorre tenere presente che, come ci dice Diogene Laerzio, la morale era l’unica disciplina che questi consideravano realmente filosofica. Pertanto il cinismo si struttura perlopiù come testimonianza e scandalo della verità. I cinici, infatti, possono:

riuscire a far sì che gli uomini, condannino, rispingano, disprezzino, insultino la manifestazione stessa di ciò che essi ammettono, o pretendono di ammettere sul terreno dei princìpi.

coraggio della verità
Diogene di Sinope, dipinto di Gaetano Gandolfi

Lo scandalo della verità non sta soltanto nel dire ciò che si pensa, ma nel mettere in atto ciò che si dice. È il caso di Diogene di Sinope che incontrando il grande Alessandro Magno non si pone il problema di dirgli di spostarsi perché gli fa ombra. A differenza della filosofia tradizionale, il cinismo non si interroga su cosa è vero, ma si preoccupa della conformità della vita con la pratica del dire il vero.

La vita filosofica

La vita filosofica, secondo i cinici, si realizza nel momento in cui vi è coerenza rispetto ai precetti formulati. Il principio del cinismo più importante però è un altro e consiste nell’alterare il valore della moneta. Si tratta di una espressione che è spesso associata a tale corrente filosofica e che si presta a molteplici interpretazioni. Quella più accreditata potrebbe essere stata individuata dall’imperatore Flavio Claudio Giuliano

A tal proposito, egli ritiene che il cambio si verifichi mediante la conoscenza di sé, che va a sostituire l’opinione che gli altri hanno di noi. Il termine “nomisma” che viene tradotto con moneta può significare anche “costume”, “usanza”. La vita del cinico è allora una vita diversa:

La vita kynikos è una vita da cani in quanto impudica […] perché come quella dei cani è indifferente; essa non è legata a nulla; si accontenta di quello che ha […] è una vita diacritica, capace di battersi, di abbaiar contro nemici, di distinguere buoni dai cattivi, i veri dai falsi, i maestri dai nemici.

I cinici conducono una “vita altra”, perché vivono i principi di cui si fanno portavoce e in questo senso sono la più vera espressione della vita filosofica. A differenza di Alessandro, Diogene è allora re per natura e nessun cambio politico potrà cambiare questa condizione. La sua missione è una continua resistenza, uno spingersi sempre oltre la sua sopportazione. Tutto ciò porta Foucault a scorgere nel cinico un funzionario dell’universalità etica.

Il coraggio della verità per cambiare il mondo

Dunque il coraggio della verità nel platonismo ha avviato l’idea di una purificazione di sé attraverso la cura dell’anima. Il cinismo si è soffermato, invece, sulla lotta contro i suoi desideri, ma anche i vizi dell’umanità. Potremmo concludere che in entrambi i casi, però, chi si assume la responsabilità di dire il vero, mettendolo in pratica, cambia non solo se stesso ma anche il mondo.

Infatti la verità implica il riferimento o la contrapposizione a qualcos’altro. Questo è uno dei motivi che spingono Foucault a concludere asserendo:

Non vi è instaurazione della verità senza una posizione essenziale dell’alterità; la verità non è mai il medesimo; non può esserci verità che nella forma dell’altro mondo e della vita altra.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Michel Foucault, Il coraggio della verità – Il Governo di sé e degli altri, ed. Feltrinelli, Milano 2009.

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