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Shakespeare and Company: la libreria della Lost Generation

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Shakespeare and Company
Una foto scattata a James Joyce e Sylvia Beach a Parigi.

Nel 1919 Sylvia Beach aprì la Shakespeare and Company a Parigi sulla rive gouche, una libreria dedicata alla letteratura americana. D’ispirazione alla Beach fu l’attività della collega e compagna di vita Adrianne Moore, con la sua La Maison des Amies des Livres – in cui Sylvia Beach s’imbatté per caso – che fece da apripista alla Shakespeare and Company.

L’eredità della libreria è stata poi raccolta da George Whitman, che nel 1964 ribattezzò la sua Le Mistral in Shakespeare and Company, facendone il ritrovo dei poeti della “Beat Generation”.

L’origine: Adrianne More e rue de l’Odeon

Sylvia Beach nacque da una famiglia benestante a Baltimora. Suo padre era un ministro presbiteriano e per il suo incarico si trovava a dover spesso spostarsi assieme alla sua famiglia. Infatti, quando Sylvia aveva quattordici anni, i Beach si trasferirono a Parigi, che divenne il “paese d’adozione” della famiglia. Terminati gli studi, nel 1917 Sylvia Beach si trasferì definitivamente a Parigi, dove conobbe Adrianne Moore, una giovane parigina amante della letteratura e degli americani, dallo spiccato senso pratico e dall’estroversa spigliatezza. Da quell’incontro sarebbe nato un sodalizio lavorativo e affettivo che sarebbe durato per tutta la vita insieme, fino alla morte di Adrianne, suicida nel 1955.


In Shakespeare and Company, il memoir che Sylvia Beach ha dedicato agli anni e agli episodi della libreria, l’autrice ricorda di aver desiderato per lungo tempo di aprire una libreria; nel 1919 immagina “una succursale [della libreria] di Adrianne”, “una libreria americana a Parigi”.

Shakespeare and Company: Bookhop

La scelta del nome della libreria è una manifestazione del carattere ironico e amabile di Sylvia Beach:

Mi era venuto in mente una sera, a letto. Qualcosa mi diceva che il mio “collega” William – come lo chiamava la mia amica Penny O’Leary – guardava con occhio benevolo all’impresa: si aggiunga che i suoi libri si vendevano ancora molto bene. […] Qualcuno forse non saprà che cosa sia un “Bookhop”: è la scritta che lo “specialista” mi dipinse con ogni cura sulla vetrina a destra, a fare da pendant all’altra scritta, “Lending Library”, sulla vetrina di sinistra. Per un po’ ce lo lasciai: “Bookhop” invece di “Bookshop” mi sembrava molto simbolica degli esordi di Shakespeare and Company nel mercato librario.

Già dagli inizi, dunque, alla libreria fu dato anche lo statuto di biblioteca: e quanto fu benefica la presenza di Sylvia Beach a Parigi (assieme ad Adrianne Moore); la sua passione per la letteratura superava anche le necessità materiali da soddisfare con i guadagni della sua attività, concedeva a squattrinati scrittori e lettori di leggere, per il puro desiderio di diffondere l’opera di quegli autori che tanto amava.

Shakespeare and Company e la Lost Generation

Shakespeare and Company divenne presto un cenacolo per gli appassionati della letteratura americana. A Parigi le edizioni economiche comprendevano autori anglofoni sino a Kipling e Hardy; le edizioni di autori contemporanei avevano prezzi proibitivi. Il sistema di prestito permetteva a chi non avesse avuto disponibilità economica, con una sottoscrizione annuale a pagamento, di leggere a proprio piacimento le ultime novità letterarie.

In quegli anni in America (e nel Regno Unito) gli scrittori dovevano combattere contro una rigida operazione di censura delle loro opere. Si diffuse presto la notizia della libreria di Sylvia Beach e divenne un punto di riferimento per qualunque americano si fosse trovato a passare per la riva sinistra. Erano gli anni della Parigi di Pound, Joyce, Picasso, Stravinsky, e vi si emigrava anche per quell’immagine di crogiolo culturale della capitale francese.

Gertrude Stein e Francis Scott Fitzgerald

Shakespeare and Company era uno dei punti di riferimento di quella “Lost Generation” di Gertrude Stein, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald. Proprio Gertrude Stein era una frequentatrice abituale della libreria, assieme alla sua Alice B. Toklas; anzi, per un periodo, Sylvia Beach fu colei a cui rivolgersi per fare la conoscenza della Stein, siccome la sua fama conduceva all’impressione che non fosse avvicinabile. Fin quando, almeno, la Stein non si offese a tal punto per la pubblicazione dell’Ulysses da parte di Sylvia Beach, da terminare l’abbonamento alla Shakespeare and Company.

Shakespeare and Company
La vignetta di Francis Scott Fitzgerald. Lo scrittore si è ritratto in ginocchio, adorante, ai piedi di uno James Joyce con tanto di aureola.

Oltre ad Ezra Pound, descritto in Shakespeare and Company come una presenza affabile, sì, ma distaccato da quell’ambiente cordiale e operoso, uno degli affezionati della libreria era Ernest Hemingway; avventuroso e affettuoso, considerava Sylvia e Adrianne sue amiche e le conduceva a sperimentare gli intrattenimenti della città, tra cui gli incontri di box. Sylvia Beach s’impegnò anche a presentare Francis Scott Fitzgerald al suo idolo, James Joyce; dell’incontro ci rimane una spassosissima vignetta disegnata da Fitzgerald.

James Joyce e Ulysses

Shakespeare and Company fu un punto di riferimento per James Joyce più che per chiunque altro. Nel 1920 Joyce fece la conoscenza di Sylvia Beach e della sua libreria. Sylvia Beach provava enorme rispetto e ammirazione per lo scrittore irlandese, “un’autentica venerazione”; quando seppe che per la prima volta l’avrebbe incontrato, quasi avrebbe voluto fuggire.

Sylvia Beach ci racconta gli aspetti più familiari di Joyce: la sua dedizione per la moglie e i figli, la sua passione per la musica e l’opera, la sua voce gradevole, la fobia per i cani, anche i più innocui. Sylvia Beach procurò a Joyce l’oculista che per anni l’avrebbe avuto in cura e, non da ultimo, pubblicò l’Ulysses.

Le vicende editoriali dell’Ulisse sono complesse: fu censurato in patria dopo la pubblicazione a capitoli; Joyce riuscì a trovare in John Quinn un sostenitore economico: gli inviava, infatti, le sezioni del romanzo mano a mano che le completava e in tal modo riusciva a guadagnarsi il pane.

1921

Nel 1921 si decise, allora, che Sylvia Beach si sarebbe impegnata a pubblicare Ulisse per intero. Gli iscritti a Shakespeare and Company furono invitati a prenotare una copia del romanzo. Ma la stampa andò per le lunghe: innanzitutto non fu facile trovare un tipografo che si sobbarcasse il compito di curare l’edizione di un’opera tanto controversa. Non fu semplice nemmeno trovare qualcuno che battesse a macchina il manoscritto di Ulisse (la scrittura di Joyce era poco leggibile, anche l’autore talvolta faticava a decifrarla).

Raymonde Linossier, sebbene francese, si occupò per qualche tempo della trascrizione, per poi affidarla a una sua amica; il marito della donna, tornato a casa e imbattutosi nell’opera di Joyce, lette appena alcune pagine, decise bene di prenderle e gettarle nel fuoco del camino. Per fortuna venne in soccorso il manoscritto in possesso di Quinn – si rifiutò di concederlo, ma permise che ne venissero fotografate le pagine; da lì l’operazione fu anche semplificata dalla leggibilità delle copie che Joyce inviava al suo mecenate.

Diritti d’autore

Shakespeare and company
Sylvia Beach e Adrianne Moore

Joyce si disinteressò di stabilire un contratto con Sylvia Beach. La libraia era la sua assistente, confidente, amica, editrice. Joyce cercava di impedirle di allontanarsi durante il weekend e in estate, ma Sylvia e Adrianne opponevano un fronte compatto per salvaguardare quei momenti di meritato riposo.

Tutti i guadagni della libreria e delle copie vendute che non erano necessari al mantenimento di Shakespeare and Company e della stessa Sylvia venivano regolarmente versati a Joyce: era un autentico spendaccione; cenava fuori con tutta la famiglia quasi ogni sera, lasciava grosse mance ai camerieri e ai valletti, sperperava perché aveva la concezione che finalmente avesse il diritto di vivere come avrebbe potuto e dovuto uno scrittore del suo calibro. Ma, dice Sylvia, per quel tenore di vita avrebbe dovuto essere un altro tipo di scrittore. Come Fitzgerald, per esempio, che con la moglie doveva inventare sempre nuovi modi per spendere gli ingenti guadagni.

Una nuova edizione dell’Ulisse

Sylvia si interessò a un’edizione americana dell’Ulisse quando i tempi furono maturi. Fu sconfortante per lei constatare che Joyce pensò a quella pubblicazione come all’originale anglofona, dimentico dei diritti e dei possibili guadagni dell’amica. Sebbene nel frattempo fosse stato stabilito un accordo firmato, Sylvia fu dissuasa dal cercare di ottenere una quota per sé, in quanto prima editrice dell’opera, dall’edizione americana. Così si può dire che dalla fatica di mettere in commercio la prima edizione integrale dell’Ulisse, Sylvia Beach non guadagnò neanche il becco di un quattrino.

L’occupazione nazista

Shakespeare and Company rimase aperta anche durante la guerra e l’occupazione nazista. Sylvia Beach, in quanto americana, avrebbe potuto tornare in patria, ma non poteva lasciare il suo paese d’adozione, la sua libreria. Rimase a Parigi anche quando, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, gli americani furono considerati nemici e obbligati a depositare le proprie firme in commissariato ogni settimana.

Un giorno un generale nazista si trovò a passare in rue de l’Odeon e scorse in vetrina una copia della Finnegans Wake. Era un appassionato di Joyce, disse, e pretendeva che la Beach gli vendesse il libro, nonostante si trattasse dell’ultima copia in suo possesso. Sylvia gli tenne testa, ma quando il tedesco andò via, decise di nascondere Finnegans Wake. Quindici giorni dopo il generale tornò in cerca dell’opera di Joyce e, non trovandola, minacciò di confiscare la libreria. In un paio d’ore Sylvia, con l’aiuto dei suoi amici, riuscì a sgomberare completamente Shakespeare and Company, non ne rimaneva alcuna traccia. Sylvia, però, fu deportata per sei mesi in un campo di concentramento; una volta liberata, preferì nascondersi, assieme alla sua libreria.

La liberazione

Rimane, alla fine, l’immagine di Ernest Hemingway negli ultimi giorni dell’occupazione, a capo di una squadra di partigiani francesi: arrivato in rue de l’Odeon, trovando la sua Sylvia, le corse incontro e l’abbracciò, facendola volteggiare nell’aria.

Oriana Mortale

Bibliografia

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