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Il topos letterario del cuore mangiato

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cuore mangiato

Un topos letterario che ha avuto molta fortuna nel corso dei secoli è quello del “cuore mangiato”. Alla base vi è solitamente un triangolo amoroso: marito, moglie e amante. Nello schema più ricorrente, quest’ultimo viene ucciso dal marito e il suo cuore dato in pasto alla moglie ignara che, dopo aver scoperto la verità, si uccide o si lascia morire. Si tratta di un topos che ebbe molta fortuna perché carico di forti simbologie.

La letteratura è ricchissima di topoi letterari, cioè di luoghi comuni: schemi, motivi, situazioni che ricorrono di frequente all’interno di una o più tradizioni letterarie, assumendo le forme più svariate pur mantenendo alcune costanti.

Il motivo del cuore mangiato prende forma soprattutto nella letteratura medievale, ma qualche precedente della cruenta vendetta, benché il cuore non sia ancora pieno protagonista, si può trovare già in opere della classicità.

Preistoria del topos: Ovidio e Seneca

Un antecedente importante è il mito di Filomela, raccontato nel VI libro delle Meramorfosi di Ovidio. Filomela, sorella di Procne, viene violentata da Tereo, marito di quest’ultima segretamente innamorato di lei. Egli per impedirle di riferire la violenza subita le taglia la lingua, ma Filomela riesce a informare la sorella ricamando il messaggio su una tela. Cosciente dell’accaduto, Procne decide di uccidere il figlio avuto da Tereo e darlo in pasto al marito per poi fuggire insieme alla sorella.

Un’analoga tecnofagia è, ancora, subita da Tieste per vendetta del fratello Atreo, come racconta Seneca nella tragedia Thyestes. Atreo, spinto da odio verso il fratello, che gli ha usurpato il trono e insidiato la moglie, finge di riconciliarsi con lui, ma segretamente ne uccide i tre figli, ne cucina le carni e le dà in pasto a Tieste, che chiude la tragedia maledicendo il fratello.

Il cuore mangiato nel medioevo francese

Il topos del cuore mangiato inizia a prendere forma e a svilupparsi nella letteratura francese medievale.

Il Tristan di Thomas

Una prima attestazione si trova nel Roman de Tristan di Thomas d’Inghilterra, composto nella seconda metà del XII secolo. Di questo romanzo oggi possediamo solo dei frammenti. In uno di questi troviamo una scena in cui Isotta intona un Lai d’amore in cui si racconta di un uomo che dà in pasto alla moglie il cuore dell’amante Guiron:

Era un giorno sola, nella
stanza, Isotta e sottovoce
ripeteva un canto triste:
come fu sorpreso un giorno
per amore di una donna
Guiron che fu messo a morte.
E l’amava più di ogni altra
cosa al mondo: ed il suo cuore
gli fu tolto e venne offerto
come cibo alla sua amata
dal marito, un conte, un giorno.

La vida di Guillem de Cabestaing

Lo schema si presenta, poi, in forma più articolata in un testo che ebbe molta fortuna: la vida del trovatore provenzale Guillem de Cabestaing. Le vidas sono delle brevi biografie dei trovatori, trascritte alla fine del XIII secolo, che raccontano episodi spesso romanzati e fantasiosi.

La trama della vida

Guillem de Cabestaing fu un cavaliere e poeta innamorato della moglie di Raimondo di Castel Rossiglione. La notizia della relazione tra i due giunse all’orecchio di quest’ultimo, il quale indagò sul fatto e scoprì che era vero. Perciò quando Raimondo incontrò Guillem, lo uccise, gli fece estrarre il cuore dal corpo e tagliare la testa. Dopo aver commesso il delitto, fece mangiare il cuore a sua moglie. Alla fine del pasto, Raimondo le chiese se sapeva cosa avesse appena mangiato. Ella rispose di no, ma disse che la vivanda era molto buona. A questo punto il marito rivela che si trattava del cuore di Guillem e per dimostrarlo mostra alla moglie la testa dell’amante.

E quando la donna vide ciò perse la vista e l’udito. E come rinvenne disse: «Signore mi avete dato così buono da mangiare che mai più ne mangerò ancora». E quando egli udì questo, corse sopra di lei con la spada per dargliela sulla testa; e ella corse ad un balcone e si lasciò cadere giù, e morì. […]

Non appena la notizia dell’accaduto si diffuse, il re d’Aragona fece arrestare Raimondo, lo privò dei suoi beni e seppellì insieme i due amanti.

guillem

Il Romanzo del castellano di Coucy e della dama di Fayel

Il topos viene riproposto nel Romanzo del castellano di Coucy e della dama di Fayel, un romanzo francese scritto intorno al 1285 e attribuito a un certo Jakemes. Il castellano di Coucy fu un personaggio realmente esistito, dietro il suo nome si cela infatti il troviero Guy de Poncious.

La trama del romanzo

Nel romanzo egli si innamora della dama di Fayel, la quale era già sposata. Inizialmente la donna rifiuta le avances del poeta, ma quest’ultimo continua a frequentare la sua casa, accolto benevolmente dall’ignaro marito di lei che lo stima molto per le sue doti. Dopo varie insistenze la dama cede al corteggiamento, ma una donna rivela al marito la relazione tra i due, i quali, però, inizialmente riescono a mentire e sviare l’uomo.

Alla fine il castellano muore durante una crociata colpito da una freccia avvelenata. Prima di spirare egli chiede al suo giullare Gobert di togliergli il cuore e portarlo all’amata insieme alle trecce bionde che lei gli aveva donato. Così il cuore viene imbalsamato e le trecce messe in un cofanetto. Il giullare, però, incontra per la sua strada il signore di Fayel che si fa consegnare il tutto, fa cucinare il cuore e lo dà in pasto alla moglie, che anche in questo caso loda la bontà della pietanza e chiede di averne più spesso. Quando la dama scoprì grazie alle trecce e a una lettera del suo amante quello che aveva appena mangiato, si lasciò morire.

Una versione parodica del cuore mangiato: il Lai d’Ignauré

Lo schema è ripreso in forma parodica anche nel Lai d’Ignauré, un lungo racconto in versi del XIII secolo vicino allo stile comico dei fabliaux che ha per protagonista il seduttore Ignauré, una sorta di Don Giovanni dell’epoca, che è amante di ben 12 dame contemporaneamente. Quando i mariti delle donne scoprono la storia, decidono di uccidere l’uomo e servire alle mogli il suo cuore e il suo membro come pasto. L’aggiunta di quest’ultimo elemento evidenzia il carattere parodico del racconto.

Una versione del Novellino

Lo schema consueto si ripropone, pur senza una specifica menzione al cuore, nella novella LXII del Novellino, anonima raccolta di novelle scritta in volgare italiano alla fine del XIII secolo. Il trio è composto dal sire messer Ruberto, dalla contessa Antica e dal portiere Baligante. Quest’ultimo iniziò ad avere molte relazioni con le cameriere fino ad arrivare anche alla contessa. Il sire lo spiò e lo fece uccidere, poi, fatta di lui una torta, la diede da mangiare alla moglie e alle cameriere.

Dopo il mangiare venne il sire a doneiare e domandò:
«Chente fu la torta?».
Tutte rispuosero:
«Buona».
Allora rispuose il sire:
«Ciò non è maraviglia, ché Baligante vi piacea vivo, quando v’è piaciuto alla morte».

Scoperta la vendetta le donne si vergognarono così tanto che decisero di farsi monache.

Il cuore mangiato nella Vita Nova di Dante

Il motivo del cuore mangiato si ritrova, in una forma diversa, nella Vita Nova di Dante. Nel primo capitolo dell’opera il Poeta racconta una visione: una figura di aspetto spaventoso (il dio d’Amore) teneva tra le braccia Beatrice dormiente, e a quest’ultima, dopo averla svegliata, faceva mangiare il cuore di Dante.

L’episodio raccontato in prosa viene poi sintetizzato anche nei versi del primo sonetto A ciascun’alma presa e gentil core:

[…]
Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.

Mangiare il cuore significava trasferire delle virtù che, secondo le credenze medievali, avevano sede proprio in quell’organo. In questo caso vi è anche una sorta di rielaborazione in forma laica dell’eucarestia cristiana.

Il cuore mangiato nel Decameron di Boccaccio

La vida di Guillem de Cabestaing venne ripresa con grande fedeltà da Giovanni Boccaccio in una novella del Decameron (9, IV).

I protagonisti della vicenda, che si svolge in Provenza, sono Guglielmo Rossiglione e Guglielmo Guardastagno (che già dai nomi rievocano i modelli). I due cavalieri sono ottimi amici (come nel romanzo del castellano di Coucy) e usano spesso andare insieme ai tornei, ma quando il Rossiglione scopre la relazione della moglie con l’amico uccide quest’ultimo e dà da mangiare il suo cuore alla consorte.

Il Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del Guardastagno aprì e colle proprie mani il cuor gli trasse, e quel fatto avviluppare in un pennoncello di lancia, comandò ad un de’ suoi famigliari che nel portasse; e avendo a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito, che di questo facesse parola, rimontò a cavallo, ed essendo già notte al suo castello se ne tornò.

cuore mangiato

Costanti che si ripetono

Di nuovo si ripetono alcune costanti: la moglie apprezza la vivanda, ma quando scopre la verità, si uccide gettandosi da una finestra. Alla fine, anche in questo caso, i due amanti vengono seppelliti insieme.

Stendhal e il cuore mangiato

Il motivo del cuore mangiato arrivò fino al XIX secolo e fu ripreso da uno dei più grandi scrittori francesi dell’epoca: Stendhal.

De l’amour

Egli si ricorderà della vida di Guillem de Cabestaing nel suo saggio De l’amour (1822). In un capitolo lo scrittore francese racconta la storia del trovatore, ampliandola considerevolmente. Le costanti fondamentali ci sono tutte, ma vengono aggiunti una serie di particolari come ad esempio una finta liaison tra Guglielmo e la cognata di Raimondo, Agnese, simulata per cercare di deviare il marito dai suoi sospetti.

Il rosso e il nero

Anche ne Il rosso e il nero si accenna al tema del cuore mangiato.

Nel romanzo, Julien, precettore in casa Rênal, si innamora di Madame Rênal. Nel capitolo XXI della prima parte, la dama, dopo essersi recata a messa a Vergy, immagina che, come avveniva in una antica leggenda, il marito potesse uccidere l’amante e darle da mangiare il suo cuore.

Una tradizione molto incerta […] a cui ella prestava fede, pretende che la chiesetta […] sia stata la cappella nel castello del sire di Vergy. Questa idea aveva ossessionato la signora de Rênal per tutto il tempo trascorso in preghiera in quella chiesa. Si immaginava continuamente suo marito che uccideva Julien a caccia, come per disgrazia, e poi, la sera, le faceva mangiare il cuore di lui.

Un miscuglio di versioni

Il passo si riferisce a un racconto in versi del XIII secolo, La castellana di Vergy, il quale narra anche le vicende di due amanti che si vedono in segreto. Tuttavia nella storia originaria non compare l’episodio del cuore mangiato, inserito soltanto dopo nella tragedia Gabrielle de Vergy di de Belloy. Qui Stendhal sembra fare confusione tra questa vicenda e quella del castellano di Coucy, anche perché all’interno de La castellana di Vergy sono inserite due strofe di una canzone del castellano (che, come si è detto, era un troviero).

Varianti fiabesche del cuore mangiato: Biancaneve e i sette nani

Contrariamente alle opere di cui si è parlato sopra, molti, senz’altro, ricorderanno la fiaba di Biancaneve, uno dei più noti racconti popolari trascritti dai fratelli Grimm nella loro famosissima raccolta pubblicata nel 1812.

Com’è noto, la matrigna, invidiosa della bellezza di Biancaneve, chiede a un cacciatore di ucciderla e di portarle come prova della sua morte i polmoni e il fegato della ragazza, mentre nella famosissima versione animata di Walt Disney del 1937 questi due organi sono sostituiti proprio dal cuore. Il cacciatore, impietosito, deciderà di lasciar andare Biancaneve e portare alla matrigna i polmoni e il fegato di un cinghiale. A questo punto i fratelli Grimm riportano una parte omessa, insieme ad altre, dalla più nota versione Disney: la perfida regina, credendo di aver ricevuto gli organi di Biancaneve, li fa cucinare e li mangia. Anche in questo caso il significato simbolico è evidente.

De Andrè e il cuore mangiato: La ballata dell’amore cieco

Il cantautore Fabrizio De Andrè, influenzato moltissimo dalla cultura francese e medievale, rievoca il topos del cuore mangiato in una sua nota canzone: La ballata dell’amore cieco (o della vanità). Il brano racconta la storia di un uomo innamorato di una donna che non lo ricambia e che lo sottopone sadicamente a una serie di prove per pura vanità fino a condurlo alla morte.

Lo schema è insolito. Nella sua prima prova la donna chiede al protagonista di uccidere la propria madre e portarle il cuore da dare in pasto ai suoi cani.

Gli disse portami domani
Tralalalalla tralallaleru
Gli disse portami domani
Il cuore di tua madre per i miei cani.
 
Lui dalla madre andò e l’uccise
Tralalalalla tralallaleru
Dal petto il cuore le strappò
E dal suo amore ritornò.

In questo caso il motivo del cuore viene usato per evidenziare la futilità del comportamento della donna, che si diverte a mettere alla prova l’uomo innamorato per puro divertimento. Infatti non è lei a mangiare il cuore, bensì i suoi cani.

La canzone di De Andrè e la novella di Nastaglio degli Onesti

La canzone ricorda la novella del Decameron che ha per protagonista Nastagio degli Onesti (8, V), anch’egli amante non ricambiato. Nel racconto quest’ultimo è costretto ad assistere a un’orribile scena: una giovane donna inseguita da due mastini e dal fantasma di un cavaliere armato di pugnale, che, raggiuntala, la uccide e ne dà da mangiare il cuore e le interiora ai cani.

Nastagio

Rosario Carbone

Bibliografia

  • Dante Alighieri, Vita Nova, a cura di Luca Carlo Rossi, Milano, Mondadori, 2016.
  • De Andrè, F., Come un’anomalia. Tutte le canzoni, a cura di Roberto Cotroneo, Torino, Einaudi, 1999.
  • Di Febo, M., Ignauré: la parodie “dialectique” ou le détournement du symbolisme courtois, in Cahiers de Recherches Médiévales et Humanistes (XIII-XV siècles), V, 1998, pp. 167-201.
  • Di Maio, M., Il cuore mangiato. Storia di un tema letterario dal Medioevo all’Ottocento, Milano, Guerini e Associati, 1996.
  • Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Milano, Mondadori, 1985.
  • La castellana di Vergy, a cura di Giovanna Angeli, Roma, Salerno, 1991.
  • Grimm, J. e W., Fiabe, Torino, Einaudi, 2015.
  • Il Novellino, a cura di Guido Favati, Genova, Bozzi, 1970.
  • Jakemes, Il Romanzo del castellano di Coucy e della dama di Fayel, a cura di Anna Maria Babbi, Roma, Carocci, 1998.
  • Le biografie trovadoriche, testi provenzali dei secc. XIII e XIV, a cura di Guido Favati, Bologna, Palmaverde, 1961.
  • Ovidio, Le Metamorfosi, Torino, Utet, 2013.
  • Rossi, L., Il cuore, mistico pasto d’amore: dal ‘Lai Guiron’ al ‘Decameron’, in Studi provenzali e francesi, 82, (Quaderni di «Romanica Vulgaria», VI), L’Aquila, Japadre, 1983.
  • Seneca, Tieste, Milano, Bur, 2002.
  • Stendhal, Il rosso e il nero, Milano, Bur, 2009.
  • Stendhal, Dell’amore, Milano, Garzanti, 2007.
  • Thomas, Tristano e Isotta, Milano, Garzanti, 2014.

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