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Una questione privata di Fenoglio: il finale ce lo rivela Borges

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Una questione privata di Beppe Fenoglio
Una questione privata di Beppe Fenoglio

Nel 1963 Beppe Fenoglio muore e viene pubblicato, tra gli altri scritti, un suo romanzo: Una questione privata. Un partigiano, in piena guerra, cerca un ostaggio da scambiare con i fascisti per riavere un compagno che potrà dirgli la verità sulla ragazza che ama. Il partigiano, Milton, mentre si avvicina alla villa della ragazza, viene sorpreso da una squadra fascista e inseguito. E poi? Poi si avvia il dibattito: che fine fa Milton? Viene colpito o riesce a fuggire?

Circa vent’anni dopo, lo scrittore Jorge Luis Borges, dalla sua scrivania in Argentina, sta per pubblicare dei saggi sulla Divina Commedia.

Vediamo come uno di questi saggi può rispondere alle incertezze sul lavoro di Fenoglio; come e perchè il romanzo sia considerato incompiuto; e se davvero Una questione privata, alla fine, non abbia un finale.

Risolutivo e irrisolto

Una questione privata, forse insieme al Partigiano Johnny, è il lavoro di Fenoglio che meglio ci restituisce il sapore della resistenza partigiana vissuta dallo scrittore sulle Langhe. La forza dell’opera però è tale da incarnare i significati dell’intera Resistenza e degli uomini che l’hanno vissuta; Una questione privata è Il romanzo della Resistenza.

A dirlo, poco dopo l’uscita del testo, è qualcuno che la Resistenza l’aveva fatta sul fronte ligure: Italo Calvino. Lo scrittore de Il sentiero dei nidi di ragno incorona il testo come: “Il romanzo che tutti avevamo sognato” e “Il libro che la nostra generazione voleva fare”. Nel giro di poche righe – è della prefazione del 1964 ai Sentieri che stiamo parlando – Calvino ci fa capire anche che Una questione privata sia stato considerato, da subito, un romanzo fondamentalmente incompiuto: “Arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di averlo pubblicato”. Da qui in poi la critica e i lettori dibattono sul finale “reale” del romanzo; sulla morte o la sopravvivenza di Milton.

Vicende editoriali

Fenoglio muore, a quarant’anni, il 18 febbraio del 1963. A ucciderlo è una tubercolosi con complicanze respiratorie probabilmente dovuta al vizio del fumo. La sorella, infatti, riporta che arrivasse a fumare anche una sessantina di sigarette al giorno. Tra le carte che lascia ci sono tre copie dattiloscritte di Una questione privata, che sarà pubblicato due mesi dopo la morte dell’autore da Garzanti, in un volume contenente altri racconti. Postumo è anche Il Partigiano Johnny, pubblicato da Einaudi nel ’68 e sicuramente incompiuto.

La morte dell’autore, prima che il lavoro venisse pubblicato, impedisce quindi la certezza che l’ultimo capitolo leggibile sia l’ultimo pensato da Fenoglio. Impedisce di sapere se la chiusura del testo sia volutamente così ambigua. Nell’ultimo capitolo, infatti, in una scena intensa quanto ben scritta, si descrive la fuga di Milton dall’inseguimento di una squadra fascista che apre il fuoco contro di lui:

Beppe Fenoglio, autore di Una questione privata

Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò…” [1]

Trama

Ma come ci è arrivato Milton a questa fuga? Il protagonista, un partigiano badogliano di circa vent’anni, all’inizio della vicenda fa ritorno alla villa di Fulvia, ragazza di cui è innamorato, dove era solito passare il tempo prima dell’armistizio del ’43. Nella villa, la vecchia governante, ricordando le visite di Milton, accenna ad alcuni incontri tra Fulvia e Giorgio, vecchio amico e compagno partigiano di Milton.

Il protagonista, angosciato dalle parole della donna, vuole sapere la verità da Giorgio. Ma, arrivato al reggimento, scopre che il ragazzo è stato catturato dai fascisti dopo essersi allontanato per un litigio con un altro partigiano. Da qui inizia il girovagare furioso di Milton in cerca di un prigioniero da poter scambiare con Giorgio. Attraversa colline e paesi tra acquazzoni, strade sorvegliate e ponti minati per cercare ostaggi tra le formazioni comuniste. Non ne trova e prosegue vagando da solo.

Quando, dopo essere riuscito a catturare un sottufficiale fascista, è costretto a sparargli per evitarne la fuga, crollano le sue speranze di scoprire la verità su Fulvia e si dirige di nuovo verso la villa della ragazza. Poco prima di arrivare viene sorpreso da una squadra fascista e si avvia l’inseguimento che porterà alla conclusione citata.

Una questione privata è un romanzo incompiuto?

Abbiamo detto, quindi, che l’opera è comunemente giudicata incompiuta. Ma allora ci si deve chiedere: incompiuta rispetto a cosa? L’unica risposta possibile è che, rispetto ad un ipotetico piano di scrittura dell’autore, la stesura dell’opera sia stata interrotta prima della sua conclusione. Ma l’opera, per come l’abbiamo noi, è conclusa. Questo semplicemente perché nessuna opera può essere incompiuta rispetto a sé stessa e, nel particolare, il testo non ha bisogno di alcuna aggiunta per completare i significati che racchiude.

Nell’opera che leggiamo l’unica cosa ad essere irrisolta è lo slancio circolare del protagonista, che è mosso in ogni momento da furori concreti e intimi verso un traguardo irraggiungibile ma necessario a tal punto da giustificare tutta la furia della ricerca. Ed è in questo nodo insolubile di ricerca che si risolve il personaggio di Milton. Nella prefazione del ’64 al Sentiero, che abbiamo citato prima, Calvino scrive del romanzo:

“Una questione privata è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia.[…] Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perchè. ”. [2]

Cosa c’è dentro

La soluzione del testo, quindi, sta proprio nell’impossibilità di terminare la ricerca. Sta nel rappresentare il conflitto di Milton come figura dell’intera guerra. Quando il protagonista insegue la verità su Fulvia, e per farlo sembra allontanarsi dalle logiche della guerra, quella è la Guerra.

Fenoglio ricostruisce un paesaggio di colline fangose, vigne magre e casolari pieni di paglia, lo illumina con albe ricalcate da descrizioni omeriche e lo batte con acquazzoni violenti; lo popola di soldati in divisa nera, di un’umanità partigiana affamata e ringhiante, speranzosa; ci rappresenta la guerra civile. E tra questa realtà c’è l’essere “altro” di Milton: tutto il suo tormento privato, il suo turbinare ariostesco, il suo essere blu e passare tra i rossi e il pretendere e il ricevere dai rossi ,dai blu, dai contadini e il suo essere con nessuno.

Fenoglio mostra chiaramente come anche una guerra civile sia un questione privata, pronta a sopportare la necessità del sangue e del fango, fatta di uomini che singolarmente consumano le proprie rabbie e le proprie speranze per continuare a cercare ciò che all’uomo manca. E la ricerca tira avanti finché è possibile, finché non si cade. La chiusura del cerchio è una spirale continua.

La risolve Borges: come leggere Una questione privata

Jorge Luis Borges

Per sostenere che il dibattito incentrato sulla morte o la sopravvivenza di Milton sia inutile alla comprensione dei temi dell’opera, e anche distrattivo, è d’aiuto far riferimento ad uno scritto di Borges. Nel 1982 l’autore di Finzioni pubblica nove saggi danteschi, tra questi ne spicca uno intitolato Il falso problema di Ugolino.

In questo testo Borges prende parola sul secolare dibattito riguardo il presunto cannibalismo di Ugolino. Il verso “Poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno”, con cui si conclude il racconto di Ugolino della Gherardesca nel XXXIII canto dell’inferno, descrive la morte di Ugolino per fame o lo sfamarsi con la carne dei figli già morti? Per Borges la contesa è quasi una futilità irrisolvibile: il verso contiene contemporaneamente, con voluta ambiguità, entrambe le potenzialità. Ugolino esiste e si compone unicamente delle trenta terzine a lui dedicate; cercarlo al di fuori di quel tessuto verbale significa tradirlo. La grandezza di Ugolino sta proprio nel poter essere nello stesso tempo, all’infinito, sia divoratore dei figli che vittima del digiuno. Questo perché:

nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte a varie alternative opta per una ed elimina o perde le altre; non è così nell’ambiguo tempo dell’arte, che somiglia a quello della speranza e a quello dell’oblio.” [3]

Dunque il cannibalismo non caratterizza Ugolino, ma è l’incertezza del cannibalismo che ne costituisce l’essenza senza mai offrirsi alla contraddizione. Chi riduce l’insieme dei significati possibili di un’opera letteraria a questioni di scelte realistiche ha confuso i piani tra arte e realtà. Non si può quindi pretendere di leggere il personaggio Milton semplicemente come un partigiano che, dopo un’inseguimento, può – o deve – essere vivo o morto: la soluzione del testo è il testo. Milton crolla; e l’opera è compiuta.

Gabriele Lattanzi

Note

1: Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, Einaudi 2012, pagina 1121

2: Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Mondadori 1993, pagina XXIII

3: Jorge Luis Borges, Tutte le opere, Mondadori 1985, pagina 1278

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