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Emil Cioran: al culmine della disperazione

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Emil Cioran

In tutte le opere del filosofo rumeno Emil Cioran emerge l’idea che la vita sia del tutta priva di senso e addirittura che solo questa sia la sua sola ed unica ragione. Su questo sfondo prende vita anche il suo primo scritto “Al culmine della disperazione”, ove ammette che la sofferenza e la solitudine non trovano scampo o consolazione neppure nella filosofia.

Emil Cioran: filosofia e insonnia

Emil Cioran disegnato da Dariush Radpour

Nato nel 1911 in Transilvania, Emil Cioran consegue la laurea in filosofia con una tesi su Bergson. Procede i suoi studi in Germania e poi per lavorare sulla tesi di dottorato si trasferisce a Parigi, ove rimane per 10 anni. All’età di 37 anni decide improvvisamente di cambiare lingua parlata e scritta e redigere le sue opere in francese. La scelta si rivelerà azzeccata per il successo che avranno le sue pubblicazioni.

Al culmine della disperazione” rappresenta però il vero momento di svolta della sua vita. Cioran scrive questo testo all’età di 22 anni, con l’intento di chiudere con la filosofia una volta per tutte, perché non in grado di alleviare il senso di “smarrimento” in cui riversa. Né la filosofia, né la conoscenza, né tanto meno la credenza o la speranza possono cambiare il fatto che alla base della vita ci sia il nulla.

Vengono messe al bando le verità degli uomini saggi, che dovrebbero essere rinchiusi da qualche parte lontani dal mondo. Le uniche verità che contano sono secondo Cioran quelle dei cosiddetti “pensatori organici“. Sono le verità vive di colui che distaccandosi dal mondo coglie la sua finitudine. Questo distacco avviene solo in soggetti malati, o che concepiscono la vita come un’eterna agonia. È proprio il caso di Cioran che soffre di una terribile insonnia che lo accompagnerà per tutta la vita. Questo perenne stato di veglia lo porta ad intendere il sonno come una delle poche cose in grado di dare all’uomo ciò di cui ha bisogno: l’illusione della rinascita.

“C’è un legame indissolubile tra insonnia e disperazione.[…] Il paradiso e l’inferno sono diversi solo in questo: in paradiso si può dormire finché si vuole, all’inferno mai”.

Cioran e Heidegger: un confronto sulla morte

Al pensatore organico si oppone lo speculatore astratto che con sillogismi e sottigliezze linguistiche vorrebbe arrivare laddove solo colui che ha esperienza dell’agonia può giungere. L’esperienza dell’agonia va distinta però dalla consapevolezza della morte, che si ha solo in prossimità della stessa. Emil Cioran scrive:

“Una delle più grandi illusioni dell’uomo normale sta infatti nel credere che la vita non debba finire, e nel pensare che essa non sia prigioniera della morte. […] Possiamo dire che in esso il sentimento è tanto raro che non esiste.”

Emil Cioran
Martin Heidegger (1889-1976)

Anche Martin Haidegger ritiene che l’uomo abbia ammonito la morte, al punto da parlarne in terza persona come se fosse qualcosa di estraneo rispetto alla vita. In “Essere e Tempo” scrive:

“Un’interpretazione pubblica dell’esserci dice: “Si muore“[…]Il Si fonda e approfondisce la tentazione di coprire a se stesso l’essere-per-la-morte più proprio.”

Per Heidegger la morte assume una connotazione positiva perché è la possibilità più propria dell’esserci, intendendo con quest’ultimo il soggetto gettato nel mondo. Per Cioran la consapevolezza della morte non apporta nulla di positivo. Solo colui che ingenuamente crede all’eternità della vita può salvarsi e scoprirne le potenzialità, perché non è in grado di coglierla così come si presenta. Per Heidegger invece, la consapevolezza della morte come possibilità dell’impossibilità di altre possibilità porta l’uomo dinanzi all’angoscia vera e, dischiudendolo verso la vita, gli dà l’opportunità di essere se stesso autenticamente.

Il suicidio e la disperazione

Persino l’idea del suicidio per Cioran non è risolutiva, anche se viene valutata positivamente.

“Perché non mi suicidio? Perché la morte mi disgusta più della vita.”

Più avanti farà intendere che questa opzione va abbandonata, perché paradossalmente il suicidio eliminerebbe l’unico elemento che rende all’uomo quella libertà di scegliere che la vita nega.

Nel testo esaminato primeggia inoltre l’idea dell’esistenza come di una perenne disperazione, che permette però al vero spirito di elevarsi al di sopra di tutto e vedere le cose per come sono.  In questo senso, come ben sottolinea lo studioso Antonio Di Gennaro, la sofferenza ha per Cioran un valore gnoseologico, perché è l’unica forma di conoscenza della nullità insita nella vita.

Cioran è un filosofo?

Emil Cioran
La copertina del libro di Emil Cioran

Dal breve excursus presentato, forse non abbiamo tutti gli strumenti per poter rispondere alla domanda in questione. In effetti, possiamo dire con certezza che Cioran coglie il fluire degli stati d’animo e riesce a porli nero su bianco senza perderne l’essenza.

I fili che muovono le riflessioni di Cioran hanno poi sì un iter introspettivo, ma possono essere concepite anche in relazione all’umanità in senso universale. Può bastare questo a definirlo un filosofo o a distinguerlo da uno scrittore capace di cogliere i più reconditi flussi dell’io umano?

Del resto quel reiterarsi sul non senso della vita che però sembra diventare fine a se stesso, non suscita quesiti, risposte o interessi da parte dello stesso autore, come accadeva invece per Michelstaedter.  Il filosofo è immerso in una sofferenza della quale si parla senza però mai un approdo. A suo giudizio infatti la vita “non solo non ha alcun senso, ma non può averne uno”.

Eppure la scrittura è stata in qualche modo una terapia per affrontare la perdita del mistero della vita. Oltre a ciò, in questo esordio letterario Cioran parla frequentemente dell’amore, ma anche in relazione a questo sentimento emerge insoddisfazione e malinconia.

“Il fascino assurdo dell’amore sta nel trovare il mistero in un solo essere, nello scoprire – o piuttosto nell’inventare – un infinito in un’esistenza di sconcertante finitudine.”

Che sia o meno da considerarsi come l’artefice di una filosofia, Cioran ha di certo avuto il merito di riportare in auge l’atteggiamento filosofico come secoli prima aveva già fatto Diogene il Cinico, e di cui ci parla anche Foucault. Ha filosofato cioè non con un dogma, una dottrina, ma con la sua vita, esplorando passioni, umori, solitudine, emozioni. Ha vissuto secondo la propria inclinazione, è forse in ciò è racchiuso il lascito più importante di questo intellettuale, che ha saputo meglio di molti altri interpretare i tormenti dell’uomo del secolo scorso.

Giuseppina Di Luna

Bibliografia

Emil Cioran, Al culmine della disperazione, Adelphi Editore, 1998 Milano.

Antonio Di Gennaro, Metafisica dell’addio, Aracne editrice, 2011 Roma.

Media

L’immagine di Cioran presente nell’articolo è ripresa dal sito: http://www.ilgiornale.it/news/cultura/cioran-lallegro-cantore-dellapocalisse-1004262.htm

L’immagine di copertina è ripresa dal sito: http://www.ioarte.org/artisti/Roberto-Spreghini/opere/figura-di-anziano/

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