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Oliver Sacks e la persona dietro al paziente

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Oliver Sacks

Da molti osteggiato per aver talvolta dismesso i panni del neurologo ed aver indossato quelli dello scrittore, Oliver Sacks ha lasciato alla scienza e all’umanità uno straordinario contributo. Egli apre uno squarcio sulla possibilità di una “scienza romantica”, che tenga conto non solo dell’aspetto biologico del paziente ma anche e soprattutto della sua esperienza vissuta.

Oliver Sacks: da caso clinico a racconto…

Oliver Sacks
La copertina del libro preso in esame

L’intento del neurologo Oliver Sacks di presentare in formato narrativo alcuni dei casi più interessanti che ha avuto modo di trattare nel corso della sua carriera professionale, si sposa con il proposito di iniziare a pensare alla cura in termini più ampi di quelli medici. Questo nuovo approccio, che gli è valso spesso critiche da parte della comunità scientifica, viene esplicitato in molti dei suoi saggi neurologici. Tra questi, quello diventato un vero e proprio best seller è di certo “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, pubblicato nel 1985.

Le intuizioni di Oliver Sacks hanno un che di filosofico, e non a caso egli si appella continuamente ai classici del pensiero per riflettere ed esprimere dinamiche di cui la medicina non tiene più conto. È il caso di Ippocrate, primo medico della storia a considerare indispensabile il punto di vista del paziente. Con Ippocrate la patologia non è solo un malanno da sconfiggere, ma un fenomeno che va esaminato in rapporto allo stile di vita del paziente, che il medico è tenuto a conoscere prima di stabilire diagnosi e prognosi.

…dalla filosofia alla medicina


Lo stesso approccio globale della malattia è ripreso da Oliver Sacks, che proprio su questa scia riesce a trasformare un caso clinico in un racconto.

“Dobbiamo approfondire la storia di un caso sino a farne una vera storia, un racconto: solo allora avremo un <<chi>> oltre a un <<che cosa>>, avremo una persona reale, un paziente, in relazione alla malattia – in relazione alla sfera fisica”.

L’erlebnis, cioè l’esperienza vissuta, è ciò che rende un soggetto prima di tutto una persona e poi un paziente. Questo connubio secondo il dottor Sacks andrebbe recuperato, perché neurologia e psicologia vanno a braccetto. Al riguardo, egli scrive:

“Esse hanno intimamente a che fare con la personalità del paziente, e lo studio della malattia non può essere disgiunto da quello dell’identità.”

Qual è la miglior cura?

Quando ci riferiamo alla cura in ambito medico pensiamo ad una terapia che sia in grado di debellare la malattia o i suoi sintomi. Eppure una visione più ampia della patologia e del paziente chiama in causa altri fattori che prescindono dall’idea di cura suddetta. Esemplare è al riguardo il caso di Ray, un ragazzo di 24 anni affetto dalla sindrome di Tourette che lo porta a convivere con evidenti e molteplici tic. Le disfunzioni legate alla malattia comportano spesso uno stato di sovraeccitazione e disinibizione, diventando anche la causa dei continui licenziamenti di Ray. Sacks gli somministra così l’aloperidolo, per rallentare il ritmo dei movimenti involontari. Il risultato non è affatto quello sperato.

Senza i suoi tic Ray non riesce più a sentirsi se stesso. Il problema questa volta non è l’inefficacia della cura, all’inverso il fatto che essa funzioni, facendo venire meno lo spirito esibizionista che da sempre contraddistingue il paziente. Egli non vuole guarire perché troppo abituato alla sua sindrome, con la quale addirittura si identifica. Ebbene come venire a capo di questo paradosso?

Sacks decide di svolgere con Ray delle sedute che permettono a quest’ultimo di riflettere sui vantaggi di una vita senza sindrome di Tourette. Dopo questo percorso, il ragazzo decide volontariamente di riprendere la cura. Il successo è assicurato, poiché Ray si è predisposto diversamente rispetto alla terapia e perché ha trovato un compromesso tra sé stesso e la cura. Infatti durante la settimana lavorativa il ragazzo assume l’aloperidolo, in modo da condurre una vita tranquilla e lavorativamente pacifica; invece nel fine settimana sospende la terapia per riappropriarsi di quell’io che lo ha accompagnato sin dall’infanzia e che egli percepisce come parte di sé.

La neurologia e la psicologia come il dottor P.

Un altro caso che ha molto da insegnarci è quello da cui Oliver Sacks riprende il titolo del libro. Il dottor P. scambiò sua moglie per un cappello perché affetto dall’agnosia visiva. Nonostante la vista eccellente egli non riusciva cioè a distinguere oggetti e persone, se non attraverso associazioni schematiche. Tra l’altro la cosa incredibile è che non aveva alcun sentore del disturbo. Questo fu un caso in grado di mettere in discussione anche la tesi della neurologia classica, secondo la quale ogni danno cerebrale comporta l’annullamento dell’atteggiamento categoriale. Il dottor P. in effetti si comportava come un calcolatore, privo di giudizio, perché non in grado di riconoscere l’altro come soggetto dotato di caratteristiche peculiari. Oliver Sacks scrive:

“Nessun viso gli riusciva familiare, non lo vedeva come un <<tu>>, ma lo identificava come un insieme di tratti, un <<esso>>. […] Un viso, per noi, è una persona che si affaccia; vediamo, per così dire, la persona attraverso la sua persona (nel senso latino del termine), il suo viso. Ma per il dottor P. non c’era persona: nessuna persona all’esterno, nessuna persona dentro.”

Nonostante tutto il dottor P. continuò ad insegnare per molto tempo, grazie anche a quella capacità schematica che veniva supportata dalla sua musicalità. Quest’ultima infatti aveva in qualche modo preso il posto dell’immagine. Oliver Sacks però si serve di questo caso soprattutto per attestare l’importanza della capacità di giudizio, indispensabile per la costruzione dell’identità di chi la esercita. Il dottor P. è paragonabile per questo, a detta del narratore, tanto alla neurologia quanto alla psicologia. Entrambe infatti ignorano il ruolo rivestito da sentimento e giudizio e finiscono per dare vita ad una scienza “computazionale” ed “astratta”.

La prospettiva di una scienza romantica

La prospettiva di una scienza romantica è quella che tiene conto del fatto che il farmaco può non essere l’unica cura per la patologia. Si tratta di un punto di vista diverso che mette al primo piano altri aspetti, come la volontà o la ricerca del senso e della serenità anche nei casi più drammatici. Esempio di forza d’animo è di certo Christina, che Sacks definisce la donna “disincarnata“. La giovane perde il senso dei muscoli e degli arti, i suoi movimenti sono fuori controllo. Ella è priva cioè della sua propriocezione, ma nonostante ciò impara a condurre una vita più o meno normale. Una corretta postura diventa il frutto di un grande sforzo anche se i suoi movimenti restano tutt’altro che naturali.

Il signor William, invece, affetto dalla sindrome di Korsakov, ha dei grandi vuoti di memoria che surclassa grazie alla sua immaginazione. Per lui realtà ed irrealtà sono indistinte e sembra proprio che la sua loquacità vada a sostituire la mancanza di quell’esperienza vissuta di cui ogni essere umano necessita. Secondo il dottor Sacks lui deve:

“Cercare un senso, costruire un senso, disperatamente, inventando di continuo, gettando mondi di senso sopra abissi di insensatezza.”

Oliver Sacks
Oliver Sacks (1933-2015)

In definitiva, Sacks ci lascia più di una riflessione sull’importanza di empatizzare con il paziente e considerarlo non solo in relazione agli eccessi delle sue funzioni o ai deficit che presenta, ma anche e soprattutto in base alle sue abilità. Questo è il lavoro che il dottore inglese ha portato avanti durante tutta la sua vita, soprattutto quando soggetto d’indagine erano le lesioni neurologiche dell’emisfero destro, cioè quelle che hanno a che fare con lo stato emotivo del paziente.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Oliver Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, ed. Adelphi, 2013.

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L’immagine di copertina è ripresa dal sito: https://www.estetica-mente.com/recensioni/libri/luomo-che-scambio-sua-moglie-per-un-cappello-di-oliver-sacks-recensione/75321/

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